FORMAZIONE DELLE TARIFFE IDRICHE
Ecco la progressione in 10 anni delle Bollette dell’acqua di Acea-Ato2 Spa
Nel 1998 la tariffa agevolata a metro cubo era di 205 lire dotazione di 43 mc a trimestre, quella Base era di 659 lire a mc , dotazione di 613 mc. a trimestre, per il servizio fognature il contributo era di 174 lire a mc. e per la depurazione si pagavano 500 lire per mc. e in bolletta entravano anche 2.200 lire per il noleggio del contatore una tantum. Un condominio di 19 appartamenti, ogni trimestre, pagava una fattura intorno a 1 milione di lire. Poco più di 100mila lire a famiglia ogni tre mesi.
Nel 2OOO, ultimo anno della lira, la Tariffa Agevolata era di 212 lire e quella Base di 682 lire al mc., cresciute leggermente per l’adeguamento Istat. Il canone per le fogne era di 177 lire e per la depurazione di 509 lire. Il nolo del contatore costava 2.250 lire. La Bolletta del condominio sostanzialmente era di poco più di 1milione di lire a trimestre ovvero 517,9 Euro. La bolletta per famiglia era fissata a poco di più delle 100 mila lire, 50 euro.
Nel 2002 la Bolletta cambia volto. Arriva la fattura con i valori espressi in Euro: la tariffa Agevolata diventa di 0,1120711 euro, quella Base di 0,3610034 euro a mc.; il canone fognatura di 0,0914129 euro, quello per la depurazione di 0,2701070 euro. Il condominio paga 680 euro,pari a 1 milione 360 mila lire.
Nel 2003, iniziano i cambiamenti sostanziali. La Tariffa Agevolata non viene più calcolata sulla dotazione di 23 mc per appartamento, ma viene ridotta a 13 mc, -10 mc. Ma la vera sorpresa é sul prezzo del nolo del contatore fino ad allora di 2.250 lire per tutto il condominio, che passa da 3 euro l’anno fino a 13,5 euro per le dotazioni maggiori e nasce la nuova voce, quota fissa per appartamento, che di 1,0568339 + 1,0348165 euro, totale di 39,74 euro, quasi 78 mila lire + 380 %. Il consumo, dal 2003, viene calcolato in giorni,secondo lettura del contatore o presunta. Un sistema che può mascherare i rincari, che vengono spalmati a seconda dei casi, e che per l’abbassamento della dotazione a Tariffa Agevolata, di minor prezzo, trasferisce la differenza al calcolo sul consumo effettivo/giorni a Tariffa Base, rimasta invariata, ma maggiore di quella Agevolata + 50%.
Nel 2007 e nel 2008, dopo le modifiche precedenti, la bolletta presenta con “voci ben distinte” e calcoli effettuati conteggiando i giorni d’erogazione, tant’é che le cifre si esaltano in aumento: Tariffa Agevolata a 0,139000 euro 13 mc di dotazione minima e Tariffa Base 0,4476000 euro a mc. per i restanti mc in 1^ fascia di consumo limite di dotazione 35 mc anziché 46 mc,così si passa facilmente all’eccedenza, da 36 mc a 46 mc e da 47 mc in poi, passando a 1,3680961 euro/mc e all’esosa 2,6803 euro/mc. Ovvero nel caso di appartamenti con impegno di 46 mc/trimestre alla progressione da 0,1303807 euro a oltre 2 euro e 1/2 a mc. Un conto più salato che nel caso di conguagli per cifre non fatturate per anni, può trovarsi in bolletta il prezzo massimo di 3^ Fascia di consumo di 2,8563 euro a mc, pari a 5.530 lire a metro cubo.
Nel 2008, da AceaAto2, a seguito d’avvenuto distacco al cliente vengono addebitati in bolletta: 100 euro per ogni intervento di distacco e altri 100 per il riallaccio.
Ato2 ha giustificato così le cifre addebitate in bolletta: euro 63 per il distacco ed altri 63 euro per il riallaccio per la ditta appaltatrice, mentre 32 euro all'Acea per la “presunta” fornitura di lucchetti o saracinesche rubinetti di chiusura/apertura dal tubo di erogazione dell’acqua e 9 euro per la Raccomandata presunta di avviso di distacco. Infine 34 euro addebitati all’utente per spese generali.
Il gestore ormai ha mano libera, e diventa più attento all’incasso anche per l'appaltatore, piuttosto che al corretto rapporto con il consumatore.
sabato 29 gennaio 2011
giovedì 27 gennaio 2011
La corte Costituzionale dice Due Si ai referendum!
Cosa dice infatti la Corte Costituzionale :
a) in merito al primo quesito dichiarato ammissibile :
conferma quanto già espresso con la sentenza n. 325 del 2010, ovvero esclude espressamente che l’art. 23-bis costituisca applicazione necessitata del diritto dell’Unione europea.
dice che all’abrogazione dell’art. 23-bis non conseguirebbe alcuna reviviscenza delle norme abrogate da tale articolo : quindi non ci sarebbe nessuna reviviscenza neppure dell’art. 150 del Decreto n.152, oggetto del nostro secondo quesito dichiarato inammissibile!
dice che all’abrogazione dell’art. 23-bis conseguirebbe l’applicazione immediata nell’ordinamento italiano della normativa comunitaria, che prevede la possibilità per gli Stati membri di normare il servizio idrico come servizio a interesse generale o come servizio a interesse economico generale e di applicarne nel primo caso la gestione pubblica e nel secondo caso tutte le possibili forme di gestione (compresa quella pubblica).
dice che, in merito alla pluralità dei servizi pubblici locali coinvolti dall’abrogazione dell’art. 23-bis, non poteva che essere così e che non sarebbe stato possibile formulare un quesito diretto ad abrogare la normativa dell’art. 23-bis solo per alcuni settori di servizi pubblici e non per altri.
b) in merito al secondo quesito dichiarato inammissibile :
poiché i quesiti vengono esaminati dalla Corte Costituzionale come quesiti a sé stanti e non nella loro connessione intrinseca, dice che, in mancanza dell’abrogazione dell’art. 23-bis, l’abrogazione dell’art. 150 del Decreto n.152 non è idonea a far venire meno l’applicazione al solo servizio idrico delle forme di gestione fissate, anche per tale servizio, proprio dal detto art. 23-bis. Ne consegue incertezza della normativa di risulta e di conseguenza l’inammissibilità.
c) in merito al terzo quesito dichiarato ammissibile :
dice che il quesito presenta i necessari caratteri della chiarezza, coerenza ed omogeneità. Infatti, attraverso l’abrogazione parziale del comma 1 dell’art. 154, e, in particolare, mediante l’eliminazione del riferimento al criterio della «adeguatezza della remunerazione del capitale investito», si persegue, chiaramente, la finalità di rendere estraneo alle logiche del profitto il governo e la gestione dell’acqua.
Cosa si evince dall’insieme di quanto sopra scritto :
a) con la vittoria del SI al referendum per l’abrogazione dell’’art. 23-bis consegue l’applicazione immediata nell’ordinamento italiano della normativa comunitaria;
b) la normativa comunitaria prevede sia la definizione del servizio di interesse generale applicandone la forma di gestione pubblica, sia la definizione di interesse economico generale applicandone tutte le possibili forme di gestione (compresa quella pubblica);
c) in ogni caso, l’art. 150 del Decreto Ambientale n. 152 è e resta abrogato;
d) con la vittoria del SI al referendum per l’abrogazione dalla tariffa dell’adeguata remunerazione del capitale investito, risulta evidente che, eliminando i profitti dall’acqua, tra le diverse possibilità previste dalla normativa comunitaria sopra citate, l’unica forma di gestione conseguente alla volontà espressa dai votanti –indipendentemente che si definisca il servizio idrico come servizio ad interesse generale o come servizio a interesse economico-generale- sarà la gestione pubblica. E partecipativa, aggiungiamo noi.
a) in merito al primo quesito dichiarato ammissibile :
conferma quanto già espresso con la sentenza n. 325 del 2010, ovvero esclude espressamente che l’art. 23-bis costituisca applicazione necessitata del diritto dell’Unione europea.
dice che all’abrogazione dell’art. 23-bis non conseguirebbe alcuna reviviscenza delle norme abrogate da tale articolo : quindi non ci sarebbe nessuna reviviscenza neppure dell’art. 150 del Decreto n.152, oggetto del nostro secondo quesito dichiarato inammissibile!
dice che all’abrogazione dell’art. 23-bis conseguirebbe l’applicazione immediata nell’ordinamento italiano della normativa comunitaria, che prevede la possibilità per gli Stati membri di normare il servizio idrico come servizio a interesse generale o come servizio a interesse economico generale e di applicarne nel primo caso la gestione pubblica e nel secondo caso tutte le possibili forme di gestione (compresa quella pubblica).
dice che, in merito alla pluralità dei servizi pubblici locali coinvolti dall’abrogazione dell’art. 23-bis, non poteva che essere così e che non sarebbe stato possibile formulare un quesito diretto ad abrogare la normativa dell’art. 23-bis solo per alcuni settori di servizi pubblici e non per altri.
b) in merito al secondo quesito dichiarato inammissibile :
poiché i quesiti vengono esaminati dalla Corte Costituzionale come quesiti a sé stanti e non nella loro connessione intrinseca, dice che, in mancanza dell’abrogazione dell’art. 23-bis, l’abrogazione dell’art. 150 del Decreto n.152 non è idonea a far venire meno l’applicazione al solo servizio idrico delle forme di gestione fissate, anche per tale servizio, proprio dal detto art. 23-bis. Ne consegue incertezza della normativa di risulta e di conseguenza l’inammissibilità.
c) in merito al terzo quesito dichiarato ammissibile :
dice che il quesito presenta i necessari caratteri della chiarezza, coerenza ed omogeneità. Infatti, attraverso l’abrogazione parziale del comma 1 dell’art. 154, e, in particolare, mediante l’eliminazione del riferimento al criterio della «adeguatezza della remunerazione del capitale investito», si persegue, chiaramente, la finalità di rendere estraneo alle logiche del profitto il governo e la gestione dell’acqua.
Cosa si evince dall’insieme di quanto sopra scritto :
a) con la vittoria del SI al referendum per l’abrogazione dell’’art. 23-bis consegue l’applicazione immediata nell’ordinamento italiano della normativa comunitaria;
b) la normativa comunitaria prevede sia la definizione del servizio di interesse generale applicandone la forma di gestione pubblica, sia la definizione di interesse economico generale applicandone tutte le possibili forme di gestione (compresa quella pubblica);
c) in ogni caso, l’art. 150 del Decreto Ambientale n. 152 è e resta abrogato;
d) con la vittoria del SI al referendum per l’abrogazione dalla tariffa dell’adeguata remunerazione del capitale investito, risulta evidente che, eliminando i profitti dall’acqua, tra le diverse possibilità previste dalla normativa comunitaria sopra citate, l’unica forma di gestione conseguente alla volontà espressa dai votanti –indipendentemente che si definisca il servizio idrico come servizio ad interesse generale o come servizio a interesse economico-generale- sarà la gestione pubblica. E partecipativa, aggiungiamo noi.
mercoledì 26 gennaio 2011
WWF: “LIBERATE I FIUMI” , SOLO 4 SU 30 IN BUONA SALUTE
“Clonare” le buone pratiche per passare dal dissesto idrogeologico alla gestione responsabile dei bacini idrografici”
Il censimento dei 600 volontari nel Dossier che verrà presentato domani a Roma
Dalla Basilicata una buona notizia: 3 rarissime lontre avvistate e filmate in un laghetto a poche centinaia di metri dal Fiume Agri (Foto e filmato sul sito www.wwf.it)
E’ stato uno 30 fiumi censiti dal WWF, il fiume Agri nel cuore della Basilicata, a regalare la sorpresa a poche ore dall’evento dedicato dal WWF ai fiumi italiani: 3 splendidi esemplari della rarissima lontra (Lutra lutra) intenti a nutrirsi in un laghetto, sono stati fotografati e filmati dai responsabili locali dell’associazione. E’ accaduto nel cuore del Parco dell’Appennino lucano, una notizia eccezionale dopo i tragici ritrovamenti dello scorso anno con ben 4 lontre trovate morte. Il nuovo anno lascia dunque ben sperare sia per la specie che per la biodiversità di quel tratto di fiume, catalogato tra quelli più ‘maltrattati’ nella classifica del WWF con 51 depositi abusivi di rifiuti mappati e 91 tra sbarramenti e traverse che ne interrompono la continuità ecologica.
Dalla Mappa del WWF i fiumi Melfa, Tagliamento, Angitola e Ciane sono quelli in buono stato migliore. Seguono a metà classifica, in ordine decrescente, torrente Arzino, Taro, Simeto, Biferno, Sangro, Piave, Ippari, Magra, Adda, Ofanto, Oreto, Savio. Chiudono la classifica Volturno, Sagittario-Aterno, Arno, Aniene, Agri, Tevere, Po di Primaro e buon ultimo il Chiascio. Questa in sintesi la ”fotografia” che emerge dal dossier WWF "Fiumi d'Italia" che verrà presentata domani a Roma in un Convegno presso Palazzo Valentini (Sala Monsignor Di Liegro - Via IV Novembre 119/a) a seguito del censimento LIBERAFIUMI dello scorso maggio che ha coinvolto oltre 600 volontari in tutta Italia per mappare lo stato di una trentina di fiumi italiani. Al convegno, che ha il patrocinio della Provincia di Roma, partecipa anche il Presidente, Nicola Zingaretti.
SINDROME DELL‘ABBANDONO’ PER I FIUMI ITALIANI
Il ritardo politico, istituzionale e culturale nella gestione dei fiumi, unito ad una endemica incapacità di affrontare per tempo e responsabilmente i problemi ambientali sono forse le principali cause per comprendere i mali dei nostri fiumi fotografati dal censimento WWF.
Mali come la canalizzazione e la diffusa infrastrutturazione della rete idrografica, il consumo e l’impermeabilizzazione dei suoli, che dovrebbero essere lasciati all’esondazione naturale, la continua distruzione della vegetazione naturale che cresce lungo le sponde, i progetti di navigazione come ultima scusa per cavare sabbia e ghiaia dal letto dei fiumi, l’aumento e la diversificazione degli usi dell’acqua, fino ad usarla in maniera indiscriminata per la neve artificiale.
A questo si aggiunga un devastante incremento dei piccoli impianti idroelettrici, incentivati con i fondi per le energie rinnovabili, soprattutto sull’arco alpino dove si tende a non “perdere” un goccio d’acqua, a scapito del minimo deflusso vitale e con buona pace per chi sta a valle.
Ma anche l’agricoltura, la florovivaistica e la zootecnia producono impatti ambientali estremamente pesanti ai corsi d’acqua e alle falde in molte parti del Paese, come nella media pianura padana tra l’Oglio, il Po e il Mincio o nella piana dell’Arno nel pistoiese.
Gli eccessivi prelievi d’acqua per i differenti usi, spesso scoordinati tra loro hanno stravolto i regimi naturali dei corsi d’acqua, enfatizzando i fenomeni estremi (magre e piene) ai quali, recentemente, si sono aggiunte le conseguenze dei cambiamenti climatici.
Nel rapporto appena ultimato dall’Agenzia europea per l’ambiente si conferma, infatti, come tra il 1998 e il 2009 i disastri naturali hanno causato in Europa poco meno di 100 mila morti, hanno colpito 11 milioni di persone e hanno prodotto danni per 150 miliardi di euro.
I PESCI ITALIANI PARLANO ‘TROPPE’ LINGUE
In questa generale situazione di vulnerabilità degli ecosistemi acquatici negli ultimi anni si è avuto un aumento delle specie alloctone (specie introdotte originarie di altre parti del mondo) di animali e piante che hanno ulteriormente contribuito ad impoverire la biodiversità originaria e ad alterare gli habitat. La “lista rossa” delle specie di pesci italiane mostra una situazione allarmante un po’ per tutte, in particolare per lo Storione, lo Storione ladano e la Lampreda di fiume, che in Italia sono considerate praticamente estinte. Ma anche pesci apparentemente comuni come l’Anguilla, il Triotto, la Tinca, il Luccio, la Scardola e il Latterino da pochi anni sono considerati “quasi a rischio” e sembrano proseguire il loro trend negativo anche dai dati raccolti dal censimento WWF. Di contro aumentano le specie aliene che, grazie alla vulnerabilità crescente degli ecosistemi fluviali e alle infelici immissioni, continuano a diffondersi: è il caso dell’Abramide, del Siluro, della Pseudorasbora, del Cobite di stagno orientale, che si sono aggiunte alle numerose già presenti e “naturalizzate”, come il Persico sole, il Persico trota, il Pesce gatto, la Gambusia, il Lucioperca, il Carassio, la Trota iridea e tanti altri. In totale gli studi identificano almeno 112 specie faunistiche alloctone, tra invertebrati e vertebrati, presenti nel nostro Paese.
LA ‘COSTANTE’ DEI FIUMI: LE DISCARICHE
Un capitolo del dossier è poi dedicato alle discariche abusive di rifiuti ritrovate lungo tutti i tratti censiti. Solo sul Volturno ne sono stati rilevati 65, mentre sull’Agri (Basilicata) erano 51 i depositi di rifiuti, mentre 25 sul Sangro (Abruzzo) o 24 sull’Ofanto (Puglia). Dei tratti fluviali censiti dal WWF ben 12 sono interessati da depositi o presenza di eternit; nel fiume Volturno delle 65 discariche rilevate oltre la metà contenevano amianto.
Per passare dal dissesto idrogeologico alla gestione responsabile dei bacini idrografici il WWF ha elaborato alcune proposte concrete.
RINATURAZIONE: PER TRASFORMARE ‘BOMBE A OROLOGERIA’ IN AMBIENTI SANI E SICURI
la vera risposta per diminuire i danni provocati da frane e esondazioni sempre più frequenti è la rinaturazione dei corsi d’acqua per ripristinare le caratteristiche ambientali e la funzionalità ecologica degli ecosistemi, perché solo un ambiente sano può reagire adeguatamente ad alluvioni, siccità e frane dissesto idrogeologico.
Per fare questo occorre ripristinare la qualità dell’acqua, ridurre le opere idrauliche di sfruttamento e difesa restituendo spazio al fiume (anche attraverso delocalizzazioni e modifiche urbanistiche innovative), ristabilendo le dinamiche geomorfologiche fluviali (riequilibrio nel trasporto di sedimenti, possibilità di divagare e di esondare in modo diffuso, ripristino di un regime idrologico più prossimo a quello naturale) e di corridoio ecologico ( riqualificazione della vegetazione della fascia riparia e del corridoio fluviale…).
DOVE TROVARE I FONDI:
Al di là di un necessario aumento delle disponibilità da parte del Governo, si dovrebbero poter utilizzare molte risorse che sono presenti sul territorio e che già, in teoria, dovrebbero essere utilizzate per far fronte al dissesto idrogeologico o per favorire la riqualificazione dei bacini idrografici. Le principali sono quelle derivanti dai canoni per l’uso dell’acqua, che, sebbene spesso troppo bassi, derivano dalla produzione idroelettrica,dalle ’attività agricole, dalle concessioni per la captazione di acque minerali e termali, dalle concessioni dei diritti di pesca, dalle concessioni per il demanio idrico…. Solo da un uso intelligente e cootrdinato di queste risorse si avrebbero sufficienti risorse per un serio cambio di rotta.
5 BUONE PRATICHE PER AIUTARE I FIUMI, TUTTE DA “CLONARE”:
Il WWF avanza una serie di proposte sulla scorta di una serie di esperienze e buone pratiche in atto tra cui:
RIFORESTAZIONE DEL PO NEL MANTOVANO
La Provincia di Mantova, dal 2007, ha attivato la forestazione a scopo ecologico e naturalistico delle zone di demanio idrico nelle golene del Po, anche a seguito delle proposte avanzate dopo il censimento WWF sul Po del 2001. I fondi occorrenti per piantumare i 1.000 ettari scopo del progetto derivano in buona parte da "10.0000 ettari di nuovi boschi e Sistemi Verdi multifunzionali della Regione Lombardia. Il primo intervento denominato "Isola Rodi" si è concluso nel 2009 con l'impianto di 60.000 piante su circa 50 ettari di superficie; i restanti interventi sono in corso di realizzazione e prevedono l'impianto di ulteriori 180.000 piante. E con la richiesta di concessione di altre aree, il progetto sta proseguendo, un patrimonio da lasciare alle generazioni future.
DARE SPAZIO AL FIUME: IL PROGETTO SULL’ESINO NELLE MARCHE
Il fiume Esino all’interno della Riserva Naturale oasi WWF Ripa Bianca è spesso soggetto da ripetute inondazioni che interessano prevalentemente i terreni agricoli limitrofi il fiume.
Il progetto della Riserva, che rappresenta una delle più importanti zone umide delle Marche, per gestire le esondazioni prevede di trasformare i terreni agricoli in un’area dove il fiume possa scorrere liberamente ritrovando i suoi spazi naturali nei momenti alluvionali, potenziando così la funzionalità ecologica dell'area e riducendo il rischio per le zone più a valle.
EDUCAZIONE AMBIENTALE LUNGO L’ANIENE
Nel 2005 il WWF Lazio con il contributo e la collaborazione della Provincia di Roma, ha avviato un programma per la conoscenza e valorizzazione del fiume Aniene. Il progetto ha prodotto un programma di educazione ambientale per la conoscenza dell’ecosistema fluviale da parte delle scuole elementari con lo svolgimento di un laboratorio didattico lungo il fiume. Sono stati poi redatti due manuali di educazione ambientale, destinati ad insegnanti ed alunni da promuovere anche in altri comuni della media valle dell’Aniene, in cui sono riportate le testimonianze più interessanti dell’esperienza educativa condotta dai ragazzi di Subiaco.
ECO-CERTIFICAZIONE EUROPEA DELL’IDROELETTRICO
Il problema della diffusione indiscriminata dell’idroelettrico può, almeno in parte, essere affrontato da una certificazione che tenga conto dei bacini idrografici su cui insistono queste attività. Il progetto europeo CH2OICE, al quale partecipa il WWF Italia, promuove adeguati criteri per il “bollino verde” ai sistemi idroelettrici che rispettano il più possibile l’integrità del bacino idrografico in tutte le sue componenti ambientali. E’ stata così sviluppata, con il contributo di esperti provenienti da 5 paesi europei (Italia, Slovenia, Francia, Slovacchia e Spagna), una metodologia di certificazione tecnicamente ed economicamente fattibile per la produzione di energia idroelettrica che, da una parte, consenta ai produttori di verificare volontariamente la compatibilità dei loro impianti con il buono stato ecologico dei corsi d’acqua interessati, dall’altra, permetta agli enti pubblici e agli utilizzatori finali di verificare l’effettiva sostenibilità ambientale dell’energia prodotta. Il lancio ufficiale a livello europeo di questo marchio di certificazione avverrà il 25 febbraio a Roma (www.ch2oice.eu).
CONSERVAZIONE DELLA TROTA MARMORATA NELL’ADDA
Un programma di conservazione della trota marmorata è stato avviato già dal 1999 sul fiume Adda grazie alla collaborazione delle Province di Lodi, Cremona con l’associazione Spinning Club Italia ed altre associazioni locali. Dopo aver raccolto dati sulla popolazione e lo stato dell’habitat sono state realizzate azioni per recuperare le uova del pregiato pesce durante le asciutte invernali per farle sviluppare in incubatoi della Provincia e poi reintrodurre gli avanotti nel periodo adeguato . In questo modo èstato possibile salvaguardare un’importante popolazione di questa specie endemica del nord Italia
Il censimento dei 600 volontari nel Dossier che verrà presentato domani a Roma
Dalla Basilicata una buona notizia: 3 rarissime lontre avvistate e filmate in un laghetto a poche centinaia di metri dal Fiume Agri (Foto e filmato sul sito www.wwf.it)
E’ stato uno 30 fiumi censiti dal WWF, il fiume Agri nel cuore della Basilicata, a regalare la sorpresa a poche ore dall’evento dedicato dal WWF ai fiumi italiani: 3 splendidi esemplari della rarissima lontra (Lutra lutra) intenti a nutrirsi in un laghetto, sono stati fotografati e filmati dai responsabili locali dell’associazione. E’ accaduto nel cuore del Parco dell’Appennino lucano, una notizia eccezionale dopo i tragici ritrovamenti dello scorso anno con ben 4 lontre trovate morte. Il nuovo anno lascia dunque ben sperare sia per la specie che per la biodiversità di quel tratto di fiume, catalogato tra quelli più ‘maltrattati’ nella classifica del WWF con 51 depositi abusivi di rifiuti mappati e 91 tra sbarramenti e traverse che ne interrompono la continuità ecologica.
Dalla Mappa del WWF i fiumi Melfa, Tagliamento, Angitola e Ciane sono quelli in buono stato migliore. Seguono a metà classifica, in ordine decrescente, torrente Arzino, Taro, Simeto, Biferno, Sangro, Piave, Ippari, Magra, Adda, Ofanto, Oreto, Savio. Chiudono la classifica Volturno, Sagittario-Aterno, Arno, Aniene, Agri, Tevere, Po di Primaro e buon ultimo il Chiascio. Questa in sintesi la ”fotografia” che emerge dal dossier WWF "Fiumi d'Italia" che verrà presentata domani a Roma in un Convegno presso Palazzo Valentini (Sala Monsignor Di Liegro - Via IV Novembre 119/a) a seguito del censimento LIBERAFIUMI dello scorso maggio che ha coinvolto oltre 600 volontari in tutta Italia per mappare lo stato di una trentina di fiumi italiani. Al convegno, che ha il patrocinio della Provincia di Roma, partecipa anche il Presidente, Nicola Zingaretti.
SINDROME DELL‘ABBANDONO’ PER I FIUMI ITALIANI
Il ritardo politico, istituzionale e culturale nella gestione dei fiumi, unito ad una endemica incapacità di affrontare per tempo e responsabilmente i problemi ambientali sono forse le principali cause per comprendere i mali dei nostri fiumi fotografati dal censimento WWF.
Mali come la canalizzazione e la diffusa infrastrutturazione della rete idrografica, il consumo e l’impermeabilizzazione dei suoli, che dovrebbero essere lasciati all’esondazione naturale, la continua distruzione della vegetazione naturale che cresce lungo le sponde, i progetti di navigazione come ultima scusa per cavare sabbia e ghiaia dal letto dei fiumi, l’aumento e la diversificazione degli usi dell’acqua, fino ad usarla in maniera indiscriminata per la neve artificiale.
A questo si aggiunga un devastante incremento dei piccoli impianti idroelettrici, incentivati con i fondi per le energie rinnovabili, soprattutto sull’arco alpino dove si tende a non “perdere” un goccio d’acqua, a scapito del minimo deflusso vitale e con buona pace per chi sta a valle.
Ma anche l’agricoltura, la florovivaistica e la zootecnia producono impatti ambientali estremamente pesanti ai corsi d’acqua e alle falde in molte parti del Paese, come nella media pianura padana tra l’Oglio, il Po e il Mincio o nella piana dell’Arno nel pistoiese.
Gli eccessivi prelievi d’acqua per i differenti usi, spesso scoordinati tra loro hanno stravolto i regimi naturali dei corsi d’acqua, enfatizzando i fenomeni estremi (magre e piene) ai quali, recentemente, si sono aggiunte le conseguenze dei cambiamenti climatici.
Nel rapporto appena ultimato dall’Agenzia europea per l’ambiente si conferma, infatti, come tra il 1998 e il 2009 i disastri naturali hanno causato in Europa poco meno di 100 mila morti, hanno colpito 11 milioni di persone e hanno prodotto danni per 150 miliardi di euro.
I PESCI ITALIANI PARLANO ‘TROPPE’ LINGUE
In questa generale situazione di vulnerabilità degli ecosistemi acquatici negli ultimi anni si è avuto un aumento delle specie alloctone (specie introdotte originarie di altre parti del mondo) di animali e piante che hanno ulteriormente contribuito ad impoverire la biodiversità originaria e ad alterare gli habitat. La “lista rossa” delle specie di pesci italiane mostra una situazione allarmante un po’ per tutte, in particolare per lo Storione, lo Storione ladano e la Lampreda di fiume, che in Italia sono considerate praticamente estinte. Ma anche pesci apparentemente comuni come l’Anguilla, il Triotto, la Tinca, il Luccio, la Scardola e il Latterino da pochi anni sono considerati “quasi a rischio” e sembrano proseguire il loro trend negativo anche dai dati raccolti dal censimento WWF. Di contro aumentano le specie aliene che, grazie alla vulnerabilità crescente degli ecosistemi fluviali e alle infelici immissioni, continuano a diffondersi: è il caso dell’Abramide, del Siluro, della Pseudorasbora, del Cobite di stagno orientale, che si sono aggiunte alle numerose già presenti e “naturalizzate”, come il Persico sole, il Persico trota, il Pesce gatto, la Gambusia, il Lucioperca, il Carassio, la Trota iridea e tanti altri. In totale gli studi identificano almeno 112 specie faunistiche alloctone, tra invertebrati e vertebrati, presenti nel nostro Paese.
LA ‘COSTANTE’ DEI FIUMI: LE DISCARICHE
Un capitolo del dossier è poi dedicato alle discariche abusive di rifiuti ritrovate lungo tutti i tratti censiti. Solo sul Volturno ne sono stati rilevati 65, mentre sull’Agri (Basilicata) erano 51 i depositi di rifiuti, mentre 25 sul Sangro (Abruzzo) o 24 sull’Ofanto (Puglia). Dei tratti fluviali censiti dal WWF ben 12 sono interessati da depositi o presenza di eternit; nel fiume Volturno delle 65 discariche rilevate oltre la metà contenevano amianto.
Per passare dal dissesto idrogeologico alla gestione responsabile dei bacini idrografici il WWF ha elaborato alcune proposte concrete.
RINATURAZIONE: PER TRASFORMARE ‘BOMBE A OROLOGERIA’ IN AMBIENTI SANI E SICURI
la vera risposta per diminuire i danni provocati da frane e esondazioni sempre più frequenti è la rinaturazione dei corsi d’acqua per ripristinare le caratteristiche ambientali e la funzionalità ecologica degli ecosistemi, perché solo un ambiente sano può reagire adeguatamente ad alluvioni, siccità e frane dissesto idrogeologico.
Per fare questo occorre ripristinare la qualità dell’acqua, ridurre le opere idrauliche di sfruttamento e difesa restituendo spazio al fiume (anche attraverso delocalizzazioni e modifiche urbanistiche innovative), ristabilendo le dinamiche geomorfologiche fluviali (riequilibrio nel trasporto di sedimenti, possibilità di divagare e di esondare in modo diffuso, ripristino di un regime idrologico più prossimo a quello naturale) e di corridoio ecologico ( riqualificazione della vegetazione della fascia riparia e del corridoio fluviale…).
DOVE TROVARE I FONDI:
Al di là di un necessario aumento delle disponibilità da parte del Governo, si dovrebbero poter utilizzare molte risorse che sono presenti sul territorio e che già, in teoria, dovrebbero essere utilizzate per far fronte al dissesto idrogeologico o per favorire la riqualificazione dei bacini idrografici. Le principali sono quelle derivanti dai canoni per l’uso dell’acqua, che, sebbene spesso troppo bassi, derivano dalla produzione idroelettrica,dalle ’attività agricole, dalle concessioni per la captazione di acque minerali e termali, dalle concessioni dei diritti di pesca, dalle concessioni per il demanio idrico…. Solo da un uso intelligente e cootrdinato di queste risorse si avrebbero sufficienti risorse per un serio cambio di rotta.
5 BUONE PRATICHE PER AIUTARE I FIUMI, TUTTE DA “CLONARE”:
Il WWF avanza una serie di proposte sulla scorta di una serie di esperienze e buone pratiche in atto tra cui:
RIFORESTAZIONE DEL PO NEL MANTOVANO
La Provincia di Mantova, dal 2007, ha attivato la forestazione a scopo ecologico e naturalistico delle zone di demanio idrico nelle golene del Po, anche a seguito delle proposte avanzate dopo il censimento WWF sul Po del 2001. I fondi occorrenti per piantumare i 1.000 ettari scopo del progetto derivano in buona parte da "10.0000 ettari di nuovi boschi e Sistemi Verdi multifunzionali della Regione Lombardia. Il primo intervento denominato "Isola Rodi" si è concluso nel 2009 con l'impianto di 60.000 piante su circa 50 ettari di superficie; i restanti interventi sono in corso di realizzazione e prevedono l'impianto di ulteriori 180.000 piante. E con la richiesta di concessione di altre aree, il progetto sta proseguendo, un patrimonio da lasciare alle generazioni future.
DARE SPAZIO AL FIUME: IL PROGETTO SULL’ESINO NELLE MARCHE
Il fiume Esino all’interno della Riserva Naturale oasi WWF Ripa Bianca è spesso soggetto da ripetute inondazioni che interessano prevalentemente i terreni agricoli limitrofi il fiume.
Il progetto della Riserva, che rappresenta una delle più importanti zone umide delle Marche, per gestire le esondazioni prevede di trasformare i terreni agricoli in un’area dove il fiume possa scorrere liberamente ritrovando i suoi spazi naturali nei momenti alluvionali, potenziando così la funzionalità ecologica dell'area e riducendo il rischio per le zone più a valle.
EDUCAZIONE AMBIENTALE LUNGO L’ANIENE
Nel 2005 il WWF Lazio con il contributo e la collaborazione della Provincia di Roma, ha avviato un programma per la conoscenza e valorizzazione del fiume Aniene. Il progetto ha prodotto un programma di educazione ambientale per la conoscenza dell’ecosistema fluviale da parte delle scuole elementari con lo svolgimento di un laboratorio didattico lungo il fiume. Sono stati poi redatti due manuali di educazione ambientale, destinati ad insegnanti ed alunni da promuovere anche in altri comuni della media valle dell’Aniene, in cui sono riportate le testimonianze più interessanti dell’esperienza educativa condotta dai ragazzi di Subiaco.
ECO-CERTIFICAZIONE EUROPEA DELL’IDROELETTRICO
Il problema della diffusione indiscriminata dell’idroelettrico può, almeno in parte, essere affrontato da una certificazione che tenga conto dei bacini idrografici su cui insistono queste attività. Il progetto europeo CH2OICE, al quale partecipa il WWF Italia, promuove adeguati criteri per il “bollino verde” ai sistemi idroelettrici che rispettano il più possibile l’integrità del bacino idrografico in tutte le sue componenti ambientali. E’ stata così sviluppata, con il contributo di esperti provenienti da 5 paesi europei (Italia, Slovenia, Francia, Slovacchia e Spagna), una metodologia di certificazione tecnicamente ed economicamente fattibile per la produzione di energia idroelettrica che, da una parte, consenta ai produttori di verificare volontariamente la compatibilità dei loro impianti con il buono stato ecologico dei corsi d’acqua interessati, dall’altra, permetta agli enti pubblici e agli utilizzatori finali di verificare l’effettiva sostenibilità ambientale dell’energia prodotta. Il lancio ufficiale a livello europeo di questo marchio di certificazione avverrà il 25 febbraio a Roma (www.ch2oice.eu).
CONSERVAZIONE DELLA TROTA MARMORATA NELL’ADDA
Un programma di conservazione della trota marmorata è stato avviato già dal 1999 sul fiume Adda grazie alla collaborazione delle Province di Lodi, Cremona con l’associazione Spinning Club Italia ed altre associazioni locali. Dopo aver raccolto dati sulla popolazione e lo stato dell’habitat sono state realizzate azioni per recuperare le uova del pregiato pesce durante le asciutte invernali per farle sviluppare in incubatoi della Provincia e poi reintrodurre gli avanotti nel periodo adeguato . In questo modo èstato possibile salvaguardare un’importante popolazione di questa specie endemica del nord Italia
martedì 25 gennaio 2011
FIUMI BATTETE LE MANI! Di Alex Zanotelli.
FIUMI BATTETE LE MANI! Di Alex Zanotelli.
