680mila firme contro 150 milioni di euro. Sono i numeri a misurare la differenza tra l'acqua “bene comune” e l'acqua “merce”. Il primo (680mila) racconta il numero delle firme raccolte nel primo mese delle campagna referendaria contro la privatizzazione del servizio idrico integrato; il secondo misura invece l'investimento nel settore del servizio idrico integrato dalla società di gestione del risparmio F2i (Fondi italiani per le infrastrutture sgr).
E se il primo dato dà conto della volontà dei cittadini italiani di frenare l'ingresso di capitali privati e di capitali finanziari e speculativi nel società che portano nelle nostre case l'acqua potabile, diventata scelta obbligata con la legge Ronchi del novembre scorso, il secondo è un investimento che da quel testo di legge prende le mosse: nel comunicato stampa del 24 maggio scorso con cui Iride Acqua e Gas spa (società del gruppo Iride), F2i rete idrica italiana spa e F2i sgr spa danno conto dell'accordo, spiegano che esso ha finalità di “concentrazione e sviluppo dell’attività idrica”, intendendo con questo” di essere in grado, anche dal punto di vista finanziario, di realizzare (a) il piano degli investimenti previsto dal Piano d’Ambito dell’Ambito territoriale ottimale genovese, e (b) un programma di partecipazione alle future gare ad evidenza pubblica per l’assunzione di partecipazioni ovvero la gestione di ulteriori ambiti territoriali, allorquando troverà applicazione il nuovo regime delineato dall’entrata in vigore del Decreto Ronchi”.
La carta d'identità di F2i, una sgr che raccoglie 1,8 miliardi di euro, aiuta a capire chi sono gli sponsor di questa operazione: Banca infrastrutture innovazione e sviluppo, del gruppo Intesa-Sanpaolo, Cassa depositi e prestiti, Merrill Lynch, Unicredit, Cariplo, Cassa di risparmio di Torino, Monte dei Paschi di Siena, Cassa di risparmio di Cuneo, Cassa di risparmio in Bologna, Cassa di risparmio di Padova e Rovigo e Cassa di risparmio di Forlì, gli istituti di previdenza Inarcassa e Cipag.
Tra queste, