martedì 27 luglio 2010
DA PIAZZA NAVONA ASCOLTATE L'INTERVENTO!
http://www.radioarticolo1.com/audio/2010/07/19/5601/1400000-firme-per-lacqua-pubblica-parla-padre-alex-zanotelli
lunedì 26 luglio 2010
Vogliono il libero mercato e creano i cartelli!
L’Authority sanziona quattro società del gas: “Ostacolavano la concorrenza”
Milano, 19 luglio – Sanzioni per un totale di 409mila euro a quattro società del servizio di distribuzione gas: Ages (156mila euro), Asm Vigevano e Lomellina (45mila euro), Metanprogetti (132mila euro) e Ses Reti (76mila euro). Le ha imposte l’Autorità per l’energia. Nelle motivazioni si parla di “violazione delle norme che prevedono l’accesso alle reti di nuovi venditori per la fornitura a clienti finali”.
In particolare, i procedimenti avviati dall’Authority hanno consentito di accertare che le imprese si erano rifiutate di fornire al nuovo entrante i dati relativi ai clienti finali richiesti, previsti dalla regolazione dell’Autorità e necessari per dare esecuzione alla nuova fornitura. E il rifiuto, spiega una nota, “ha avvantaggiato le società di vendita appartenenti al gruppo societario delle imprese di distribuzione”. L’Autorità ha giudicato molto gravi le violazioni accertate, poiché lesive di uno dei principi fondamentali della liberalizzazione dei settori dell’energia elettrica e del gas, ossia l’obbligo di accesso di terzi che la legge pone in capo a tutti i gestori di infrastrutture e che l’Authority ha il compito di tutelare nell’ambito della regolazione dei settori stessi. Inoltre, in tre casi (Ages, Metanprogetti e Ses Reti), i procedimenti erano finalizzati anche a inibire la condotta ostativa ancora in essere all’epoca dell’avvio.
Milano, 19 luglio – Sanzioni per un totale di 409mila euro a quattro società del servizio di distribuzione gas: Ages (156mila euro), Asm Vigevano e Lomellina (45mila euro), Metanprogetti (132mila euro) e Ses Reti (76mila euro). Le ha imposte l’Autorità per l’energia. Nelle motivazioni si parla di “violazione delle norme che prevedono l’accesso alle reti di nuovi venditori per la fornitura a clienti finali”.
In particolare, i procedimenti avviati dall’Authority hanno consentito di accertare che le imprese si erano rifiutate di fornire al nuovo entrante i dati relativi ai clienti finali richiesti, previsti dalla regolazione dell’Autorità e necessari per dare esecuzione alla nuova fornitura. E il rifiuto, spiega una nota, “ha avvantaggiato le società di vendita appartenenti al gruppo societario delle imprese di distribuzione”. L’Autorità ha giudicato molto gravi le violazioni accertate, poiché lesive di uno dei principi fondamentali della liberalizzazione dei settori dell’energia elettrica e del gas, ossia l’obbligo di accesso di terzi che la legge pone in capo a tutti i gestori di infrastrutture e che l’Authority ha il compito di tutelare nell’ambito della regolazione dei settori stessi. Inoltre, in tre casi (Ages, Metanprogetti e Ses Reti), i procedimenti erano finalizzati anche a inibire la condotta ostativa ancora in essere all’epoca dell’avvio.
Al peggio non c'è mai fine!!! Altro che rinnovabili.
L’altro metano - Uno spettro si aggira tra Mosca e Teheran: è boom negli Usa del “gas non convenzionale”
di Roberto Bonafini
Milano, 19 luglio – Non sarà la green economy di Obama e neppure la nuova voglia di nucleare più o meno civile a cambiare le carte della geopolitica internazionale. La nuova rivoluzione alle porte, che sta facendo tremare i polsi a Mosca come a Teheran, si chiama “shale gas” ed è noto ai più come “gas non convenzionale”. Non convenzionale perché, a differenza del fratello più noto, è contenuto negli scisti d’argilla, nei letti di carbone e nelle sabbie compatte. E oggi si può estrarre con tecnologie meno costose.
Con la fine del petrolio in un futuro non troppo lontano e la rapida ascesa del gas naturale per la generazione termoelettrica, i leader di Russia e Iran pensavano che nulla (forse solo la guerra) potesse ostacolare la loro leadership sul mercato dell’oro blu. Fino a oggi, appunto, perché negli Stati Uniti qualcuno ha deciso di investire in ricerca scoprendo che da quei giacimenti atipici era possibile ottenere riserve fino a quattro volte quelle esistenti (e questo si sapeva già), ma soprattutto era necessario mettere a punto un metodo di estrazione a costi competitivi con quelli dei giacimenti tradizionali. E la novità, forse in grado di modificare gli equilibri energetici globali, sta nell’applicazione contemporanea di due tecniche: la prima è la trivellazione orizzontale, che aumenta l’area da cui può essere estratto il metano; la seconda è l’acqua sparata ad alta pressione nel pozzo, mista ad acidi chimici, che frantuma le rocce e libera il metano che contengono. Questo diabolico uno-due sembra aver rianimato di colpo tutto le compagnie gas&oil.
Le quantità, secondo le ultime stime, sono in effetti di tutto rispetto. E se negli Stati Uniti, dove lo shale gas sta vivendo un boom, le riserve appaiono in grado di assicurare cento anni di consumi, secondo uno studio del National petroleum council britannico, nell’Europa centrale e orientale ci sono riserve dell’altro metano equivalenti a 92 miliardi di barili di petrolio, uno dei più grandi hot spot del pianeta. Una recente ricerca della Shell evidenzia poi che le riserve di gas non convenzionale in Europa potrebbero arrivare a 1.200 trilioni di piedi cubi, vale a dire cinque volte l’ammontare delle riserve comprovate. Con queste cifre è scattata allora la grande corsa da parte delle major. La più grande operazione finanziaria, in campo energetico, degli ultimi quattro anni è l’acquisizione da parte di Exxon, per la cospicua cifra di oltre 30 miliardi di dollari, di Xto, una società specializzata proprio nel gas non convenzionale. Ma anche Shell, Chevron (in Polonia e Bulgaria), Bp (almeno fino all’ecotragedia), Total e la norvegese Statoil sono entrate nel settore. E la nostra Eni? Non si è tirata indietro. Ha già fatto un investimento in Texas, soprattutto per acquisire know-how. Ad Alliance, vicino Dallas - dove sono presenti circa 13mila acri con una produzione pari a 106 mmcf/d (milioni di piedi cubi di gas al giorno) destinata a salire a 250 mmcf/d entro il 2012 - si è unita alla compagnia indipendente Quicksilver. Inoltre, è già pronto un accordo per sfruttare l’altro metano della vicina Tunisia.
Ma non tutti cavalcano il jolly energetico americano. Se ha impressionato che alcune compagnie come l’Apache - oggi sulla cresta dell’onda perché sta acquistando asset di Bp - abbiano riconvertito rigassificatori di metano per trasformarli in terminal per l’esportazione di shale in gas in Asia, sono diversi gli scettici. Le controindicazioni sono soprattutto di tipo ambientale. Come ricorda Jean-François Cirelli, presidente del colosso francese dell’energia Gdf Suez, “lo sviluppo delle riserve di shale richiede enormi quantitativi di acqua e molti più pozzi rispetto alle trivellazioni tradizionali. Considerando che la superficie a disposizione è molto meno estesa, gli europei avranno certamente più difficoltà a scavare”. Frantumare interi strati rocciosi nel sottosuolo può, infatti, compromettere la stabilità geologica, ma il problema più grosso è soprattutto la quantità d’acqua impiegata: per aprire un singolo pozzo occorre sparare sottoterra circa 10 milioni di litri. Inoltre l’acqua, carica di additivi chimici, che risale insieme al gas è inquinata, va raccolta e smaltita, e la frantumazione delle rocce può metterla in comunicazione con le falde potabili. Lo sanno bene i cittadini che vivono fra la Pennsylvania e New York, dove è stato bloccato lo sfruttamento di uno dei più grossi giacimenti americani per le preoccupazioni relative alle falde acquifere. La città della Grande Mela ha ricevuto l’appoggio dell’Environmental protection agency (Epa) statunitense, che il 30 dicembre ha pubblicato un rapporto in cui erano espresse “gravi riserve” sulle attività di trivellazione. IA proposito, il Congresso sta considerando una legge che sottoporrebbe la cosiddetta “fatturazione idraulica” alle severe regole dell’Epa: l’ipotetica norma, secondo i funzionari del settore, bloccherebbe le attività di esplorazione ed estrazione per anni.
Di queste controindicazioni le compagnie, anche e soprattutto in virtù di quanto è accaduto nel Golfo del Messico, sono oggi molto più consapevoli perché la salvaguardia ambientale - rappresentata dalla politica che fa leggi anti-barile sull’onda del pathos popolare, o dalla giustizia che ti costringe a risarcimenti miliardari - rischia seriamente di mettere in ginocchio qualsiasi grande impresa. Non è un caso dunque che Exxon, nell’acquisizione di Xto, abbia inserito una clausola che permette al gigante del petrolio di ritirarsi dall’accordo nel caso in cui il Congresso renda l’operazione shale gas “illegale o commercialmente impraticabile”. Di questi tempi bisogna essere prudenti.
di Roberto Bonafini
Milano, 19 luglio – Non sarà la green economy di Obama e neppure la nuova voglia di nucleare più o meno civile a cambiare le carte della geopolitica internazionale. La nuova rivoluzione alle porte, che sta facendo tremare i polsi a Mosca come a Teheran, si chiama “shale gas” ed è noto ai più come “gas non convenzionale”. Non convenzionale perché, a differenza del fratello più noto, è contenuto negli scisti d’argilla, nei letti di carbone e nelle sabbie compatte. E oggi si può estrarre con tecnologie meno costose.
Con la fine del petrolio in un futuro non troppo lontano e la rapida ascesa del gas naturale per la generazione termoelettrica, i leader di Russia e Iran pensavano che nulla (forse solo la guerra) potesse ostacolare la loro leadership sul mercato dell’oro blu. Fino a oggi, appunto, perché negli Stati Uniti qualcuno ha deciso di investire in ricerca scoprendo che da quei giacimenti atipici era possibile ottenere riserve fino a quattro volte quelle esistenti (e questo si sapeva già), ma soprattutto era necessario mettere a punto un metodo di estrazione a costi competitivi con quelli dei giacimenti tradizionali. E la novità, forse in grado di modificare gli equilibri energetici globali, sta nell’applicazione contemporanea di due tecniche: la prima è la trivellazione orizzontale, che aumenta l’area da cui può essere estratto il metano; la seconda è l’acqua sparata ad alta pressione nel pozzo, mista ad acidi chimici, che frantuma le rocce e libera il metano che contengono. Questo diabolico uno-due sembra aver rianimato di colpo tutto le compagnie gas&oil.
Le quantità, secondo le ultime stime, sono in effetti di tutto rispetto. E se negli Stati Uniti, dove lo shale gas sta vivendo un boom, le riserve appaiono in grado di assicurare cento anni di consumi, secondo uno studio del National petroleum council britannico, nell’Europa centrale e orientale ci sono riserve dell’altro metano equivalenti a 92 miliardi di barili di petrolio, uno dei più grandi hot spot del pianeta. Una recente ricerca della Shell evidenzia poi che le riserve di gas non convenzionale in Europa potrebbero arrivare a 1.200 trilioni di piedi cubi, vale a dire cinque volte l’ammontare delle riserve comprovate. Con queste cifre è scattata allora la grande corsa da parte delle major. La più grande operazione finanziaria, in campo energetico, degli ultimi quattro anni è l’acquisizione da parte di Exxon, per la cospicua cifra di oltre 30 miliardi di dollari, di Xto, una società specializzata proprio nel gas non convenzionale. Ma anche Shell, Chevron (in Polonia e Bulgaria), Bp (almeno fino all’ecotragedia), Total e la norvegese Statoil sono entrate nel settore. E la nostra Eni? Non si è tirata indietro. Ha già fatto un investimento in Texas, soprattutto per acquisire know-how. Ad Alliance, vicino Dallas - dove sono presenti circa 13mila acri con una produzione pari a 106 mmcf/d (milioni di piedi cubi di gas al giorno) destinata a salire a 250 mmcf/d entro il 2012 - si è unita alla compagnia indipendente Quicksilver. Inoltre, è già pronto un accordo per sfruttare l’altro metano della vicina Tunisia.
Ma non tutti cavalcano il jolly energetico americano. Se ha impressionato che alcune compagnie come l’Apache - oggi sulla cresta dell’onda perché sta acquistando asset di Bp - abbiano riconvertito rigassificatori di metano per trasformarli in terminal per l’esportazione di shale in gas in Asia, sono diversi gli scettici. Le controindicazioni sono soprattutto di tipo ambientale. Come ricorda Jean-François Cirelli, presidente del colosso francese dell’energia Gdf Suez, “lo sviluppo delle riserve di shale richiede enormi quantitativi di acqua e molti più pozzi rispetto alle trivellazioni tradizionali. Considerando che la superficie a disposizione è molto meno estesa, gli europei avranno certamente più difficoltà a scavare”. Frantumare interi strati rocciosi nel sottosuolo può, infatti, compromettere la stabilità geologica, ma il problema più grosso è soprattutto la quantità d’acqua impiegata: per aprire un singolo pozzo occorre sparare sottoterra circa 10 milioni di litri. Inoltre l’acqua, carica di additivi chimici, che risale insieme al gas è inquinata, va raccolta e smaltita, e la frantumazione delle rocce può metterla in comunicazione con le falde potabili. Lo sanno bene i cittadini che vivono fra la Pennsylvania e New York, dove è stato bloccato lo sfruttamento di uno dei più grossi giacimenti americani per le preoccupazioni relative alle falde acquifere. La città della Grande Mela ha ricevuto l’appoggio dell’Environmental protection agency (Epa) statunitense, che il 30 dicembre ha pubblicato un rapporto in cui erano espresse “gravi riserve” sulle attività di trivellazione. IA proposito, il Congresso sta considerando una legge che sottoporrebbe la cosiddetta “fatturazione idraulica” alle severe regole dell’Epa: l’ipotetica norma, secondo i funzionari del settore, bloccherebbe le attività di esplorazione ed estrazione per anni.
Di queste controindicazioni le compagnie, anche e soprattutto in virtù di quanto è accaduto nel Golfo del Messico, sono oggi molto più consapevoli perché la salvaguardia ambientale - rappresentata dalla politica che fa leggi anti-barile sull’onda del pathos popolare, o dalla giustizia che ti costringe a risarcimenti miliardari - rischia seriamente di mettere in ginocchio qualsiasi grande impresa. Non è un caso dunque che Exxon, nell’acquisizione di Xto, abbia inserito una clausola che permette al gigante del petrolio di ritirarsi dall’accordo nel caso in cui il Congresso renda l’operazione shale gas “illegale o commercialmente impraticabile”. Di questi tempi bisogna essere prudenti.
Etichette:
acqua bene comune diritto universale
giovedì 22 luglio 2010
Chiusa la campagna referendaria anche a Brescia successo strepitoso!!
COMUNICATO STAMPA
Oggi in mattinata, i rappresentanti dei Movimenti per l’acqua pubblica si sono ritrovati a Piazza Navona per festeggiare insieme la consegna alla Consulta di oltre un milione di firme raccolte per la campagna referendaria. Questo percorso, iniziato circa tre mesi fa, ha comportato lo sforzo di centinaia di persone che si sono mobilitate in tutta Italia. Entusiasmante raccontare questa avventura, questa formidabile avventura che comitati, in tutti i territori d'Italia, da Nord a Sud, uomini e donne hanno messo in piedi, in un apparato organizzativo così serio, fatto di sforzi, di quotidianità ed impegno, per costruire un modello di democrazia, al di là delle strutture e sovrastrutture classiche della politica, per il proprio territorio, per i propri diritti e per il proprio futuro. Per il futuro di tutti i cittadini!
I numeri delle firme: oltre 1.400.000 a livello nazionale certificate di gran parte consegnate alla Consulta, di queste 235.000 della Lombardia. Brescia è tra le aree che hanno sorpreso di più, con un obiettivo di 15.900, la raccolta ha superato quota 44.000. Grande e fortemente emblematica il risultato della Valle Camonica che ha contribuito con oltre 12.000. Tante gocce d’acqua a formare un’ondata blù, da tutti i territori che hanno così manifestato la loro “presenza “ rispondendo in maniera efficace grazie soprattutto alla trasversalità del Comitato Promotore della campagna referendaria, buon viatico in vista del referendum vero e proprio.
Segnali di “resistenza” si registrano anche a livello istituzionale: lo scorso aprile il Consiglio Comunale di Milano ha approvato all’unanimità un Ordine del Giorno che conferma l’affidamento fino al 2027 all’azienda totalmente pubblica Metropolitana Milanese, ignorando gli obblighi di privatizzazione imposti dal Decreto Ronchi; Molti comuni, anche in Lombardia, hanno dichiarato la loro volontà di non volersi allineare ai vincoli imposti dall’art. 23 bis. La “resistenza” dei sindaci va in controtendenza rispetto alla volontà del Governo che punta a ridurre l’autonomia degli enti locali. La norma, votata dal Parlamento a febbraio 2010, che prevede la soppressione degli A.T.O. (Ambiti Territoriali Ottimali) dall’aprile del prossimo anno, di fatto sottrae ai Comuni le competenze in materia di servizio idrico per consegnarle alle Regioni (e da queste alle province), allontanando dalla partecipazione democratica le decisioni su un bene essenziale per tutti i cittadini. In ragione del sorprendente andamento della raccolta firme il Comitato Promotore chiederà al Governo una moratoria sugli tutti affidamenti, in pratica un doveroso stop alla legge, in attesa del referendum, che dovrebbe svolgersi tra il 15 maggio ed il 15 giugno 2011, il cui esito potrebbe rappresentare la chiave di volta di un cambiamento paradigmatico sui processi decisionali riguardo la gestione di tutti i Beni Pubblici.
Oggi in mattinata, i rappresentanti dei Movimenti per l’acqua pubblica si sono ritrovati a Piazza Navona per festeggiare insieme la consegna alla Consulta di oltre un milione di firme raccolte per la campagna referendaria. Questo percorso, iniziato circa tre mesi fa, ha comportato lo sforzo di centinaia di persone che si sono mobilitate in tutta Italia. Entusiasmante raccontare questa avventura, questa formidabile avventura che comitati, in tutti i territori d'Italia, da Nord a Sud, uomini e donne hanno messo in piedi, in un apparato organizzativo così serio, fatto di sforzi, di quotidianità ed impegno, per costruire un modello di democrazia, al di là delle strutture e sovrastrutture classiche della politica, per il proprio territorio, per i propri diritti e per il proprio futuro. Per il futuro di tutti i cittadini!
I numeri delle firme: oltre 1.400.000 a livello nazionale certificate di gran parte consegnate alla Consulta, di queste 235.000 della Lombardia. Brescia è tra le aree che hanno sorpreso di più, con un obiettivo di 15.900, la raccolta ha superato quota 44.000. Grande e fortemente emblematica il risultato della Valle Camonica che ha contribuito con oltre 12.000. Tante gocce d’acqua a formare un’ondata blù, da tutti i territori che hanno così manifestato la loro “presenza “ rispondendo in maniera efficace grazie soprattutto alla trasversalità del Comitato Promotore della campagna referendaria, buon viatico in vista del referendum vero e proprio.
Segnali di “resistenza” si registrano anche a livello istituzionale: lo scorso aprile il Consiglio Comunale di Milano ha approvato all’unanimità un Ordine del Giorno che conferma l’affidamento fino al 2027 all’azienda totalmente pubblica Metropolitana Milanese, ignorando gli obblighi di privatizzazione imposti dal Decreto Ronchi; Molti comuni, anche in Lombardia, hanno dichiarato la loro volontà di non volersi allineare ai vincoli imposti dall’art. 23 bis. La “resistenza” dei sindaci va in controtendenza rispetto alla volontà del Governo che punta a ridurre l’autonomia degli enti locali. La norma, votata dal Parlamento a febbraio 2010, che prevede la soppressione degli A.T.O. (Ambiti Territoriali Ottimali) dall’aprile del prossimo anno, di fatto sottrae ai Comuni le competenze in materia di servizio idrico per consegnarle alle Regioni (e da queste alle province), allontanando dalla partecipazione democratica le decisioni su un bene essenziale per tutti i cittadini. In ragione del sorprendente andamento della raccolta firme il Comitato Promotore chiederà al Governo una moratoria sugli tutti affidamenti, in pratica un doveroso stop alla legge, in attesa del referendum, che dovrebbe svolgersi tra il 15 maggio ed il 15 giugno 2011, il cui esito potrebbe rappresentare la chiave di volta di un cambiamento paradigmatico sui processi decisionali riguardo la gestione di tutti i Beni Pubblici.
Iscriviti a:
Post (Atom)