Sono queste le parole del Salmo 98 che mi sono improvvisamente affiorate alla mente quando mi è stato comunicato che la Corte Costituzionale aveva dato il via al referendum sull’acqua. Dopo anni di impegno, un sussulto di gioia e di grazie al Signore che riesce ancora a operare meraviglie ,e un grazie allo straordinario “popolo dell’acqua” che ci ha regalato in due mesi un milione e mezzo di firme. La Corte ha approvato due dei tre quesiti referendari: il primo, che afferma che l’acqua è un bene di non rilevanza economica, e il terzo che toglie il profitto dall’acqua. Che la Corte Costituzionale( piuttosto conservatrice) abbia accolto queste due istanze sull’acqua in contrasto con i dogmi del sistema neo-liberista, è un piccolo miracolo. E questo grazie agli straordinari costituzionalisti che le hanno formulate e difese, da Rodotà a Ferrara, da Mattei a Lucarelli senza dimenticare Luciani.Ma la grande vincitrice è la cittadinanza attiva di questo paese che diventa il nuovo soggetto politico con cui anche i partiti dovranno fare i conti. “ I cittadini si sono appropriati del diritto di esprimersi sui beni comuni- hanno commentato A. Lucarelli e U. Mattei- sui beni di loro appartenenza, su quei beni che esprimono utilità funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali. Si è dato così significato e dignità all’art.1 della Costituzione Italiana , ovvero al principio che assegna al popolo la sovranità in una stagione di tragedia della democrazia rappresentativa.” Tutto questo apre a una nuova stagione di democrazia: il cammino per riappropriarci dei beni comuni che ci sono stati sottratti. E questo l’ abbiamo ottenuto senza finanziamenti(ognuno ha dato quello che ha potuto), senza i partiti presenti in Parlamento e senza l’appoggio dei grandi media. Questo rende ancora più straordinaria questa vittoria, la prima nel suo genere nell’ Unione Europea. Dobbiamo ora lavorare sodo per informare, sensibilizzare, per convincere 25 milioni di italiani ad andare a votare(questo è il quorum necessario per la validità del referendum).Sarà una campagna referendaria molto dura perché abbiamo davanti un Sistema economico-finanziario che non può perdere l’oggetto del desiderio del XXI secolo: l’oro blu che è già scarso e andrà sempre più scarseggiando per il surriscaldamento del Pianeta. Per questo dobbiamo organizzarci bene con comitati a livello provinciale come a quello regionale. Dobbiamo imparare i processi democratici partendo dal basso, lavorando in rete e tenendoci tutti per mano, nel profondo rispetto del volto di ogni persona. Dobbiamo far nascere il nuovo dentro un Sistema che mercifica tutto, anche le persone. Nel frattempo invitiamo poi i cittadini a chiedere tre cose: 1)la Moratoria della legge Ronchi, per impedire la privatizzazione dell’ acqua in pieno svolgimento del referendum perché, in caso di vittoria, quei Comuni che avranno privatizzato, dovranno sborsare somme notevoli ai privati per riappropriarsi della loro acqua; 2) la convocazione di un consiglio comunale monotematico sull’acqua per sottrarre il servizio idrico alle regole del mercato e della concorrenza, e sostenere e appoggiare i due Sì al referendum promosso dal Comitato referendario 2 Sì per l’acqua bene comune; 3)il voto referendario venga associato alle elezioni amministrative previste per il mese di maggio. Riteniamo poi fondamentale il ruolo che la Chiesa italiana può svolgere in questo referendum. Pertanto ai cristiani, alle parrocchie, alle comunità ecclesiali, chiediamo il coraggio di scendere a fianco di questo grande movimento dell’acqua pubblica. Chiediamo ai nostri vescovi di esprimersi ribadendo che l’acqua è la vita ed è un diritto fondamentale umano. In vista del referendum, chiediamo che la CEI si esprima sul tema di questo referendum, perché si tratta di un problema etico e morale. Tutto questo è stato espresso molto bene dal vescovo cileno Luis Infanti della Mora di Aysén(Patagonia), nella sua stupenda lettera pastorale “Dacci oggi la nostra acqua quotidiana” : “ La crescente politica di privatizzazione è moralmente inaccettabile quando cerca di impadronirsi di elementi così vitali come l’acqua, creando una nuova categoria sociale: gli esclusi. Alcune multinazionali che cercano di impadronirsi di alcuni beni della natura, e soprattutto dell’acqua, possono essere legalmente padroni di questi beni e dei relativi diritti, ma non sono eticamente proprietari di un bene dal quale dipende la vita dell’umanità. E’ un’ingiustizia istituzionalizzata che crea ulteriore fame e povertà, facendo sì che la natura sia la più sacrificata e che la specie più minacciata sia quella umana, i più poveri in particolare.” E allora diamoci tutti da fare perché ‘ i fiumi ritornino a battere le mani’ quando il popolo italiano sancirà con i Due Sì che l’acqua è bene comune, diritto fondamentale umano
Sono queste le parole del Salmo 98 che mi sono improvvisamente affiorate alla mente quando mi è stato comunicato che la Corte Costituzionale aveva dato il via al referendum sull’acqua. Dopo anni di impegno, un sussulto di gioia e di grazie al Signore che riesce ancora a operare meraviglie ,e un grazie allo straordinario “popolo dell’acqua” che ci ha regalato in due mesi un milione e mezzo di firme. La Corte ha approvato due dei tre quesiti referendari: il primo, che afferma che l’acqua è un bene di non rilevanza economica, e il terzo che toglie il profitto dall’acqua. Che la Corte Costituzionale( piuttosto conservatrice) abbia accolto queste due istanze sull’acqua in contrasto con i dogmi del sistema neo-liberista, è un piccolo miracolo. E questo grazie agli straordinari costituzionalisti che le hanno formulate e difese, da Rodotà a Ferrara, da Mattei a Lucarelli senza dimenticare Luciani.Ma la grande vincitrice è la cittadinanza attiva di questo paese che diventa il nuovo soggetto politico con cui anche i partiti dovranno fare i conti. “ I cittadini si sono appropriati del diritto di esprimersi sui beni comuni- hanno commentato A. Lucarelli e U. Mattei- sui beni di loro appartenenza, su quei beni che esprimono utilità funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali. Si è dato così significato e dignità all’art.1 della Costituzione Italiana , ovvero al principio che assegna al popolo la sovranità in una stagione di tragedia della democrazia rappresentativa.” Tutto questo apre a una nuova stagione di democrazia: il cammino per riappropriarci dei beni comuni che ci sono stati sottratti. E questo l’ abbiamo ottenuto senza finanziamenti(ognuno ha dato quello che ha potuto), senza i partiti presenti in Parlamento e senza l’appoggio dei grandi media. Questo rende ancora più straordinaria questa vittoria, la prima nel suo genere nell’ Unione Europea. Dobbiamo ora lavorare sodo per informare, sensibilizzare, per convincere 25 milioni di italiani ad andare a votare(questo è il quorum necessario per la validità del referendum).Sarà una campagna referendaria molto dura perché abbiamo davanti un Sistema economico-finanziario che non può perdere l’oggetto del desiderio del XXI secolo: l’oro blu che è già scarso e andrà sempre più scarseggiando per il surriscaldamento del Pianeta. Per questo dobbiamo organizzarci bene con comitati a livello provinciale come a quello regionale. Dobbiamo imparare i processi democratici partendo dal basso, lavorando in rete e tenendoci tutti per mano, nel profondo rispetto del volto di ogni persona. Dobbiamo far nascere il nuovo dentro un Sistema che mercifica tutto, anche le persone. Nel frattempo invitiamo poi i cittadini a chiedere tre cose: 1)la Moratoria della legge Ronchi, per impedire la privatizzazione dell’ acqua in pieno svolgimento del referendum perché, in caso di vittoria, quei Comuni che avranno privatizzato, dovranno sborsare somme notevoli ai privati per riappropriarsi della loro acqua; 2) la convocazione di un consiglio comunale monotematico sull’acqua per sottrarre il servizio idrico alle regole del mercato e della concorrenza, e sostenere e appoggiare i due Sì al referendum promosso dal Comitato referendario 2 Sì per l’acqua bene comune; 3)il voto referendario venga associato alle elezioni amministrative previste per il mese di maggio. Riteniamo poi fondamentale il ruolo che la Chiesa italiana può svolgere in questo referendum. Pertanto ai cristiani, alle parrocchie, alle comunità ecclesiali, chiediamo il coraggio di scendere a fianco di questo grande movimento dell’acqua pubblica. Chiediamo ai nostri vescovi di esprimersi ribadendo che l’acqua è la vita ed è un diritto fondamentale umano. In vista del referendum, chiediamo che la CEI si esprima sul tema di questo referendum, perché si tratta di un problema etico e morale. Tutto questo è stato espresso molto bene dal vescovo cileno Luis Infanti della Mora di Aysén(Patagonia), nella sua stupenda lettera pastorale “Dacci oggi la nostra acqua quotidiana” : “ La crescente politica di privatizzazione è moralmente inaccettabile quando cerca di impadronirsi di elementi così vitali come l’acqua, creando una nuova categoria sociale: gli esclusi. Alcune multinazionali che cercano di impadronirsi di alcuni beni della natura, e soprattutto dell’acqua, possono essere legalmente padroni di questi beni e dei relativi diritti, ma non sono eticamente proprietari di un bene dal quale dipende la vita dell’umanità. E’ un’ingiustizia istituzionalizzata che crea ulteriore fame e povertà, facendo sì che la natura sia la più sacrificata e che la specie più minacciata sia quella umana, i più poveri in particolare.” E allora diamoci tutti da fare perché ‘ i fiumi ritornino a battere le mani’ quando il popolo italiano sancirà con i Due Sì che l’acqua è bene comune, diritto fondamentale umano
sabato 22 gennaio 2011
Riflessioni a pelo d'acqua!
Emergenza acqua
L'acqua sulla Terra è il 40 per cento in meno di trent'anni fa, e nel 2020 tre miliardi di persone resteranno senza. Ma gli Stati più forti stanno già sfruttando la situazione per trasformare questa risorsa in bene commerciabile.
Il pianeta è rimasto a secco e, guarda caso, ce ne siamo accorti troppo tardi. Sotto la spinta della crescita demografica e per effetto dell'inquinamento, le risorse idriche pro capite negli ultimi trent'anni si sono ridotte del 40 per cento. Gli scienziati avvertono che, intorno al 2020, quando ad abitare la Terra saremo circa 8 miliardi, il numero delle persone senza accesso all'acqua potabile sarà di 3 miliardi circa. Le soluzioni prospettate finora per far fronte al problema hanno cercato di aumentare l'offerta, piuttosto che di contenere la domanda, rivelandosi però inefficaci: le grandi dighe sono al centro di dibattiti per gli alti costi umani e ambientali e per la razionalità ecologica, mentre la desalinizzazione, oltre ad avere costi economici proibitivi, presenta forti controindicazioni dal punto di vista ambientale ed energetico. Questi e altri stratagemmi mostrano tutti i loro limiti rispetto al complesso ecosistema del ciclo dell'acqua.
Di fronte al fallimento della tecnica, aumentano le previsioni catastrofiche sulla battaglia planetaria che si scatenerà per l'accesso all'"oro blu" del XXI secolo. "Il whisky è per bere, l'acqua per combattersi", sosteneva Mark Twain, e le tesi di osservatori internazionali, personalità politiche ed esperti di strategia sembrano confermare quella riflessione. Di fronte ai dati allarmanti sullo stato delle risorse idriche del pianeta, la maggior parte degli esperti hanno dichiarato che "le guerre del ventunesimo secolo scoppieranno a causa delle dispute sull'accesso all'acqua".
Quello delle "guerre per l'acqua" è un tema che si presta a catturare l'attenzione e le preoccupazioni dell'opinione pubblica, vista la centralità - e addirittura la sacralità - che l'acqua riveste in molte società e culture. Eppure il discorso, presentato esclusivamente nei termini della crescente scarsità - e conseguente rischio di conflitti armati - può risultare semplicistico: si tende a presentare la situazione come immodificabile, quasi apocalittica, senza interrogarsi sulle cause reali che hanno portato il pianeta sull'orlo del collasso idrico e che impediscono a un terzo dell'umanità di avere l'accesso diretto alle acque potabili.
Fiumi inquinati, acqua imbevibile
Viene da chiedersi come mai la Cina, sul cui territorio si concentrano più del 40 per cento delle risorse idriche mondiali, si trova ad affrontare una grave penuria d'acqua potabile e irrigua: mettendo al primo posto la crescita industriale, il governo di Pechino non si è infatti preoccupato di tutelare le risorse ambientali, con il risultato che attualmente un terzo dei corsi d'acqua è inquinato, mentre nelle città il 50 per cento dell'acqua non è potabile. E le vendite dell'acqua in bottiglia delle multinazionali come Danone e Nestlé esplodono grazie alla preoccupazione dei consumatori per la scarsa qualità dell'acqua del rubinetto.
Altro dubbio legittimo: a cosa si deve la differenza tra coloni israeliani e popolazione araba che, pur vivendo negli stessi territori, usufruiscono di differenti possibilità d'accesso e di utilizzazione delle risorse idriche? Il consumo medio palestinese, in Cisgiordania e a Gaza, è di circa 150 mc pro capite all'anno, mentre quello dei coloni israeliani dei territori occupati si aggira intorno ai 700-800 mc. L'accesso alle risorse idriche diventa così fonte di disuguaglianza e tensione, alimentando i problemi legati alla sicurezza: non è un caso se in Israele l'acqua dipende dal Ministero dell'Agricoltura, in Palestina dal Ministero Israeliano della Difesa. Il semplice riferimento alle dotazioni naturali non spiega neanche come mai due paesi come Spagna e Giordania, a parità di risorse idriche pro capite, percepiscono in modo assai diverso la loro situazione: chi si sognerebbe di pronosticare un'entrata in guerra della Spagna contro i suoi vicini per garantirsi l'approvvigionamento idrico? E' chiaro che, in molti casi in cui l'acqua sembrerebbe disponibile (come in Brasile, Cina, India, Turchia…), larghe fasce della popolazione non riescono a far valere il proprio titolo valido, per dirla alla Amartya Sen. La capacità di disporre di beni e servizi, e tra questi l'acqua (bene primario in termini igienico-sanitari e di sopravvivenza alimentare) dipende cioè dalle caratteristiche giuridiche, politiche, economiche e sociali di una certa società, e dalla posizione che l'individuo occupa in essa, piuttosto che dalla semplice disponibilità del bene o del servizio in questione.
Tariffe salate
I conflitti per l'accesso all'acqua iniziano all'interno dello Stato, coinvolgendo e opponendo i grossi coltivatori - fautori dell'agricoltura intensiva - ai piccoli proprietari terrieri, gli industriali agli operatori turistici, ma soprattutto tagliando fuori le comunità rurali e indigene il cui "approccio" all'acqua è, per così dire, di tipo imprenditoriale, e, inevitabilmente, gli abitanti delle periferie delle megalopoli, in cui le infrastrutture igienico-sanitarie sono poche o nulle. Questo tipo di conflitti non dipende tanto da fattori naturali come il clima o la dotazione di risorse idriche, quanto dalle scelte politiche, economiche e sociali di chi gestisce la res publica. In Bolivia, dove l'acqua non manca, all'inizio di aprile si è proclamato lo stato d'assedio per frenare le azioni di protesta diffuse in tutto il paese contro l'aumento delle tariffe dell'acqua del 20 per cento, previsto dal progetto governativo della Legge delle Acque che ne affida la gestione a un consorzio di multinazionali europee e americane.
Attualmente, nel mondo ci sono circa cinquanta conflitti tra Stati per cause legate all'accesso, all'utilizzo e alla proprietà di risorse idriche. Anche in questo caso, la maggior parte delle analisi citano come causa primaria un divario sempre più ampio tra la domanda e l'offerta, e, senza dubbio, si tratta di fattori cruciali: la zona in cui lo "stress idrico" minaccia da un momento all'altro di trasformarsi in conflitto armato è quella del Medio Oriente, dove il clima e le riserve idriche sono tra i più disgraziati del pianeta. Ma le spiegazioni basate sulla penuria d'acqua sono solo una mezza verità: che dire ad esempio della Turchia, vero e proprio chateau d'eau del Medio Oriente, con risorse idriche pro capite superiori a quelle italiane, e che però combatte da anni con Siria e Iraq per il controllo di Tigri ed Eufrate? Quello turco - ma anche quello dell'Egitto nei confronti di Etiopia e Sudan, e di Israele verso i suoi vicini arabi, tanto per citarne qualcuno - è un classico esempio di "idropolitica", ovvero di politica fatta con l'acqua: strumento strategico per assicurarsi il potere e la supremazia economica in una determinata regione.
Acqua come il petrolio
Nelle zone più aride la questione idrica è sempre servita ad alimentare la propaganda di regimi nazionalisti - si pensi alla retorica che circonda la costruzione di una grande diga, e ai nomi che le vengono dati: Saddam, Ataturk, Nasser. Così l'acqua si è trasformata, di volta in volta, in obiettivo strategico da colpire per indebolire l'avversario, in uno strumento di ricatto che serviva a garantire la supremazia regionale. Con l'attuazione del progetto Gap, che prevede la realizzazione di 22 dighe e 19 centrali idroelettriche, la Turchia ha due obiettivi: ribadire la sua supremazia rispetto a Siria e Iraq - anche quelli alle prese con progetti idraulici altrettanto imponenti - e controllare militarmente (con la scusa di proteggere i cantieri dagli attentati) i territori dell'Anatolia sudorientale, che da sempre sono roccaforte dei curdi.
Il caso turco, così come quello israeliano, dimostra come le "guerre per l'acqua" possano essere la conseguenza più che la causa delle tensioni internazionali, e rivela la pericolosità delle logiche dell'idropolitica. Una politica di potenza basata sul ricatto idrico, e sulle difficoltà di approvvigionamento degli avversari, non è certo la strada migliore per risolvere la penuria d'acqua: al contrario, tende a "mantenere" la scarsità per poter far valere i propri meccanismi. E' chiaro che, in questo contesto, la proposta di considerare l'acqua come bene economico raro, assegnandole un prezzo di mercato che ne rifletta la scarsità, non favorisce la pace e la cooperazione, come sostengono i suoi fautori, ma porta dritti alla petrolizzazione dell'acqua. La soluzione ai problemi legati alla scarsità idrica in molti casi non si trova nell'acqua, o in costose e discutibili soluzioni tecniche, ma passa per la volontà politica dei dirigenti. Che vuol dire avviare una seria cooperazione a livello regionale e internazionale
Tratto da http://www.oneworld.org
Quanto costerà l'acqua?
La Banca mondiale sostiene la privatizzazione dei diritti all'acqua nel terzo mondo
Alcuni anni fa, Ismail Serageldin, il vice presidente della Banca mondiale, disse che le guerre nel ventunesimo secolo saranno guerre per l'acqua. Si riferì al fatto che le fonti di acqua fresca nel mondo sono destinate a scarseggiare in modo allarmante e che di conseguenza saranno inevitabili dei conflitti.
In risposta alla crisi, la Banca mondiale ha deciso di sostenere la privatizzazione delle acque e la tariffazione a costo pieno. Questa decisione sta causando sconcerto in parecchi dei paesi del terzo mondo dove forse in futuro la gente non si potrà più permettere l'utilizzo dell'acqua dopo che venga privatizzata.
In Bolivia, dove un rappresentante della Banca mondiale partecipa a pieno titolo nelle riunioni del Consiglio dei Ministri, la Banca si è rifiutata di prestare garanzia per un prestito di 25 milioni di dollari per il rifinanziamento dei servizi idrici a Cochabamba, la terza città del paese, se non a condizione che il governo vendesse il sistema pubblico delle acque al settore privato e permettesse che tutti i costi gravassero d'ora in avanti sui consumatori. Nelle trattative di vendita una sola offerta veniva considerata, e il sistema idrico passò nelle mani di un sussidiario della Bechtel Corporation, già tristemente famosa per un progetto idroelettrico in Cina detto "delle tre gole", che ha provocato lo sradicamento di 1.300.000 persone nella zona.
Nel Gennaio 1999, prima di aprire un suo ufficio, Bechtel già annunciò il raddoppiamento dei prezzi dell'acqua. Per molti boliviani, questo significava che ormai l'acqua era più costosa dello stesso cibo. Molta gente che sopravvive con un salario minimo o che non ha lavoro, vedeva la bolletta dell'acqua consumare quasi la metà del loro magro budget mensile.
Aggiungendo la beffa al danno, la Banca mondiale impose un regime di monopolio per i concessionari privati dell'acqua, annunciò il suo sostegno per la tariffazione a pieno costo, legò il prezzo dell'acqua al dollaro e dichiarò che nessuno dei suoi crediti poteva essere utilizzato per dare sussidi ai poveri per i servizi idrici. Tutte le acque, incluse quelle da fonti comunali, erano soggette a permessi di utilizzo ed i contadini dovevano perfino comprare dei permessi per le eventuali cisterne sui loro terreni che immagazzinavano l'acqua piovana!
Storie di questo genere si vedono già in molte parti del mondo. Nel momento in cui l'umanità comincia a rendersi conto delle terribili implicazioni della crisi dell'acqua potabile, alcune multinazionali dell'alimentazione e dell'acqua, con il sostegno della Banca mondiale, stanno commercializzando le risorse idriche dei paesi del terzo mondo. Nel forum internazionale sull'acqua all'Aia nel marzo di quest'anno, organizzato dalle Nazioni Unite e dalla Banca mondiale, la voce dominante era chiaramente quella delle multinazionali.
La privatizzazione delle risorse idriche comunali può essere una cosa terribile e i suoi effetti sono ben documentati. Le tariffe vengono raddoppiate o triplicate, i profitti dei gestori aumentano anche del 700 per cento, la corruzione è evidente, la qualità dell'acqua diminuisce, a volte in modo drammatico, si incoraggia l'utilizzo sconsiderato dell'acqua per aumentare il profitto e si chiude il rubinetto agli utenti che non possono pagare. Quando la privatizzazione arriva al terzo mondo, quelli che non possono pagare moriranno.
Non vi disperate però. Almeno in Bolivia, la storia ha avuto, per ora, un lieto fine. Centinaia di migliaia di Boliviani si sono messi in moto marciando su Cochabamba per protestare contro le decisioni del governo. Il 10 aprile l'hanno vinta. Il governo ha espulso la Bechtel Corporation ed ha revocato la legislazione sulla privatizzazione delle acque.
Oscar Olivera, il calzolaio boliviano che ha innescato la battaglia ha portato il suo messaggio in Nordamerica parlando ad una manifestazione a Washington in occasione di recenti riunioni della Banca mondiale e del Fondo Monetario Internazionale. Egli diceva che dove l'acqua viene privatizzata e commercializzata per profitto, non raggiunge più la gente che ne ha bisogno ma al contrario, servirà solamente per arricchire una manciata di multinazionali dell'acqua.
Questo articolo è stato scritto da Maude Barlow per il Toronto Globe and Mail, Canada, l'11 maggio 2000. Abbiamo trovato il testo (in inglese) nella rivista NEXUS (La Leva di Archimede)
L'acqua sulla Terra è il 40 per cento in meno di trent'anni fa, e nel 2020 tre miliardi di persone resteranno senza. Ma gli Stati più forti stanno già sfruttando la situazione per trasformare questa risorsa in bene commerciabile.
Il pianeta è rimasto a secco e, guarda caso, ce ne siamo accorti troppo tardi. Sotto la spinta della crescita demografica e per effetto dell'inquinamento, le risorse idriche pro capite negli ultimi trent'anni si sono ridotte del 40 per cento. Gli scienziati avvertono che, intorno al 2020, quando ad abitare la Terra saremo circa 8 miliardi, il numero delle persone senza accesso all'acqua potabile sarà di 3 miliardi circa. Le soluzioni prospettate finora per far fronte al problema hanno cercato di aumentare l'offerta, piuttosto che di contenere la domanda, rivelandosi però inefficaci: le grandi dighe sono al centro di dibattiti per gli alti costi umani e ambientali e per la razionalità ecologica, mentre la desalinizzazione, oltre ad avere costi economici proibitivi, presenta forti controindicazioni dal punto di vista ambientale ed energetico. Questi e altri stratagemmi mostrano tutti i loro limiti rispetto al complesso ecosistema del ciclo dell'acqua.
Di fronte al fallimento della tecnica, aumentano le previsioni catastrofiche sulla battaglia planetaria che si scatenerà per l'accesso all'"oro blu" del XXI secolo. "Il whisky è per bere, l'acqua per combattersi", sosteneva Mark Twain, e le tesi di osservatori internazionali, personalità politiche ed esperti di strategia sembrano confermare quella riflessione. Di fronte ai dati allarmanti sullo stato delle risorse idriche del pianeta, la maggior parte degli esperti hanno dichiarato che "le guerre del ventunesimo secolo scoppieranno a causa delle dispute sull'accesso all'acqua".
Quello delle "guerre per l'acqua" è un tema che si presta a catturare l'attenzione e le preoccupazioni dell'opinione pubblica, vista la centralità - e addirittura la sacralità - che l'acqua riveste in molte società e culture. Eppure il discorso, presentato esclusivamente nei termini della crescente scarsità - e conseguente rischio di conflitti armati - può risultare semplicistico: si tende a presentare la situazione come immodificabile, quasi apocalittica, senza interrogarsi sulle cause reali che hanno portato il pianeta sull'orlo del collasso idrico e che impediscono a un terzo dell'umanità di avere l'accesso diretto alle acque potabili.
Fiumi inquinati, acqua imbevibile
Viene da chiedersi come mai la Cina, sul cui territorio si concentrano più del 40 per cento delle risorse idriche mondiali, si trova ad affrontare una grave penuria d'acqua potabile e irrigua: mettendo al primo posto la crescita industriale, il governo di Pechino non si è infatti preoccupato di tutelare le risorse ambientali, con il risultato che attualmente un terzo dei corsi d'acqua è inquinato, mentre nelle città il 50 per cento dell'acqua non è potabile. E le vendite dell'acqua in bottiglia delle multinazionali come Danone e Nestlé esplodono grazie alla preoccupazione dei consumatori per la scarsa qualità dell'acqua del rubinetto.
Altro dubbio legittimo: a cosa si deve la differenza tra coloni israeliani e popolazione araba che, pur vivendo negli stessi territori, usufruiscono di differenti possibilità d'accesso e di utilizzazione delle risorse idriche? Il consumo medio palestinese, in Cisgiordania e a Gaza, è di circa 150 mc pro capite all'anno, mentre quello dei coloni israeliani dei territori occupati si aggira intorno ai 700-800 mc. L'accesso alle risorse idriche diventa così fonte di disuguaglianza e tensione, alimentando i problemi legati alla sicurezza: non è un caso se in Israele l'acqua dipende dal Ministero dell'Agricoltura, in Palestina dal Ministero Israeliano della Difesa. Il semplice riferimento alle dotazioni naturali non spiega neanche come mai due paesi come Spagna e Giordania, a parità di risorse idriche pro capite, percepiscono in modo assai diverso la loro situazione: chi si sognerebbe di pronosticare un'entrata in guerra della Spagna contro i suoi vicini per garantirsi l'approvvigionamento idrico? E' chiaro che, in molti casi in cui l'acqua sembrerebbe disponibile (come in Brasile, Cina, India, Turchia…), larghe fasce della popolazione non riescono a far valere il proprio titolo valido, per dirla alla Amartya Sen. La capacità di disporre di beni e servizi, e tra questi l'acqua (bene primario in termini igienico-sanitari e di sopravvivenza alimentare) dipende cioè dalle caratteristiche giuridiche, politiche, economiche e sociali di una certa società, e dalla posizione che l'individuo occupa in essa, piuttosto che dalla semplice disponibilità del bene o del servizio in questione.
Tariffe salate
I conflitti per l'accesso all'acqua iniziano all'interno dello Stato, coinvolgendo e opponendo i grossi coltivatori - fautori dell'agricoltura intensiva - ai piccoli proprietari terrieri, gli industriali agli operatori turistici, ma soprattutto tagliando fuori le comunità rurali e indigene il cui "approccio" all'acqua è, per così dire, di tipo imprenditoriale, e, inevitabilmente, gli abitanti delle periferie delle megalopoli, in cui le infrastrutture igienico-sanitarie sono poche o nulle. Questo tipo di conflitti non dipende tanto da fattori naturali come il clima o la dotazione di risorse idriche, quanto dalle scelte politiche, economiche e sociali di chi gestisce la res publica. In Bolivia, dove l'acqua non manca, all'inizio di aprile si è proclamato lo stato d'assedio per frenare le azioni di protesta diffuse in tutto il paese contro l'aumento delle tariffe dell'acqua del 20 per cento, previsto dal progetto governativo della Legge delle Acque che ne affida la gestione a un consorzio di multinazionali europee e americane.
Attualmente, nel mondo ci sono circa cinquanta conflitti tra Stati per cause legate all'accesso, all'utilizzo e alla proprietà di risorse idriche. Anche in questo caso, la maggior parte delle analisi citano come causa primaria un divario sempre più ampio tra la domanda e l'offerta, e, senza dubbio, si tratta di fattori cruciali: la zona in cui lo "stress idrico" minaccia da un momento all'altro di trasformarsi in conflitto armato è quella del Medio Oriente, dove il clima e le riserve idriche sono tra i più disgraziati del pianeta. Ma le spiegazioni basate sulla penuria d'acqua sono solo una mezza verità: che dire ad esempio della Turchia, vero e proprio chateau d'eau del Medio Oriente, con risorse idriche pro capite superiori a quelle italiane, e che però combatte da anni con Siria e Iraq per il controllo di Tigri ed Eufrate? Quello turco - ma anche quello dell'Egitto nei confronti di Etiopia e Sudan, e di Israele verso i suoi vicini arabi, tanto per citarne qualcuno - è un classico esempio di "idropolitica", ovvero di politica fatta con l'acqua: strumento strategico per assicurarsi il potere e la supremazia economica in una determinata regione.
Acqua come il petrolio
Nelle zone più aride la questione idrica è sempre servita ad alimentare la propaganda di regimi nazionalisti - si pensi alla retorica che circonda la costruzione di una grande diga, e ai nomi che le vengono dati: Saddam, Ataturk, Nasser. Così l'acqua si è trasformata, di volta in volta, in obiettivo strategico da colpire per indebolire l'avversario, in uno strumento di ricatto che serviva a garantire la supremazia regionale. Con l'attuazione del progetto Gap, che prevede la realizzazione di 22 dighe e 19 centrali idroelettriche, la Turchia ha due obiettivi: ribadire la sua supremazia rispetto a Siria e Iraq - anche quelli alle prese con progetti idraulici altrettanto imponenti - e controllare militarmente (con la scusa di proteggere i cantieri dagli attentati) i territori dell'Anatolia sudorientale, che da sempre sono roccaforte dei curdi.
Il caso turco, così come quello israeliano, dimostra come le "guerre per l'acqua" possano essere la conseguenza più che la causa delle tensioni internazionali, e rivela la pericolosità delle logiche dell'idropolitica. Una politica di potenza basata sul ricatto idrico, e sulle difficoltà di approvvigionamento degli avversari, non è certo la strada migliore per risolvere la penuria d'acqua: al contrario, tende a "mantenere" la scarsità per poter far valere i propri meccanismi. E' chiaro che, in questo contesto, la proposta di considerare l'acqua come bene economico raro, assegnandole un prezzo di mercato che ne rifletta la scarsità, non favorisce la pace e la cooperazione, come sostengono i suoi fautori, ma porta dritti alla petrolizzazione dell'acqua. La soluzione ai problemi legati alla scarsità idrica in molti casi non si trova nell'acqua, o in costose e discutibili soluzioni tecniche, ma passa per la volontà politica dei dirigenti. Che vuol dire avviare una seria cooperazione a livello regionale e internazionale
Tratto da http://www.oneworld.org
Quanto costerà l'acqua?
La Banca mondiale sostiene la privatizzazione dei diritti all'acqua nel terzo mondo
Alcuni anni fa, Ismail Serageldin, il vice presidente della Banca mondiale, disse che le guerre nel ventunesimo secolo saranno guerre per l'acqua. Si riferì al fatto che le fonti di acqua fresca nel mondo sono destinate a scarseggiare in modo allarmante e che di conseguenza saranno inevitabili dei conflitti.
In risposta alla crisi, la Banca mondiale ha deciso di sostenere la privatizzazione delle acque e la tariffazione a costo pieno. Questa decisione sta causando sconcerto in parecchi dei paesi del terzo mondo dove forse in futuro la gente non si potrà più permettere l'utilizzo dell'acqua dopo che venga privatizzata.
In Bolivia, dove un rappresentante della Banca mondiale partecipa a pieno titolo nelle riunioni del Consiglio dei Ministri, la Banca si è rifiutata di prestare garanzia per un prestito di 25 milioni di dollari per il rifinanziamento dei servizi idrici a Cochabamba, la terza città del paese, se non a condizione che il governo vendesse il sistema pubblico delle acque al settore privato e permettesse che tutti i costi gravassero d'ora in avanti sui consumatori. Nelle trattative di vendita una sola offerta veniva considerata, e il sistema idrico passò nelle mani di un sussidiario della Bechtel Corporation, già tristemente famosa per un progetto idroelettrico in Cina detto "delle tre gole", che ha provocato lo sradicamento di 1.300.000 persone nella zona.
Nel Gennaio 1999, prima di aprire un suo ufficio, Bechtel già annunciò il raddoppiamento dei prezzi dell'acqua. Per molti boliviani, questo significava che ormai l'acqua era più costosa dello stesso cibo. Molta gente che sopravvive con un salario minimo o che non ha lavoro, vedeva la bolletta dell'acqua consumare quasi la metà del loro magro budget mensile.
Aggiungendo la beffa al danno, la Banca mondiale impose un regime di monopolio per i concessionari privati dell'acqua, annunciò il suo sostegno per la tariffazione a pieno costo, legò il prezzo dell'acqua al dollaro e dichiarò che nessuno dei suoi crediti poteva essere utilizzato per dare sussidi ai poveri per i servizi idrici. Tutte le acque, incluse quelle da fonti comunali, erano soggette a permessi di utilizzo ed i contadini dovevano perfino comprare dei permessi per le eventuali cisterne sui loro terreni che immagazzinavano l'acqua piovana!
Storie di questo genere si vedono già in molte parti del mondo. Nel momento in cui l'umanità comincia a rendersi conto delle terribili implicazioni della crisi dell'acqua potabile, alcune multinazionali dell'alimentazione e dell'acqua, con il sostegno della Banca mondiale, stanno commercializzando le risorse idriche dei paesi del terzo mondo. Nel forum internazionale sull'acqua all'Aia nel marzo di quest'anno, organizzato dalle Nazioni Unite e dalla Banca mondiale, la voce dominante era chiaramente quella delle multinazionali.
La privatizzazione delle risorse idriche comunali può essere una cosa terribile e i suoi effetti sono ben documentati. Le tariffe vengono raddoppiate o triplicate, i profitti dei gestori aumentano anche del 700 per cento, la corruzione è evidente, la qualità dell'acqua diminuisce, a volte in modo drammatico, si incoraggia l'utilizzo sconsiderato dell'acqua per aumentare il profitto e si chiude il rubinetto agli utenti che non possono pagare. Quando la privatizzazione arriva al terzo mondo, quelli che non possono pagare moriranno.
Non vi disperate però. Almeno in Bolivia, la storia ha avuto, per ora, un lieto fine. Centinaia di migliaia di Boliviani si sono messi in moto marciando su Cochabamba per protestare contro le decisioni del governo. Il 10 aprile l'hanno vinta. Il governo ha espulso la Bechtel Corporation ed ha revocato la legislazione sulla privatizzazione delle acque.
Oscar Olivera, il calzolaio boliviano che ha innescato la battaglia ha portato il suo messaggio in Nordamerica parlando ad una manifestazione a Washington in occasione di recenti riunioni della Banca mondiale e del Fondo Monetario Internazionale. Egli diceva che dove l'acqua viene privatizzata e commercializzata per profitto, non raggiunge più la gente che ne ha bisogno ma al contrario, servirà solamente per arricchire una manciata di multinazionali dell'acqua.
Questo articolo è stato scritto da Maude Barlow per il Toronto Globe and Mail, Canada, l'11 maggio 2000. Abbiamo trovato il testo (in inglese) nella rivista NEXUS (La Leva di Archimede)
I bambini afghani hanno sete. Scene da un altro mondo!
http://it.peacereporter.net/videogallery/video/12357
venerdì 14 gennaio 2011
Così si fa ! Bolzano, città carbon neutral al 2030
Bolzano, città carbon neutral al 2030
Bolzano vista come una fonte di energia da sfruttare in modo più efficiente. Questo è il concetto alla base del piano energetico e climatico che il Comune vuole realizzare per rendere la città neutrale al 2030 dal punto di vista delle emissioni. Si punterà soprattutto su riqualificazione energetica, mobilità, energia solare e idroelettricità. Bolzano, “Città alpina dell’anno 2009”, punta a diventare a zero emissioni entro il 2030. Il piano energetico e climatico, approvato all’unanimità dal Consiglio comunale, è stato ideato da Helmuth Moroder. che nel gennaio del 2011 assumerà la carica di city manager del Comune.
La sua visione della città è particolare: la vede infatti come un’unica grande fonte d’energia, che è sfruttata ancora in maniera poco efficiente.
L’energia che si volatilizza senza lasciare traccia è tantissima. Altrettante sono le potenzialità in termini di risparmio energetico. Le risorse naturali, come l’energia solare e quella idroelettrica, non sono ancora utilizzate a sufficienza.
Tra le aree che meriteranno un deciso intervento ci sono le seguenti:
Riqualificazione energetica di edifici già esistenti, nonché norme più severe per edifici nuovi
Mobilità: più pedoni e biciclette, potenziamento della rete dei mezzi pubblici
Energie rinnovabili: impianti fotovoltaici e solari, nuove piccole centrali idroelettriche fluviali
Le potenzialità di questi provvedimenti sono state valutate dagli esperti dell’Accademia Europea (EURAC), che sono giunti alla conclusione che si potrebbero risparmiare circa 1.650 GWh/anno, di cui 680 nel settore mobilità, 600 in energia termica e 380 in elettricità.
Gli autori del piano non quantificano l’investimento iniziale necessario, ma forniscono una stima sulla riduzione annuale della spesa totale per l’energia. Questa di si aggirerebbe intorno ai 160 milioni di euro/anno, di cui 61 milioni nel settore mobilità, 42 per l’energia termica e 57 milioni in energia elettrica.
Dalle analisi effettuate inoltre emerge che l’obiettivo delle 2 tonnellate di CO2 per abitante all’anno è realistico, ma solo se si procederà con una messa in pratica coerente di questi provvedimenti così ampi e complessi.
Secondo Helmuth Moroder questo sviluppo è assolutamente fattibile, soprattutto perché il risparmio di energia e di CO2 darà un importante valore aggiunto anche da un punto di vista economico: “Raggiungere l’obiettivo della neutralità climatica comporta vantaggi economici formidabili. Se per esempio mettiamo in atto un piano di risanamento edilizio a livello energetico, andremo ad investire per 20 anni circa 42 milioni euro l’anno, capitali che dovranno essere diretti nei cicli economici locali, con la conseguente creazione di lavoro a imprese, artigiani, progettisti, ecc.“
Un rapporto curato da EURAC e dalla Città di Bolzano dal titolo "Bolzano, Fonte di Energia", merita di essere considerato con attenzione, perché vi sono analizzate con estremo dettaglio tutte le fonti di emissioni di CO2 della città e vengono definiti alcuni scenari molto ambiziosi ma realistici per il comune altoatesino.
5 gennaio 2011
Bolzano vista come una fonte di energia da sfruttare in modo più efficiente. Questo è il concetto alla base del piano energetico e climatico che il Comune vuole realizzare per rendere la città neutrale al 2030 dal punto di vista delle emissioni. Si punterà soprattutto su riqualificazione energetica, mobilità, energia solare e idroelettricità. Bolzano, “Città alpina dell’anno 2009”, punta a diventare a zero emissioni entro il 2030. Il piano energetico e climatico, approvato all’unanimità dal Consiglio comunale, è stato ideato da Helmuth Moroder. che nel gennaio del 2011 assumerà la carica di city manager del Comune.
La sua visione della città è particolare: la vede infatti come un’unica grande fonte d’energia, che è sfruttata ancora in maniera poco efficiente.
L’energia che si volatilizza senza lasciare traccia è tantissima. Altrettante sono le potenzialità in termini di risparmio energetico. Le risorse naturali, come l’energia solare e quella idroelettrica, non sono ancora utilizzate a sufficienza.
Tra le aree che meriteranno un deciso intervento ci sono le seguenti:
Riqualificazione energetica di edifici già esistenti, nonché norme più severe per edifici nuovi
Mobilità: più pedoni e biciclette, potenziamento della rete dei mezzi pubblici
Energie rinnovabili: impianti fotovoltaici e solari, nuove piccole centrali idroelettriche fluviali
Le potenzialità di questi provvedimenti sono state valutate dagli esperti dell’Accademia Europea (EURAC), che sono giunti alla conclusione che si potrebbero risparmiare circa 1.650 GWh/anno, di cui 680 nel settore mobilità, 600 in energia termica e 380 in elettricità.
Gli autori del piano non quantificano l’investimento iniziale necessario, ma forniscono una stima sulla riduzione annuale della spesa totale per l’energia. Questa di si aggirerebbe intorno ai 160 milioni di euro/anno, di cui 61 milioni nel settore mobilità, 42 per l’energia termica e 57 milioni in energia elettrica.
Dalle analisi effettuate inoltre emerge che l’obiettivo delle 2 tonnellate di CO2 per abitante all’anno è realistico, ma solo se si procederà con una messa in pratica coerente di questi provvedimenti così ampi e complessi.
Secondo Helmuth Moroder questo sviluppo è assolutamente fattibile, soprattutto perché il risparmio di energia e di CO2 darà un importante valore aggiunto anche da un punto di vista economico: “Raggiungere l’obiettivo della neutralità climatica comporta vantaggi economici formidabili. Se per esempio mettiamo in atto un piano di risanamento edilizio a livello energetico, andremo ad investire per 20 anni circa 42 milioni euro l’anno, capitali che dovranno essere diretti nei cicli economici locali, con la conseguente creazione di lavoro a imprese, artigiani, progettisti, ecc.“
Un rapporto curato da EURAC e dalla Città di Bolzano dal titolo "Bolzano, Fonte di Energia", merita di essere considerato con attenzione, perché vi sono analizzate con estremo dettaglio tutte le fonti di emissioni di CO2 della città e vengono definiti alcuni scenari molto ambiziosi ma realistici per il comune altoatesino.
5 gennaio 2011
mercoledì 12 gennaio 2011
SI A DUE DEI TRE REFERENDUM PER L'ACQUA PUBBLICA!
Roma, 12 gen. (TMNews) - La Corte costituzionale ha ammesso due dei quattro referendum sulla gestione dell'acqua, assieme al quesito che riguarda l'abrogazione delle norme che consentono di realizzare sul territorio nazionale impianti per la produzione di energia nucleare. Lo si apprende da fonti della Consulta. Gli altri due quesiti relativi alla gestione delle risorse idriche sono stati 'bocciati' dai giudici della Consulta.
N.R. Dei 3 quesiti referendari presentati dai movimenti per l'acqua pubblica è stato respinto il secondo quesito sulla possibilità di scelta sul tipo di società gestione del SII se pubblico o pubblico-privata. E' stato invece respinto il quesito referendario dell'Idv sull'acqua.
Questo è un primo importante passo verso l'acqua pubblica!
N.R. Dei 3 quesiti referendari presentati dai movimenti per l'acqua pubblica è stato respinto il secondo quesito sulla possibilità di scelta sul tipo di società gestione del SII se pubblico o pubblico-privata. E' stato invece respinto il quesito referendario dell'Idv sull'acqua.
Questo è un primo importante passo verso l'acqua pubblica!
Acqua di Patagonia e le dighe di Aysen.
Peacereporter, Dicembre 2010
Il Reportage Cile
Acqua di Patagonia
di Camilla Martini
A vederla su una mappa la regione dell'Aysén sembrerebbe del tutto disabitata. Le linee disegnate nel 1927 per definire il punto in cuj inizia, sembrano indicare il principio del nulla. Lì nasce la Patagonia cilena, stretta tra le Ande e l'Oceano, una lunga striscia di terra protesa verso Punta Arenas, l'ultima città prima delle distese ghiacciate dell'Antartide.La carretera austral, costruita da Pinochet negli anni Settanta, attraversa per intero l'undicesima regione connettendo tra loro una manciata di cittadine e si conclude a Villa O'Higgins, quattrocento abitanti a ridosso del Campo de Hielo Sur, lasciando l'ultima regione al suo isolamento. Nonostante il nome impegnativo, Aysén del Generale Carlos Ibafiez del Campo, omaggio due volte al presidente, la regione conta poco più di centomila abitanti. Se la si guarda da una mappa si può intuire il motivo di una colonizzazione così recente: una costa che si rompe in centinaia di isole e fiordi, un entroterra montagnoso modellato dall'azione dei ghiacciai, una geografia inospitale e così diversa da quella della Patagonia argentina. Bisogna però vedere la regione con i propri occhi per rendersi conto della sua eccezionale biodiversità. Gli abitanti dell'Aysén non si stancano di ripetere ai visitatori quanto sono fortunati. " Viviamo in un paradiso". Hipólito Medina, vero patagón e attivista per la campagna Patagonia sin represas (Patagonia senza dighe), si lamenta del traffico di Coyhaique, la capitale della regione, cinquantamila anime. Troppe voci e troppe auto per una persona cresciuta nel silenzio più assoluto. "E provate a immaginare cinquemila persone trasferite a forza, distribuite tra Coyhaique e Cochrane, che ora non supera i tremila abitanti". Poi si corregge: si tratterebbe di cinquemila lavoratori, ma vanno considerate anche le famiglie. Basta guardarsi intorno per capire che il progetto di HidroAysen è molto più complesso di quanto non sembri su carta. Come si può pensare di costruire in dodici anni cinque megadighe in un territorio dove l'unica strada disponibile è sterrata e a tratti troppo stretta anche per far passare due auto insieme?
La Patagonia è diventata interessante anche per gli italiani, da quando Enel ha acquistato Endesa, e con essa HidroAysen. La campagna Patagonia senza dighe nasce quest'anno in risposta al richiamo delie oltre sessanta organizzazioni cilene impegnate a difendere quest'area dai progetti idroelettrici di Enel. Il primo passo è l'invio di una delegazione, per conoscere la regione e incontrare le comunità coinvolte. "Il progetto HidroAysen significherà una grande opportunità di sviluppo per gli abitanti dell'Undicesima Regione" recita il sito dell'impresa, paragrafo incorniciato da splendide immagini di una natura selvaggia che, lascia intendere il sito, non verrà meno. E poi "Miglioramento delle condizioni di vita delle persone, sviluppo del commercio e maggiore connettività". Hipólito, cappello da gaucho e tratti mapuche, è nato qui e ha passato gli ultimi anni a informare la gente del posto sulle caratteristiche del progetto e sulle alternative possibili per uno sviluppo che sia fruttuoso a lungo termine. Ci spiega che gli Aysénini vivono perlopiù di taglio del legname, pesca, allevamento e, in minima parte, di turismo. Ma le vallate non sono così fertili e l'allevamento resta poco intensivo, così come il taglio del legname, che ha già portato all'esaurirsi di buona parte delle foreste primarie. La costruzione delle dighe non sembra essere una soluzione plausibile: l'impresa ha bisogno di lavoratori specializzati, che non si trovano nella regione. E una volta costruite, i segni rimarrebbero per sempre, con il risultato di bloccare l'industria più promettente per la regione: il turismo. Per comprovare le sue parole Hipólito ferma continuamente l'auto e allunga il dito per mostrare un punto particolarmente bello, salvo poi aggiungere, laconico: "Qui una torre per il trasporto dell'elettricità" o "Qui acqua, completo allagamento della valle". Le strade che percorriamo aprono a una varietà di paesaggi impossibile da trovare altrove. Non a caso la Patagonia è stata proposta all'Unesco come patrimonio dell'umanità e l'Aysén è stato dichiarato dalle autorità regionali 'Area di Conservazione della Cultura e dell'Ambiente' nel 2000. Gli Aysénini sono pochi e per intere ore di viaggio non si incontra una sola casa. Proprio per questo è ancor più impressionante la quantità di gigantografie, cartelli, scritte: "Patagonia senza dighe!". Oltre ad essere la regione in cui ancora vivono liberamente puma, fenicotteri, cigni dal collo nero, guanacos e huemules, l'Aysén ospita una delle più grandi riserve di acqua dolce del pianeta: si tratta dell'immenso Campo de Hielo Sur, proteso verso la regione di Magallanes, e del Campo de Hielo Norte da cui nasce il fiume Baker, secondo fiume del Cile per portata idrica.
L'acqua è il tesoro più prezioso di questa regione e le imprese energetiche se ne sono accorte già da tempo. Il novantasei percento dei diritti non consuntivi, ossia poter usare l'acqua dell'Aysén per poi reimmetterla nel fiume senza consumarla, oggi appartiene a Enel. La privatizzazione di questo bene essenziale, prevista in Italia dal recente decreto Ronchi, è in Cile una realtà da più di vent'anni. Gli stessi cittadini che lottano in Italia per bloccare la privatizzazione si trovano a possedere oggi una parte di quel novantasei percento. Le premesse a questa situazione paradossale sono state poste nel periodo della dittatura di Pinochet. Il modello economico di Milton Friedman si concretizzò in un sistema costituzionale e giuridico ultra liberale e quindi in una serie di privatizzazioni che hanno finito per consegnare a imprese private straniere il totale controllo delle risorse del Paese. Il caso dell'acqua è emblematico. La sua commercializzazione è stata regolata nel 1981 dal Código de aguas. Secondo il direttore generale delle acque, Rodrigo Weisner: "Non è bene che l'acqua sia gratis nel suo uso e tutto quello che è gratis viene usato male"; perciò "il mercato è un buon meccanismo per la riassegnazione delle risorse". Di fatto però questi diritti non sono mai entrati in un vero gioco di mercato. Nel 1989, ultimo anno della dittatura, alcuni funzionari del regime incaricati di dare avvio alla privatizzazione vendettero ad un prezzo irrisorio il consorzio elettrico Enersis, che comprendeva anche Endesa-Cile. L'ottanta percento dei diritti non consuntivi sull'acqua del Cile che Endesa-Cile aveva registrato fino a quel momento passarono in mano a privati senza alcun costo e in totale assenza di un processo democratico. Nel 1997 gli stessi funzionari, passati a dirigere le nuove imprese, vendettero il consorzio Enersis a Endesa-Spagna per millecinquecento milioni di dollari. "Quello che il Código de Aguas ha prodotto è stata l'accumulazione di questa risorsa naturale in poche mani" dice Sara Larrain, direttrice del programma Chile Sustentable, ecologista di lungo corso e candidata come indipendente alle presidenziali del 1999. "Però questo Codice, che fu approvato quando in Cile non c'era un Congresso Nazionale, né partiti politici, né sindacati, né organizzazioni ambientaliste o di consumatori, né libera espressione, seguitò ad essere applicato con tutta tranquillità durante la transizione democratica". Endesa non ha avuto quindi grandi difficoltà a presentare HidroAysén, forte dei suoi diritti sull'acqua della regione. Si tratta di un progetto idroelettrico estremamente ambizioso: cinque dighe sul rio Baker e Pascua, capaci di generare 2.750 MW, una quantità di energia pari a circa il venti percento dell'intera capacità di generazione attualmente installata nel Paese. Cinque dighe che significano seimila ettari di territorio inondato, foreste native perdute per sempre e un violento cambio di habitat per tutte le specie animali e vegetali della zona. La totalità dell'energia verrebbe poi trasportata a nord, per coprire le necessità della regione metropolitana e dell'industria mineraria. Questo implica anche una linea di trasmissione lunga duemilatrecento chilometri, la più lunga al mondo, con seimila torri alte dai sessanta ai settanta metri.
La società HidroAysén è per il quarantanove percento della cilena Colbùn e per il cinquantuno percento di Endesa. Quando, nel febbraio 2009, Enel acquista Endesa, eredita dall'impresa spagnola anche i diritti sull'ottanta percento delle acque del Cile. Luis Infanti de la Mora, vescovo dell'Aysén, decide dì partecipare all'assemblea annuale dei soci, il 29 aprile 2010 per convincere Enel a lasciar perdere il progetto che l'azienda ha ereditato insieme a quei diritti. "Enel, essendo proprietaria del monopolio dei diritti non consuntivi sull'acqua potrebbe fare in Cile quello che vuole, ma noi ci chiediamo se realizzerebbe, oggi, in Italia o in Europa progetti come quelli pensati per la Patagonia". Il vescovo si fa portavoce, nei dieci minuti che gli vengono concessi, di più di settanta organizzazioni cilene raccolte sotto il nome di Consejo por la Defensa de la Patagonia. Nessuna risposta diretta è arrivata al Consejo, ma il giorno dopo l'assemblea l'amministratore delegato di Enel, Fulvio Conti, si è precipitato a parlare con il neo eletto presidente del Cile, Sebastian Pinera, confermando gli impegni presi. Quando ci riceve nella sua casa di Coyhaique il vescovo è soddisfatto: dopo anni di attacchi indiretti l'impresa ha deciso di affrontarlo e il direttore generale di HidroAysén, Daniel Fernàndez, gli ha chiesto un incontro per la settimana seguente. Come religioso Monsignor Infanti ha deciso di farsi carico di una questione che trascende la problematica ambientale. "HidroAysén ha portato un disordine tale nella regione, da indurre le persone a schierarsi da una parte o dall'altra, a favore o contro". La compagnia usa dei metodi al limite del legale: "Cercano di comprare la gente." Nel dirlo, si scusa: "Sono parole un po' forti, ma lo stiamo sperimentando qui, in Patagonia: comprano la gente con benefici apparentemente utili per le comunità e le persone bisognose, ma è una maniera per ridurre la loro capacità di discernimento". È un gioco facile in una regione così povera, dove la maggior parte delle persone vive di lavori occasionali e di sussidi statali. L'accusa viene confermata dalle persone che incontriamo sul nostro cammino e dagli stessi rappresentanti delle comunità. CaletaTortel si trova alla foce del Rio Baker, conta cinquecentosette abitanti e fino al 2003 era raggiungibile solo via mare. Il sindaco è uno dei pochi a resistere alle lusinghe dell'azienda: "Sappiamo cos'è la povertà, ma abbiamo anche visto cosa succede quando si costruiscono dighe di questa dimensione". Il riferimento va alle dighe costruite da Endesa sul Rio Bio-Bio. Il risultato è che il settantotto percento dei cittadini si dice contrario al progetto nonostante HydroAysén arrivi ora a consegnare soldi direttamente atte juntas de vecinos, i consigli di quartiere, per finanziare piccoli progetti comunitari ma anche migliorie alla casa e l'acquisto di attrezzi per il lavoro. Il comune si rifiuta di ricevere denaro dall'impresa e rilancia con una serie di progetti per lo sviluppo del turismo e per migliorare le infrastrutture. Di fatto, il municìpio possiede già una piccola centrale elettrica e pannelli solari con cui rifornisce di energia la cittadina, in maniera gratuita. Questo miracolo amministrativo non toglie che per alcune persone il lavoro resta una preoccupazione. Mi fermo a parlare con il gestore di un piccolo emporio. Carlos vive aTortel da diciotto anni, da quando arrivò con la sua lancia in cerca di lavoro. Si è mantenuto con la pesca e il commercio, ha messo su famiglia. Mi racconta che la moglie è andata a Coyhaique dal medico, una giornata di viaggio per una visita specialistica. Quando nomino le digh^dice senza esitazione: "Per noi è una cosa buona, un modo per avere lavoro". E aggiunge: "Quando HydroAysén è arrivata a Cochrane, tutti avevano soldi, tutti avevano lavoro". Gli chiedo se non è preoccupato per gli effetti sul turismo e sull'ambiente. "No, perché supponiamo che si faccia la diga sul Pascua... non è una zona popolata. Io ho lavorato per qualche tempo lì e c'è bisogno dell'elicottero per arrivarci, non ci abita nessuno". Gli ricordo che si parla di cinque dighe, non una e di una linea elettrica lunga duemilatrecento chilometri. "Certo" dice sospirando "la linea elettrica è il problema principale". Non è l'unico ad esserne persuaso. Gli avvocati della campagna Patagonia sin represas hanno individuato una serie di illegalità su cui fare leva per bloccare il progetto. Uno dei punti critici è l'aver richiesto concessioni di tipo minerario, più economiche e facili da ottenere, per costruire una linea di trasmissione che passerebbe attraverso sedici aree protette dallo Stato, trentadue aree protette private e migliaia di proprietà tra cui molti terreni mapuche. Il rischio è che l'azione giuridica non sia sufficiente a far bocciare lo Studio di Impatto Ambientale presentato da HidroAysén nel 2008 alla Corema (Comisiòn Regional del Medio Ambiente). La legge cilena vuole che il progetto sia valutato dall'organismo regionale competente, con la conseguenza che un progetto enorme come quello di HidroAysén non può venire giudicato nella sua globalità. "C'è il rischio concreto che una volta accettate le dighe, il progetto della linea di trasmissione passi senza ulteriori osservazioni". Marcelo Castillo è uno dei pochi avvocati cileni specializzati in legislazione ambientale, ed è stato contattato direttamente dalla Fondazione Patagonica di Douglas Tompkins, principale finanziatore della campagna. "Abbiamo evidenziato la violazione del Trattato di libero commercio tra Cile e Canada, abbiamo fatto ricorso alla Corte Interamericana dei Diritti Umani e ci sono ancora moltissime possibilità". Nello studio in cui lavora Marcelo si dice che: "Se HidroAysén volesse vincere, dovrebbe licenziare i suoi avvocati". Dopo aver dato uno sguardo alle irregolarità del progetto, non sembra più una battuta. Sembra un modo velato per dire che la legge non conta molto, se ci sono altri poteri a spingere per l'approvazione. Durante tutto il viaggio si sono susseguiti gli attacchi indiretti da parte delle più alte cariche dello Stato. Il 25 ottobre il Ministro per l'energia, Ricardo Raineri, definiva "indispensabile per il Cile" un progetto come quello di HidroAysén, venendo meno al suo dovere di imparzialità. E proprio il 3 novembre, in coincidenza con l'arrivo della delegazione italiana a Valparaiso, sede del Congresso Nazionale Cileno, Pinera dichiara: "La questione non è se le dighe si faranno, ma come si faranno". A Valparaiso la Commissione per l'Ambiente impone una pausa ai lavori per ricevere i responsabili della campagna. Teresa Maisano prende la parola per mettere in chiaro che anche la società civile italiana si sente coinvolta in questo progetto. Parla a nome di ong, associazioni, comitati impegnati in Patagonia senza dighe, tra questi Campagna per la Riforma della Banca Mondiale, i primi ad attivarsi. "Siamo venuti qui per la prima volta dopo aver lanciato la campagna, perché siamo molto preoccupati dal fatto che il nostro governo, proprietario del trentadue percento delle azioni di Enel, utilizzi il nostro denaro per costruire un progetto che consideriamo possa avere un impatto irreversibile sull'ambiente e sulle comunità che ci vivono". Le osservazioni vengono accolte con un certo scetticismo. David Sandoval, ex sindaco di Coyhaique e Cochrane, molto amato nella regione dell'Aysén, accusa la delegazione di voler usare gli Aysénini come guardiaparchi, precludendo loro altre prospettive di sviluppo. Si parla di sviluppo anche con i senatori della bancada verde, gruppo interno al partito di maggioranza, la Coaliciòn por el cambio. Per loro è chiaro che l'approvazione del progetto HidroAysén sarebbe estremamente negativa: porterebbe al blocco del mercato energetico per almeno un decennio, posticipando ulteriormente lo sviluppo delle energie rinnovabili non convenzionali. Ma il Cile non ha una politica energetica. La decentralizzazione che le rinnovabili promuovono non consente profitti paragonabili a quelli previsti per l'idroelettrico su larga scala e sono i capitali stranieri a decidere. L'ultimo ad incontrarci è Guido Girardi, della Union por la democracia. "Il Cile è completamente aperto all'investimento straniero - dice -"Finché non sarà più conveniente, il capitale punterà su progetti come questo". Come a dire che in realtà, il potere, lo stiamo cercando nel posto sbagliato.
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“Io vivo una volta sola, ho solo una volta il tempo di agire nel mondo secondo la mia volontà, e muoio molto presto. Perché non dovrei fare tutto il possibile per la liberazione dell’umanità” GUSTAV LANDAUER
Il Reportage Cile
Acqua di Patagonia
di Camilla Martini
A vederla su una mappa la regione dell'Aysén sembrerebbe del tutto disabitata. Le linee disegnate nel 1927 per definire il punto in cuj inizia, sembrano indicare il principio del nulla. Lì nasce la Patagonia cilena, stretta tra le Ande e l'Oceano, una lunga striscia di terra protesa verso Punta Arenas, l'ultima città prima delle distese ghiacciate dell'Antartide.La carretera austral, costruita da Pinochet negli anni Settanta, attraversa per intero l'undicesima regione connettendo tra loro una manciata di cittadine e si conclude a Villa O'Higgins, quattrocento abitanti a ridosso del Campo de Hielo Sur, lasciando l'ultima regione al suo isolamento. Nonostante il nome impegnativo, Aysén del Generale Carlos Ibafiez del Campo, omaggio due volte al presidente, la regione conta poco più di centomila abitanti. Se la si guarda da una mappa si può intuire il motivo di una colonizzazione così recente: una costa che si rompe in centinaia di isole e fiordi, un entroterra montagnoso modellato dall'azione dei ghiacciai, una geografia inospitale e così diversa da quella della Patagonia argentina. Bisogna però vedere la regione con i propri occhi per rendersi conto della sua eccezionale biodiversità. Gli abitanti dell'Aysén non si stancano di ripetere ai visitatori quanto sono fortunati. " Viviamo in un paradiso". Hipólito Medina, vero patagón e attivista per la campagna Patagonia sin represas (Patagonia senza dighe), si lamenta del traffico di Coyhaique, la capitale della regione, cinquantamila anime. Troppe voci e troppe auto per una persona cresciuta nel silenzio più assoluto. "E provate a immaginare cinquemila persone trasferite a forza, distribuite tra Coyhaique e Cochrane, che ora non supera i tremila abitanti". Poi si corregge: si tratterebbe di cinquemila lavoratori, ma vanno considerate anche le famiglie. Basta guardarsi intorno per capire che il progetto di HidroAysen è molto più complesso di quanto non sembri su carta. Come si può pensare di costruire in dodici anni cinque megadighe in un territorio dove l'unica strada disponibile è sterrata e a tratti troppo stretta anche per far passare due auto insieme?
La Patagonia è diventata interessante anche per gli italiani, da quando Enel ha acquistato Endesa, e con essa HidroAysen. La campagna Patagonia senza dighe nasce quest'anno in risposta al richiamo delie oltre sessanta organizzazioni cilene impegnate a difendere quest'area dai progetti idroelettrici di Enel. Il primo passo è l'invio di una delegazione, per conoscere la regione e incontrare le comunità coinvolte. "Il progetto HidroAysen significherà una grande opportunità di sviluppo per gli abitanti dell'Undicesima Regione" recita il sito dell'impresa, paragrafo incorniciato da splendide immagini di una natura selvaggia che, lascia intendere il sito, non verrà meno. E poi "Miglioramento delle condizioni di vita delle persone, sviluppo del commercio e maggiore connettività". Hipólito, cappello da gaucho e tratti mapuche, è nato qui e ha passato gli ultimi anni a informare la gente del posto sulle caratteristiche del progetto e sulle alternative possibili per uno sviluppo che sia fruttuoso a lungo termine. Ci spiega che gli Aysénini vivono perlopiù di taglio del legname, pesca, allevamento e, in minima parte, di turismo. Ma le vallate non sono così fertili e l'allevamento resta poco intensivo, così come il taglio del legname, che ha già portato all'esaurirsi di buona parte delle foreste primarie. La costruzione delle dighe non sembra essere una soluzione plausibile: l'impresa ha bisogno di lavoratori specializzati, che non si trovano nella regione. E una volta costruite, i segni rimarrebbero per sempre, con il risultato di bloccare l'industria più promettente per la regione: il turismo. Per comprovare le sue parole Hipólito ferma continuamente l'auto e allunga il dito per mostrare un punto particolarmente bello, salvo poi aggiungere, laconico: "Qui una torre per il trasporto dell'elettricità" o "Qui acqua, completo allagamento della valle". Le strade che percorriamo aprono a una varietà di paesaggi impossibile da trovare altrove. Non a caso la Patagonia è stata proposta all'Unesco come patrimonio dell'umanità e l'Aysén è stato dichiarato dalle autorità regionali 'Area di Conservazione della Cultura e dell'Ambiente' nel 2000. Gli Aysénini sono pochi e per intere ore di viaggio non si incontra una sola casa. Proprio per questo è ancor più impressionante la quantità di gigantografie, cartelli, scritte: "Patagonia senza dighe!". Oltre ad essere la regione in cui ancora vivono liberamente puma, fenicotteri, cigni dal collo nero, guanacos e huemules, l'Aysén ospita una delle più grandi riserve di acqua dolce del pianeta: si tratta dell'immenso Campo de Hielo Sur, proteso verso la regione di Magallanes, e del Campo de Hielo Norte da cui nasce il fiume Baker, secondo fiume del Cile per portata idrica.
L'acqua è il tesoro più prezioso di questa regione e le imprese energetiche se ne sono accorte già da tempo. Il novantasei percento dei diritti non consuntivi, ossia poter usare l'acqua dell'Aysén per poi reimmetterla nel fiume senza consumarla, oggi appartiene a Enel. La privatizzazione di questo bene essenziale, prevista in Italia dal recente decreto Ronchi, è in Cile una realtà da più di vent'anni. Gli stessi cittadini che lottano in Italia per bloccare la privatizzazione si trovano a possedere oggi una parte di quel novantasei percento. Le premesse a questa situazione paradossale sono state poste nel periodo della dittatura di Pinochet. Il modello economico di Milton Friedman si concretizzò in un sistema costituzionale e giuridico ultra liberale e quindi in una serie di privatizzazioni che hanno finito per consegnare a imprese private straniere il totale controllo delle risorse del Paese. Il caso dell'acqua è emblematico. La sua commercializzazione è stata regolata nel 1981 dal Código de aguas. Secondo il direttore generale delle acque, Rodrigo Weisner: "Non è bene che l'acqua sia gratis nel suo uso e tutto quello che è gratis viene usato male"; perciò "il mercato è un buon meccanismo per la riassegnazione delle risorse". Di fatto però questi diritti non sono mai entrati in un vero gioco di mercato. Nel 1989, ultimo anno della dittatura, alcuni funzionari del regime incaricati di dare avvio alla privatizzazione vendettero ad un prezzo irrisorio il consorzio elettrico Enersis, che comprendeva anche Endesa-Cile. L'ottanta percento dei diritti non consuntivi sull'acqua del Cile che Endesa-Cile aveva registrato fino a quel momento passarono in mano a privati senza alcun costo e in totale assenza di un processo democratico. Nel 1997 gli stessi funzionari, passati a dirigere le nuove imprese, vendettero il consorzio Enersis a Endesa-Spagna per millecinquecento milioni di dollari. "Quello che il Código de Aguas ha prodotto è stata l'accumulazione di questa risorsa naturale in poche mani" dice Sara Larrain, direttrice del programma Chile Sustentable, ecologista di lungo corso e candidata come indipendente alle presidenziali del 1999. "Però questo Codice, che fu approvato quando in Cile non c'era un Congresso Nazionale, né partiti politici, né sindacati, né organizzazioni ambientaliste o di consumatori, né libera espressione, seguitò ad essere applicato con tutta tranquillità durante la transizione democratica". Endesa non ha avuto quindi grandi difficoltà a presentare HidroAysén, forte dei suoi diritti sull'acqua della regione. Si tratta di un progetto idroelettrico estremamente ambizioso: cinque dighe sul rio Baker e Pascua, capaci di generare 2.750 MW, una quantità di energia pari a circa il venti percento dell'intera capacità di generazione attualmente installata nel Paese. Cinque dighe che significano seimila ettari di territorio inondato, foreste native perdute per sempre e un violento cambio di habitat per tutte le specie animali e vegetali della zona. La totalità dell'energia verrebbe poi trasportata a nord, per coprire le necessità della regione metropolitana e dell'industria mineraria. Questo implica anche una linea di trasmissione lunga duemilatrecento chilometri, la più lunga al mondo, con seimila torri alte dai sessanta ai settanta metri.
La società HidroAysén è per il quarantanove percento della cilena Colbùn e per il cinquantuno percento di Endesa. Quando, nel febbraio 2009, Enel acquista Endesa, eredita dall'impresa spagnola anche i diritti sull'ottanta percento delle acque del Cile. Luis Infanti de la Mora, vescovo dell'Aysén, decide dì partecipare all'assemblea annuale dei soci, il 29 aprile 2010 per convincere Enel a lasciar perdere il progetto che l'azienda ha ereditato insieme a quei diritti. "Enel, essendo proprietaria del monopolio dei diritti non consuntivi sull'acqua potrebbe fare in Cile quello che vuole, ma noi ci chiediamo se realizzerebbe, oggi, in Italia o in Europa progetti come quelli pensati per la Patagonia". Il vescovo si fa portavoce, nei dieci minuti che gli vengono concessi, di più di settanta organizzazioni cilene raccolte sotto il nome di Consejo por la Defensa de la Patagonia. Nessuna risposta diretta è arrivata al Consejo, ma il giorno dopo l'assemblea l'amministratore delegato di Enel, Fulvio Conti, si è precipitato a parlare con il neo eletto presidente del Cile, Sebastian Pinera, confermando gli impegni presi. Quando ci riceve nella sua casa di Coyhaique il vescovo è soddisfatto: dopo anni di attacchi indiretti l'impresa ha deciso di affrontarlo e il direttore generale di HidroAysén, Daniel Fernàndez, gli ha chiesto un incontro per la settimana seguente. Come religioso Monsignor Infanti ha deciso di farsi carico di una questione che trascende la problematica ambientale. "HidroAysén ha portato un disordine tale nella regione, da indurre le persone a schierarsi da una parte o dall'altra, a favore o contro". La compagnia usa dei metodi al limite del legale: "Cercano di comprare la gente." Nel dirlo, si scusa: "Sono parole un po' forti, ma lo stiamo sperimentando qui, in Patagonia: comprano la gente con benefici apparentemente utili per le comunità e le persone bisognose, ma è una maniera per ridurre la loro capacità di discernimento". È un gioco facile in una regione così povera, dove la maggior parte delle persone vive di lavori occasionali e di sussidi statali. L'accusa viene confermata dalle persone che incontriamo sul nostro cammino e dagli stessi rappresentanti delle comunità. CaletaTortel si trova alla foce del Rio Baker, conta cinquecentosette abitanti e fino al 2003 era raggiungibile solo via mare. Il sindaco è uno dei pochi a resistere alle lusinghe dell'azienda: "Sappiamo cos'è la povertà, ma abbiamo anche visto cosa succede quando si costruiscono dighe di questa dimensione". Il riferimento va alle dighe costruite da Endesa sul Rio Bio-Bio. Il risultato è che il settantotto percento dei cittadini si dice contrario al progetto nonostante HydroAysén arrivi ora a consegnare soldi direttamente atte juntas de vecinos, i consigli di quartiere, per finanziare piccoli progetti comunitari ma anche migliorie alla casa e l'acquisto di attrezzi per il lavoro. Il comune si rifiuta di ricevere denaro dall'impresa e rilancia con una serie di progetti per lo sviluppo del turismo e per migliorare le infrastrutture. Di fatto, il municìpio possiede già una piccola centrale elettrica e pannelli solari con cui rifornisce di energia la cittadina, in maniera gratuita. Questo miracolo amministrativo non toglie che per alcune persone il lavoro resta una preoccupazione. Mi fermo a parlare con il gestore di un piccolo emporio. Carlos vive aTortel da diciotto anni, da quando arrivò con la sua lancia in cerca di lavoro. Si è mantenuto con la pesca e il commercio, ha messo su famiglia. Mi racconta che la moglie è andata a Coyhaique dal medico, una giornata di viaggio per una visita specialistica. Quando nomino le digh^dice senza esitazione: "Per noi è una cosa buona, un modo per avere lavoro". E aggiunge: "Quando HydroAysén è arrivata a Cochrane, tutti avevano soldi, tutti avevano lavoro". Gli chiedo se non è preoccupato per gli effetti sul turismo e sull'ambiente. "No, perché supponiamo che si faccia la diga sul Pascua... non è una zona popolata. Io ho lavorato per qualche tempo lì e c'è bisogno dell'elicottero per arrivarci, non ci abita nessuno". Gli ricordo che si parla di cinque dighe, non una e di una linea elettrica lunga duemilatrecento chilometri. "Certo" dice sospirando "la linea elettrica è il problema principale". Non è l'unico ad esserne persuaso. Gli avvocati della campagna Patagonia sin represas hanno individuato una serie di illegalità su cui fare leva per bloccare il progetto. Uno dei punti critici è l'aver richiesto concessioni di tipo minerario, più economiche e facili da ottenere, per costruire una linea di trasmissione che passerebbe attraverso sedici aree protette dallo Stato, trentadue aree protette private e migliaia di proprietà tra cui molti terreni mapuche. Il rischio è che l'azione giuridica non sia sufficiente a far bocciare lo Studio di Impatto Ambientale presentato da HidroAysén nel 2008 alla Corema (Comisiòn Regional del Medio Ambiente). La legge cilena vuole che il progetto sia valutato dall'organismo regionale competente, con la conseguenza che un progetto enorme come quello di HidroAysén non può venire giudicato nella sua globalità. "C'è il rischio concreto che una volta accettate le dighe, il progetto della linea di trasmissione passi senza ulteriori osservazioni". Marcelo Castillo è uno dei pochi avvocati cileni specializzati in legislazione ambientale, ed è stato contattato direttamente dalla Fondazione Patagonica di Douglas Tompkins, principale finanziatore della campagna. "Abbiamo evidenziato la violazione del Trattato di libero commercio tra Cile e Canada, abbiamo fatto ricorso alla Corte Interamericana dei Diritti Umani e ci sono ancora moltissime possibilità". Nello studio in cui lavora Marcelo si dice che: "Se HidroAysén volesse vincere, dovrebbe licenziare i suoi avvocati". Dopo aver dato uno sguardo alle irregolarità del progetto, non sembra più una battuta. Sembra un modo velato per dire che la legge non conta molto, se ci sono altri poteri a spingere per l'approvazione. Durante tutto il viaggio si sono susseguiti gli attacchi indiretti da parte delle più alte cariche dello Stato. Il 25 ottobre il Ministro per l'energia, Ricardo Raineri, definiva "indispensabile per il Cile" un progetto come quello di HidroAysén, venendo meno al suo dovere di imparzialità. E proprio il 3 novembre, in coincidenza con l'arrivo della delegazione italiana a Valparaiso, sede del Congresso Nazionale Cileno, Pinera dichiara: "La questione non è se le dighe si faranno, ma come si faranno". A Valparaiso la Commissione per l'Ambiente impone una pausa ai lavori per ricevere i responsabili della campagna. Teresa Maisano prende la parola per mettere in chiaro che anche la società civile italiana si sente coinvolta in questo progetto. Parla a nome di ong, associazioni, comitati impegnati in Patagonia senza dighe, tra questi Campagna per la Riforma della Banca Mondiale, i primi ad attivarsi. "Siamo venuti qui per la prima volta dopo aver lanciato la campagna, perché siamo molto preoccupati dal fatto che il nostro governo, proprietario del trentadue percento delle azioni di Enel, utilizzi il nostro denaro per costruire un progetto che consideriamo possa avere un impatto irreversibile sull'ambiente e sulle comunità che ci vivono". Le osservazioni vengono accolte con un certo scetticismo. David Sandoval, ex sindaco di Coyhaique e Cochrane, molto amato nella regione dell'Aysén, accusa la delegazione di voler usare gli Aysénini come guardiaparchi, precludendo loro altre prospettive di sviluppo. Si parla di sviluppo anche con i senatori della bancada verde, gruppo interno al partito di maggioranza, la Coaliciòn por el cambio. Per loro è chiaro che l'approvazione del progetto HidroAysén sarebbe estremamente negativa: porterebbe al blocco del mercato energetico per almeno un decennio, posticipando ulteriormente lo sviluppo delle energie rinnovabili non convenzionali. Ma il Cile non ha una politica energetica. La decentralizzazione che le rinnovabili promuovono non consente profitti paragonabili a quelli previsti per l'idroelettrico su larga scala e sono i capitali stranieri a decidere. L'ultimo ad incontrarci è Guido Girardi, della Union por la democracia. "Il Cile è completamente aperto all'investimento straniero - dice -"Finché non sarà più conveniente, il capitale punterà su progetti come questo". Come a dire che in realtà, il potere, lo stiamo cercando nel posto sbagliato.
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“Io vivo una volta sola, ho solo una volta il tempo di agire nel mondo secondo la mia volontà, e muoio molto presto. Perché non dovrei fare tutto il possibile per la liberazione dell’umanità” GUSTAV LANDAUER
mercoledì 5 gennaio 2011
Castiglione delle Stiviere a favore dell'acqua pubblica!
Finalmente una buona notizia dal Consiglio Comunale di Castiglione delle
Stiviere. Così com’è avvenuto e sta avvenendo in moltissimi comuni d’Italia,
il 20 dicembre scorso il massimo consesso cittadino ha approvato, all’unanimità,
e primo comune della provincia di Mantova, una mozione sull’acqua bene
comune. Di fronte alla sciagurata prospettiva della privatizzazione degli
acquedotti pubblici, così come previsto dal governo, con questa mozione si
chiede un provvedimento di moratoria che sospenda le scadenze previste dal
“Decreto Ronchi” e quelle di soppressione degli ATO, gli ambiti territoriali da
cui dipende la gestione degli acquedotti pubblici. Si potrebbero così sospendere
le procedure per la privatizzazione dei servizi idrici fino a quando i cittadini
non si saranno espressi attraverso l’apposito referendum che dovrebbe svolgersi entro l’anno prossimo.
TESTO DELLA MOZIONE APPROVATA OGGETTO: Acqua bene comune.
Moratoria del Comune di Castiglione delle Stiviere sulle scadenze previste
dal decreto Ronchi Nella convinzione che
- l’acqua sia bene comune
- l’accesso all’acqua sia un diritto naturale, quindi universale e inalienabile
- il servizio idrico e tutte le acque, superficiali e sotterranee, anche se non
estratte dal sottosuolo, sono pubbliche e costituiscono una risorsa da utilizzare
secondo criteri di solidarietà
- la gestione del servizio idrico è un servizio pubblico essenziale per garantire
l’accesso all’acqua per tutti
- la promozione di iniziative atte a rendere pienamente operativo, da parte
di tutti, il fondamentale diritto all’acqua e alla sua qualità sia un segno di
rispetto per la Natura e un impegno di civiltà
Constatato che
oltre un milione e quattrocentomila donne e uomini in Italia hanno firmato
i tre quesiti referendari promossi dal Forum italiano dei Movimenti per raccolta nel Comitato Promotore, confermando, con la propria firma, che la decisione relativa alla gestione di un bene essenziale e comune alla vita non può essere delegata ad alcuno, ma deve essere affidata a un referendum, strumento di volontà popolare
Il Consiglio Comunale di Castiglione delle Stiviere impegna l’Amministrazione
- a farsi promotrice, mediante apposito procedimento, di una moratoria sulla
scadenza prevista dal decreto Ronchi e sulla normativa di soppressione delle
Autorità d’Ambito territoriale
- a impegnarsi ad approvare sin da subito, in caso di elezioni anticipate e nel
caso si renda necessario, un provvedimento di deroga a quanto previsto dalla
Legge 352/1970, in modo da poter evitare che la scadenza referendaria,attualmente prevista per la primavera 2011, venga posticipata di un anno, consentendo altresì al referendum di svolgersi entro il 2011-
Stiviere. Così com’è avvenuto e sta avvenendo in moltissimi comuni d’Italia,
il 20 dicembre scorso il massimo consesso cittadino ha approvato, all’unanimità,
e primo comune della provincia di Mantova, una mozione sull’acqua bene
comune. Di fronte alla sciagurata prospettiva della privatizzazione degli
acquedotti pubblici, così come previsto dal governo, con questa mozione si
chiede un provvedimento di moratoria che sospenda le scadenze previste dal
“Decreto Ronchi” e quelle di soppressione degli ATO, gli ambiti territoriali da
cui dipende la gestione degli acquedotti pubblici. Si potrebbero così sospendere
le procedure per la privatizzazione dei servizi idrici fino a quando i cittadini
non si saranno espressi attraverso l’apposito referendum che dovrebbe svolgersi entro l’anno prossimo.
TESTO DELLA MOZIONE APPROVATA OGGETTO: Acqua bene comune.
Moratoria del Comune di Castiglione delle Stiviere sulle scadenze previste
dal decreto Ronchi Nella convinzione che
- l’acqua sia bene comune
- l’accesso all’acqua sia un diritto naturale, quindi universale e inalienabile
- il servizio idrico e tutte le acque, superficiali e sotterranee, anche se non
estratte dal sottosuolo, sono pubbliche e costituiscono una risorsa da utilizzare
secondo criteri di solidarietà
- la gestione del servizio idrico è un servizio pubblico essenziale per garantire
l’accesso all’acqua per tutti
- la promozione di iniziative atte a rendere pienamente operativo, da parte
di tutti, il fondamentale diritto all’acqua e alla sua qualità sia un segno di
rispetto per la Natura e un impegno di civiltà
Constatato che
oltre un milione e quattrocentomila donne e uomini in Italia hanno firmato
i tre quesiti referendari promossi dal Forum italiano dei Movimenti per raccolta nel Comitato Promotore, confermando, con la propria firma, che la decisione relativa alla gestione di un bene essenziale e comune alla vita non può essere delegata ad alcuno, ma deve essere affidata a un referendum, strumento di volontà popolare
Il Consiglio Comunale di Castiglione delle Stiviere impegna l’Amministrazione
- a farsi promotrice, mediante apposito procedimento, di una moratoria sulla
scadenza prevista dal decreto Ronchi e sulla normativa di soppressione delle
Autorità d’Ambito territoriale
- a impegnarsi ad approvare sin da subito, in caso di elezioni anticipate e nel
caso si renda necessario, un provvedimento di deroga a quanto previsto dalla
Legge 352/1970, in modo da poter evitare che la scadenza referendaria,attualmente prevista per la primavera 2011, venga posticipata di un anno, consentendo altresì al referendum di svolgersi entro il 2011-
lunedì 3 gennaio 2011
ACQUA GENERATRICE DI VITA
L'articolo che per ragioni di spazio non è andato completo sui Bollettini delle due Parrocchie di Prevalle.
AQUA ALMA, ACQUA GENERATRICE DI VITA
Laudato si', mi' Signore, per sor Aqua ,la quale è molto utile et humile et pretiosa et casta. [ “Cantico delle Creature” di Francesco d’Assisi ]
Prima di parlare dell’acqua, è doveroso “definire” questa sostanza, chimicamente un composto, fondamentale per la vita di tutti gli esseri viventi. L ‘acqua, per l’uomo, è l’unico vero mezzo della vita. Senza di essa non è possibile assicurare la vita. L’acqua è il fluido che consente il funzionamento delle nostre cellule trasportando da un luogo all’altro materiali e strutture molecolari e promuovendo tutte le reazioni chimiche che permettono il funzionamento del corpo umano. L’acqua è una linfa vitale ed un liquido di pulizia, porta i nutrienti dove sono richiesti e allontana i prodotti di rifiuto. Nessuna meraviglia se, in sua assenza, rapidamente moriamo. Questo è l’assioma dal quale far discendere tutte le considerazioni.
Dell’acqua dobbiamo ricordare i riferimenti nascosti e simbolici quale sorgente di vita per eccellenza, non trascurando la sua straordinarietà dal punto di vista chimico-fisico. Eraclito la definisce principio e fine di tutte le cose, un continuo divenire, metafora della vita umana. Nell’antichità era simbolo dell’anima, sorgente di vita e mediatrice delle forze celesti sulla terra. Era sacra in tutte le cultura e componente primordiale e principio vitale mezzo della generazione. Da sempre l’uomo si è rivolto alle acque ogni qualvolta cercava la propria guarigione, pensando che le forze divine giungessero fino all’elemento liquido, a sua volta portatore di forze vitali. Questo è il principale motivo per cui ogni luogo sacro aveva la sua sorgente di acqua. L’acqua scorre nelle profondità remote e sconosciute della terra, trapassando la materia ed arricchendosi di nuovi straordinari elementi che le donano proprietà straordinarie. Tramite l’acqua del Diluvio universale, storicamente accertato, l’umanità corrotta avrà la possibilità di rinnovarsi. Ed è rinnovamento anche il rito battesimale che vedrà il seppellimento dell’uomo vecchio e la rinascita dell’uomo nuovo. L’acqua è una delle sostanze più ricche di segreti e singolarità che si conoscano anche se, per la sua grande disponibilità, non ce ne rendiamo conto. L’acqua è l’unico elemento presente in Natura contemporaneamente nei tre stati: solido (ghiaccio), liquido (acqua) e gassoso (vapore) ma per le leggi della chimica che conosciamo dovrebbe trovarsi solo allo stato gassoso. Il suo comportamento è sorprendente: raffreddandosi si contrae fino a 4°C dopo di ché inizia ad espandersi nuovamente facendo si che il ghiaccio di galleggi e permettendo alla vita di continuare a fluire sotto di sé. Cosa accadrebbe se tutti i mari ghiacciassero completamente annullando la vita! Questa è un’altra delle peculiarità non ancora spiegate dalla scienza tanto che ne è certa la provenienza sovrannaturale dell’acqua:...e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque [ Genesi 1,1]. L’acqua ha caratterizzato fortemente la cultura umana. Fu fonte di grandezza e civiltà per la Roma imperiale che prosperò per secoli e di cui rimangono, ad imperitura memoria, acquedotti straordinari e grandi impianti termali. Dal 476 quando l’impero crollò tutto fu travolto, l’intera umanità fu travolta perdendosi nei secoli bui del medioevo durante i quali le genti erano falcidiate dalle grandi sterminatrici, incessanti ondate di epidemie diverse, provocate dalla mancanza di acqua (pulita). Questo sino alla metà del XIX° secolo quando si riporterà l’orologio dell’aspettativa di vita al tempo dei romani (!). Dalle grandi città del nord Europa prima sino ai più piccoli centri poi, l’acqua potabile ( salubre e pulita) arrivò in tutte le case grazie all’ opera delle grandi municipalizzate garantendo così a tutti igiene, pulizia e salute. E l’acqua arrivò anche a Prevalle intorno agli anni sessanta col boom economico che fece balzare in avanti il nostro tenore di vita. Ed era l’acqua del sindaco, del rubinetto e delle fontane a dissetare la nostra infanzia. Ma nel 1969 arriva il “mercato”dell’acqua minerale : La pubblicità ci farà scoprire che l’acqua possiede altre proprietà, le “proprietà” dei testimonial belli e forti grazie all’acqua “terapeutica”, vero elisir di eterna giovinezza. Così a colpi di guerre commerciali, finanziarie e non, l’acqua diventa oggetto del contendere, casus belli. Come tra Umma Lagash due città stato Sumere che già cinquemila anni fa incrociarono le armi per una disputa sull’acqua. Prima guerra dell’acqua di cui si ha certezza. Come nel Tibet occupato nel 1948 dalla Cina rivendicando antichi diritti; in realtà un’ occupazione dettata dalla necessità di controllare otto grandi fiumi Asiatici. O come nel Kurdistan occupato dalla Turchia in realtà per un devastante progetto di dighe per il controllo dei fiumi Tigri ed Eufrate maggiore risorsa idrica dell’area medio-orientale. Ma le contese sull’acqua si rinnovano anche nei piccoli borghi. Per appropriarsene, in annate siccitose, non ci si risparmia botte o falcettate, ma non per questo l’acqua aumenta! Oggi nell’era digitale, dell’inflazione mediatica, bombardati dalle informazioni è invece complicato percepire dove sia il giusto. Sembriamo aver perso di vista l’etica quale principio ispiratore di ogni atto. Oggi sull’acqua si gioca la partita della legge. La legge del latinorum di manzoniana memoria. Per confondere le acque e nascondere l’evidenza dei fatti. Facciamo il punto sul processo di privatizzazione dell’acqua . Vediamo innanzitutto quali principi indichi la Comunità Europea. Secondo la UE, gli stati membri hanno la facoltà di decidere se definire il Servizio Idrico integrato di interesse generale anziché di interesse economico generale in modo da non farlo cadere nelle grinfie del mercato nel rispetto delle regole della concorrenza . Ogni Stato, così l’Italia, potrebbe decidere di finanziarlo attraverso la fiscalità generale come accade per esempio per la difesa o la scuola. Ancora l’Articolo 2 si “lasciano impregiudicata la competenza degli Stati membri a fornire, a commissionare e ad organizzare servizi di interesse generale non economico. Nell’ Articolo 14 si stabiliscono ...salva la competenza degli Stati membri, nel rispetto dei trattati, di fornire, fare eseguire e finanziare tali servizi. Nella Carta Europea dei Diritti dell’uomo Articolo 36 si riconosce e rispetta l'accesso ai servizi d'interesse economico generale quale previsto dalle legislazioni e prassi nazionali. L’Europa dunque lascia libero campo agli stati membri di decidere se l’acqua è una servizio di interesse economico oppure no. Il relativo quadro normativo viene esplicitato dagli stati membri. Cosa accade in Italia? Il Governo Italiano nel novembre del 2011 approva la Legge Ronchi che obbliga a privatizzare le società di gestione del Servizio Idrico Integrato indipendentemente dai risultati economici ottenuti ad avere, cioè, un socio privato industriale che controlli almeno il 40% della società. Cosi per le cosiddette gestioni “in house”, gestite dagli enti locali che dovranno trasformarsi in Spa pubblico-private con socio privato per almeno il 40% mentre le quotate come A2A entro il 2015 vedranno aumentare la quota privata per almeno il 70% entro il 2015. Si cancelleranno esperienze pubbliche di eccellenza soprattutto nel nord Italia. Società pubbliche come MM, Amiacque e AOB2 in Lombardia, Acque Veronesi e AST Treviso in Veneto, saranno svendute a privati il cui obiettivo primo è fare utili per se stessi. E la Lombardia? La Regione Lombardia, a seguito della Legge 191/2009 che cancella gli AATO, il consorzio dei comuni che “controllava” le risorse idriche, ha presentato un progetto di legge, devastante peggiore della Ronchi. Le competenze degli Aato saranno conferite alle Province. I comuni dovranno cedere la proprietà delle reti, degli impianti e delle altre dotazioni ad un Ente patrimoniale provinciale. La rappresentanza dei Comuni sarà limitata a tre soggetti. L’affidamento del servizio idrico integrato per l’intera provincia sarà assegnato ad un unico gestore Risultato: la proprietà degli impianti passerà dal comune all’Ente Patrimoniale Provinciale. I singoli comuni non avranno alcuna voce in capitolo. Un unico gestore provinciale gestirà l’intero servizio idrico integrato. Il controllo che i comuni potranno effettuare sarà praticamente nullo rimanendo anche defraudati dei loro beni. A Prevalle nello specifico cosa accadrà? Fine dell'erogazione dell'acqua da parte del comune. Le infrastrutture del nostro acquedotto dovrebbero passare a questo Ente patrimoniale provinciale ed il servizio integrato gestito da una società che oggi non è ancora stata identificata ma potrebbe essere un soggetto totalmente nuovo, sicuramente una società pubblico privata con una presenza di soci industriali per almeno un 40%. Fine del bene comune acqua poiché lo ricordiamo: un bene è pubblico se è gestito da soggetti formalmente e sostanzialmente pubblici nell’interesse della comunità!
E’ necessario che i cittadini riflettano su ciò che sta accadendo e decidano di essere, essi stessi, i protagonisti del proprio futuro. La gestione dell'acqua e di tutti i commons in genere deve essere comunitaria col coinvolgimento pieno della comunità per il soddisfacimento massimo di tutti gli interessati ma nel rispetto, tutela e salvaguardia del bene per le prossime generazioni.
Mariano Mazzacani www.acquadiprevalle.blogspot.com acquadiprevalle@gmail.com
AQUA ALMA, ACQUA GENERATRICE DI VITA
Laudato si', mi' Signore, per sor Aqua ,la quale è molto utile et humile et pretiosa et casta. [ “Cantico delle Creature” di Francesco d’Assisi ]
Prima di parlare dell’acqua, è doveroso “definire” questa sostanza, chimicamente un composto, fondamentale per la vita di tutti gli esseri viventi. L ‘acqua, per l’uomo, è l’unico vero mezzo della vita. Senza di essa non è possibile assicurare la vita. L’acqua è il fluido che consente il funzionamento delle nostre cellule trasportando da un luogo all’altro materiali e strutture molecolari e promuovendo tutte le reazioni chimiche che permettono il funzionamento del corpo umano. L’acqua è una linfa vitale ed un liquido di pulizia, porta i nutrienti dove sono richiesti e allontana i prodotti di rifiuto. Nessuna meraviglia se, in sua assenza, rapidamente moriamo. Questo è l’assioma dal quale far discendere tutte le considerazioni.
Dell’acqua dobbiamo ricordare i riferimenti nascosti e simbolici quale sorgente di vita per eccellenza, non trascurando la sua straordinarietà dal punto di vista chimico-fisico. Eraclito la definisce principio e fine di tutte le cose, un continuo divenire, metafora della vita umana. Nell’antichità era simbolo dell’anima, sorgente di vita e mediatrice delle forze celesti sulla terra. Era sacra in tutte le cultura e componente primordiale e principio vitale mezzo della generazione. Da sempre l’uomo si è rivolto alle acque ogni qualvolta cercava la propria guarigione, pensando che le forze divine giungessero fino all’elemento liquido, a sua volta portatore di forze vitali. Questo è il principale motivo per cui ogni luogo sacro aveva la sua sorgente di acqua. L’acqua scorre nelle profondità remote e sconosciute della terra, trapassando la materia ed arricchendosi di nuovi straordinari elementi che le donano proprietà straordinarie. Tramite l’acqua del Diluvio universale, storicamente accertato, l’umanità corrotta avrà la possibilità di rinnovarsi. Ed è rinnovamento anche il rito battesimale che vedrà il seppellimento dell’uomo vecchio e la rinascita dell’uomo nuovo. L’acqua è una delle sostanze più ricche di segreti e singolarità che si conoscano anche se, per la sua grande disponibilità, non ce ne rendiamo conto. L’acqua è l’unico elemento presente in Natura contemporaneamente nei tre stati: solido (ghiaccio), liquido (acqua) e gassoso (vapore) ma per le leggi della chimica che conosciamo dovrebbe trovarsi solo allo stato gassoso. Il suo comportamento è sorprendente: raffreddandosi si contrae fino a 4°C dopo di ché inizia ad espandersi nuovamente facendo si che il ghiaccio di galleggi e permettendo alla vita di continuare a fluire sotto di sé. Cosa accadrebbe se tutti i mari ghiacciassero completamente annullando la vita! Questa è un’altra delle peculiarità non ancora spiegate dalla scienza tanto che ne è certa la provenienza sovrannaturale dell’acqua:...e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque [ Genesi 1,1]. L’acqua ha caratterizzato fortemente la cultura umana. Fu fonte di grandezza e civiltà per la Roma imperiale che prosperò per secoli e di cui rimangono, ad imperitura memoria, acquedotti straordinari e grandi impianti termali. Dal 476 quando l’impero crollò tutto fu travolto, l’intera umanità fu travolta perdendosi nei secoli bui del medioevo durante i quali le genti erano falcidiate dalle grandi sterminatrici, incessanti ondate di epidemie diverse, provocate dalla mancanza di acqua (pulita). Questo sino alla metà del XIX° secolo quando si riporterà l’orologio dell’aspettativa di vita al tempo dei romani (!). Dalle grandi città del nord Europa prima sino ai più piccoli centri poi, l’acqua potabile ( salubre e pulita) arrivò in tutte le case grazie all’ opera delle grandi municipalizzate garantendo così a tutti igiene, pulizia e salute. E l’acqua arrivò anche a Prevalle intorno agli anni sessanta col boom economico che fece balzare in avanti il nostro tenore di vita. Ed era l’acqua del sindaco, del rubinetto e delle fontane a dissetare la nostra infanzia. Ma nel 1969 arriva il “mercato”dell’acqua minerale : La pubblicità ci farà scoprire che l’acqua possiede altre proprietà, le “proprietà” dei testimonial belli e forti grazie all’acqua “terapeutica”, vero elisir di eterna giovinezza. Così a colpi di guerre commerciali, finanziarie e non, l’acqua diventa oggetto del contendere, casus belli. Come tra Umma Lagash due città stato Sumere che già cinquemila anni fa incrociarono le armi per una disputa sull’acqua. Prima guerra dell’acqua di cui si ha certezza. Come nel Tibet occupato nel 1948 dalla Cina rivendicando antichi diritti; in realtà un’ occupazione dettata dalla necessità di controllare otto grandi fiumi Asiatici. O come nel Kurdistan occupato dalla Turchia in realtà per un devastante progetto di dighe per il controllo dei fiumi Tigri ed Eufrate maggiore risorsa idrica dell’area medio-orientale. Ma le contese sull’acqua si rinnovano anche nei piccoli borghi. Per appropriarsene, in annate siccitose, non ci si risparmia botte o falcettate, ma non per questo l’acqua aumenta! Oggi nell’era digitale, dell’inflazione mediatica, bombardati dalle informazioni è invece complicato percepire dove sia il giusto. Sembriamo aver perso di vista l’etica quale principio ispiratore di ogni atto. Oggi sull’acqua si gioca la partita della legge. La legge del latinorum di manzoniana memoria. Per confondere le acque e nascondere l’evidenza dei fatti. Facciamo il punto sul processo di privatizzazione dell’acqua . Vediamo innanzitutto quali principi indichi la Comunità Europea. Secondo la UE, gli stati membri hanno la facoltà di decidere se definire il Servizio Idrico integrato di interesse generale anziché di interesse economico generale in modo da non farlo cadere nelle grinfie del mercato nel rispetto delle regole della concorrenza . Ogni Stato, così l’Italia, potrebbe decidere di finanziarlo attraverso la fiscalità generale come accade per esempio per la difesa o la scuola. Ancora l’Articolo 2 si “lasciano impregiudicata la competenza degli Stati membri a fornire, a commissionare e ad organizzare servizi di interesse generale non economico. Nell’ Articolo 14 si stabiliscono ...salva la competenza degli Stati membri, nel rispetto dei trattati, di fornire, fare eseguire e finanziare tali servizi. Nella Carta Europea dei Diritti dell’uomo Articolo 36 si riconosce e rispetta l'accesso ai servizi d'interesse economico generale quale previsto dalle legislazioni e prassi nazionali. L’Europa dunque lascia libero campo agli stati membri di decidere se l’acqua è una servizio di interesse economico oppure no. Il relativo quadro normativo viene esplicitato dagli stati membri. Cosa accade in Italia? Il Governo Italiano nel novembre del 2011 approva la Legge Ronchi che obbliga a privatizzare le società di gestione del Servizio Idrico Integrato indipendentemente dai risultati economici ottenuti ad avere, cioè, un socio privato industriale che controlli almeno il 40% della società. Cosi per le cosiddette gestioni “in house”, gestite dagli enti locali che dovranno trasformarsi in Spa pubblico-private con socio privato per almeno il 40% mentre le quotate come A2A entro il 2015 vedranno aumentare la quota privata per almeno il 70% entro il 2015. Si cancelleranno esperienze pubbliche di eccellenza soprattutto nel nord Italia. Società pubbliche come MM, Amiacque e AOB2 in Lombardia, Acque Veronesi e AST Treviso in Veneto, saranno svendute a privati il cui obiettivo primo è fare utili per se stessi. E la Lombardia? La Regione Lombardia, a seguito della Legge 191/2009 che cancella gli AATO, il consorzio dei comuni che “controllava” le risorse idriche, ha presentato un progetto di legge, devastante peggiore della Ronchi. Le competenze degli Aato saranno conferite alle Province. I comuni dovranno cedere la proprietà delle reti, degli impianti e delle altre dotazioni ad un Ente patrimoniale provinciale. La rappresentanza dei Comuni sarà limitata a tre soggetti. L’affidamento del servizio idrico integrato per l’intera provincia sarà assegnato ad un unico gestore Risultato: la proprietà degli impianti passerà dal comune all’Ente Patrimoniale Provinciale. I singoli comuni non avranno alcuna voce in capitolo. Un unico gestore provinciale gestirà l’intero servizio idrico integrato. Il controllo che i comuni potranno effettuare sarà praticamente nullo rimanendo anche defraudati dei loro beni. A Prevalle nello specifico cosa accadrà? Fine dell'erogazione dell'acqua da parte del comune. Le infrastrutture del nostro acquedotto dovrebbero passare a questo Ente patrimoniale provinciale ed il servizio integrato gestito da una società che oggi non è ancora stata identificata ma potrebbe essere un soggetto totalmente nuovo, sicuramente una società pubblico privata con una presenza di soci industriali per almeno un 40%. Fine del bene comune acqua poiché lo ricordiamo: un bene è pubblico se è gestito da soggetti formalmente e sostanzialmente pubblici nell’interesse della comunità!
E’ necessario che i cittadini riflettano su ciò che sta accadendo e decidano di essere, essi stessi, i protagonisti del proprio futuro. La gestione dell'acqua e di tutti i commons in genere deve essere comunitaria col coinvolgimento pieno della comunità per il soddisfacimento massimo di tutti gli interessati ma nel rispetto, tutela e salvaguardia del bene per le prossime generazioni.
Mariano Mazzacani www.acquadiprevalle.blogspot.com acquadiprevalle@gmail.com
LA GLOBALIZZAZIONE DELL'ACQUA!!!
Artico — Perché bisogna avere cura
dell’Artico?
Pubblicato: 22/03/2010
Dines Mikaelsen appoggia il fucile sulla prua della barca che dondola dolcemente, carica il colpo in canna e fa segno ai compagni di rimanere in silenzio. Il cacciatore inuit ha già mancato il bersaglio un paio di volte. Le dita stringono il grilletto. Un forte crack echeggia tra gli iceberg e a distanza di un campo da football una foca crolla a terra.
I quattro compagni di Dines – turisti – rimangono basiti. È quel che sono venuti a vedere, ma sono comunque un po’ turbati. Dines e i turisti dai quali ora dipende per buona parte del suo reddito non si conoscono ancora molto bene. Mentre altre culture fondano il loro sostentamento quasi esclusivamente su carne ben tagliata e avvolta nel cellophane, la caccia e le forme tradizionali di allevamento del bestiame sono ancora elementi centrali nelle culture artiche. La cultura e il paesaggio dell’Artico, come la piccola attività turistica di Dines, sono influenzate da due potenti forze: la globalizzazione e i cambiamenti climatici. La globalizzazione ha portato MTV, l’iPod, sistemi di navigazione modernissimi e una maggiore esposizione al mondo esterno. I cambiamenti climatici trasformano il paesaggio gelato, sciogliendo i ghiacciai e aprendo nuove vie marittime. Ciò offre anche nuove opportunità. Le navi da crociera hanno cominciato ad apparire a Tasiilaq, il villaggio di Dines sull’isola di Ammassalik, lungo la costa orientale della Groenlandia spazzata dal vento. Nel 2006 arrivarono quattro navi da crociera; l’anno dopo otto. «Cinque anni fa non
c’erano mosche nel nord della Groenlandia. Adesso ci sono. Qui le mosche arrivano un mese prima del solito», dice Dines. Fa anche molto più caldo. Negli ultimi anni le temperature estive a Tasiilaq hanno raggiunto i 22 gradi, polverizzando i record precedenti. Che cosa sta accadendo nell’Artico? L’Artico risente dei cambiamenti climatici più di altre regioni. Negli ultimi cinquant’anni le temperature sono aumentate in misura due volte superiore alla media mondiale(19). Il Catlin Arctic Survey, condotto nella primavera del 2009, ha analizzato il ghiaccio lungo una rotta di 280 miglia nel Mare di Beaufort, situato sul fronte settentrionale dell’Artico. Il ghiaccio era spesso sei piedi (circa 1,8 metri) e aveva mediamente un anno di età. La banchisa più vecchia, più spessa e più stabile sta scomparendo. Nel 2008 le rotte marittime dei passaggi a nord-ovest e nord-est attraverso la regione artica sono state navigabili per un breve periodo durante l’estate per la prima volta da quando è cominciata la raccolta di dati. Il mutamento del clima minaccia di distruggere la delicata rete di ecosistemi artici, che stanno già cambiando rapidamente. La banchisa artica, in particolare, desta serie preoccupazioni. Il ghiaccio e il mare sottostante ospitano numerose forme di vita, tutte a rischio a causa del riscaldamento globale.
Gli orsi polari muoiono di fame perché il ghiaccio più vicino al mare, luogo di riposo preferito delle foche, è troppo sottile per sostenerli. Gli uccelli migratori che trascorrono l’estate nell’Artico si perdono la più abbondante fioritura della stagione primaverile, perché si verifica con tre settimane di anticipo, prima del loro arrivo. Perché bisogna avere cura dell’Artico? Per molti di noi l’Artico può sembrare un luogo molto remoto in termini di geografia e importanza. Tuttavia la regione svolge una funzione fondamentale per la regolazione del clima a livello mondiale. Se i cambiamenti climatici proseguono ai ritmi previsti, le conseguenze saranno enormi per tutti. Il polo nord e il polo sud svolgono un ruolo fondamentale nella regolazione del clima sulla Terra, agendo da sistema di raffreddamento. A causa della minore copertura nevosa, la Terra assorbirà più calore dal sole e le correnti oceaniche cambieranno. L’Oceano artico, un misto di acqua dolce sciolta e di acqua salata, influenza le correnti oceaniche in tutto il pianeta. Alcuni scienziati ritengono che lo scioglimento di una quantità eccessiva di ghiaccio possa di fatto “interrompere” alcune correnti marine, che rivestono capitale importanza per il clima più a sud.
La regione artica ospita inoltre milioni di persone, molte delle quali appartengono a popolazioni autoctone uniche. Anche queste popolazioni e le loro culture sono a rischio.
Nuove attività economiche nell’Artico Lo scioglimento della banchisa e dei ghiacciai artici aprirà nuove zone allo sfruttamento da parte degli esseri umani. È probabile che nei prossimi decenni si assisterà all’intensificazione di molte attività economiche nell’Artico. Con il ritiro dei ghiacci, la pesca sarà praticata più a nord; si cominceranno a sfruttare le
riserve di petrolio e soprattutto di gas presenti nell’Artico; il turismo sta già registrando un’espansione; è molto probabile che aumenti anche il traffico marittimo, parallelamente all’esportazione di risorse artiche. Con l’apertura di nuove vie marittime e il ghiaccio più sottile potrebbe arrivare anche il trasporto intercontinentale di merci, ma ciò richiede lo sviluppo di navi e infrastrutture. È possibile che aumenti l’estrazione di minerali, legno e altre risorse. Le varie nazioni dell’Artico potrebbero cominciare a competere tra loro per il controllo delle risorse, del territorio e delle rotte marittime. Trovare un equilibrio tra il potenziale offerto da un Artico più tiepido e i rischi che ciò comporta (come le fuoriuscite di petrolio e gli impatti sull’ambiente) rappresenta una sfida significativa, per rispondere alla quale è necessario modificare il modo in cui l’Artico è governato.
Governance ambientale
In altre parti del mondo la sfida ambientale è costituita dal recupero degli ecosistemi danneggiati. Nell’Artico esiste ancora la possibilità di difendere un ambiente che, per la maggior parte, è davvero unico. L’attuale sistema di governance nell’Artico è molto frammentario. Sebbene esista un’ampia serie di accordi internazionali sull’Artico, tali accordi non sono stati concepiti specificamente per la regione e la loro attuazione e applicazione è disomogenea, persino tra gli Stati artici.
Nel novembre 2008 la Commissione europea ha presentato un documento nel quale descrive gli interessi dell’Unione europea nella regione e propone una serie di azioni per gli Stati membri e le istituzioni dell’Unione. È il primo passo verso una politica europea integrata per l’Artico. I principali obiettivi dell’Unione
sono:
_ tutelare e preservare l’Artico di concerto con la sua popolazione;
_ promuovere l’uso sostenibile delle risorse;
_ contribuire a una migliore governance multilaterale nell’Artico.
dell’Artico?
Pubblicato: 22/03/2010
Dines Mikaelsen appoggia il fucile sulla prua della barca che dondola dolcemente, carica il colpo in canna e fa segno ai compagni di rimanere in silenzio. Il cacciatore inuit ha già mancato il bersaglio un paio di volte. Le dita stringono il grilletto. Un forte crack echeggia tra gli iceberg e a distanza di un campo da football una foca crolla a terra.
I quattro compagni di Dines – turisti – rimangono basiti. È quel che sono venuti a vedere, ma sono comunque un po’ turbati. Dines e i turisti dai quali ora dipende per buona parte del suo reddito non si conoscono ancora molto bene. Mentre altre culture fondano il loro sostentamento quasi esclusivamente su carne ben tagliata e avvolta nel cellophane, la caccia e le forme tradizionali di allevamento del bestiame sono ancora elementi centrali nelle culture artiche. La cultura e il paesaggio dell’Artico, come la piccola attività turistica di Dines, sono influenzate da due potenti forze: la globalizzazione e i cambiamenti climatici. La globalizzazione ha portato MTV, l’iPod, sistemi di navigazione modernissimi e una maggiore esposizione al mondo esterno. I cambiamenti climatici trasformano il paesaggio gelato, sciogliendo i ghiacciai e aprendo nuove vie marittime. Ciò offre anche nuove opportunità. Le navi da crociera hanno cominciato ad apparire a Tasiilaq, il villaggio di Dines sull’isola di Ammassalik, lungo la costa orientale della Groenlandia spazzata dal vento. Nel 2006 arrivarono quattro navi da crociera; l’anno dopo otto. «Cinque anni fa non
c’erano mosche nel nord della Groenlandia. Adesso ci sono. Qui le mosche arrivano un mese prima del solito», dice Dines. Fa anche molto più caldo. Negli ultimi anni le temperature estive a Tasiilaq hanno raggiunto i 22 gradi, polverizzando i record precedenti. Che cosa sta accadendo nell’Artico? L’Artico risente dei cambiamenti climatici più di altre regioni. Negli ultimi cinquant’anni le temperature sono aumentate in misura due volte superiore alla media mondiale(19). Il Catlin Arctic Survey, condotto nella primavera del 2009, ha analizzato il ghiaccio lungo una rotta di 280 miglia nel Mare di Beaufort, situato sul fronte settentrionale dell’Artico. Il ghiaccio era spesso sei piedi (circa 1,8 metri) e aveva mediamente un anno di età. La banchisa più vecchia, più spessa e più stabile sta scomparendo. Nel 2008 le rotte marittime dei passaggi a nord-ovest e nord-est attraverso la regione artica sono state navigabili per un breve periodo durante l’estate per la prima volta da quando è cominciata la raccolta di dati. Il mutamento del clima minaccia di distruggere la delicata rete di ecosistemi artici, che stanno già cambiando rapidamente. La banchisa artica, in particolare, desta serie preoccupazioni. Il ghiaccio e il mare sottostante ospitano numerose forme di vita, tutte a rischio a causa del riscaldamento globale.
Gli orsi polari muoiono di fame perché il ghiaccio più vicino al mare, luogo di riposo preferito delle foche, è troppo sottile per sostenerli. Gli uccelli migratori che trascorrono l’estate nell’Artico si perdono la più abbondante fioritura della stagione primaverile, perché si verifica con tre settimane di anticipo, prima del loro arrivo. Perché bisogna avere cura dell’Artico? Per molti di noi l’Artico può sembrare un luogo molto remoto in termini di geografia e importanza. Tuttavia la regione svolge una funzione fondamentale per la regolazione del clima a livello mondiale. Se i cambiamenti climatici proseguono ai ritmi previsti, le conseguenze saranno enormi per tutti. Il polo nord e il polo sud svolgono un ruolo fondamentale nella regolazione del clima sulla Terra, agendo da sistema di raffreddamento. A causa della minore copertura nevosa, la Terra assorbirà più calore dal sole e le correnti oceaniche cambieranno. L’Oceano artico, un misto di acqua dolce sciolta e di acqua salata, influenza le correnti oceaniche in tutto il pianeta. Alcuni scienziati ritengono che lo scioglimento di una quantità eccessiva di ghiaccio possa di fatto “interrompere” alcune correnti marine, che rivestono capitale importanza per il clima più a sud.
La regione artica ospita inoltre milioni di persone, molte delle quali appartengono a popolazioni autoctone uniche. Anche queste popolazioni e le loro culture sono a rischio.
Nuove attività economiche nell’Artico Lo scioglimento della banchisa e dei ghiacciai artici aprirà nuove zone allo sfruttamento da parte degli esseri umani. È probabile che nei prossimi decenni si assisterà all’intensificazione di molte attività economiche nell’Artico. Con il ritiro dei ghiacci, la pesca sarà praticata più a nord; si cominceranno a sfruttare le
riserve di petrolio e soprattutto di gas presenti nell’Artico; il turismo sta già registrando un’espansione; è molto probabile che aumenti anche il traffico marittimo, parallelamente all’esportazione di risorse artiche. Con l’apertura di nuove vie marittime e il ghiaccio più sottile potrebbe arrivare anche il trasporto intercontinentale di merci, ma ciò richiede lo sviluppo di navi e infrastrutture. È possibile che aumenti l’estrazione di minerali, legno e altre risorse. Le varie nazioni dell’Artico potrebbero cominciare a competere tra loro per il controllo delle risorse, del territorio e delle rotte marittime. Trovare un equilibrio tra il potenziale offerto da un Artico più tiepido e i rischi che ciò comporta (come le fuoriuscite di petrolio e gli impatti sull’ambiente) rappresenta una sfida significativa, per rispondere alla quale è necessario modificare il modo in cui l’Artico è governato.
Governance ambientale
In altre parti del mondo la sfida ambientale è costituita dal recupero degli ecosistemi danneggiati. Nell’Artico esiste ancora la possibilità di difendere un ambiente che, per la maggior parte, è davvero unico. L’attuale sistema di governance nell’Artico è molto frammentario. Sebbene esista un’ampia serie di accordi internazionali sull’Artico, tali accordi non sono stati concepiti specificamente per la regione e la loro attuazione e applicazione è disomogenea, persino tra gli Stati artici.
Nel novembre 2008 la Commissione europea ha presentato un documento nel quale descrive gli interessi dell’Unione europea nella regione e propone una serie di azioni per gli Stati membri e le istituzioni dell’Unione. È il primo passo verso una politica europea integrata per l’Artico. I principali obiettivi dell’Unione
sono:
_ tutelare e preservare l’Artico di concerto con la sua popolazione;
_ promuovere l’uso sostenibile delle risorse;
_ contribuire a una migliore governance multilaterale nell’Artico.
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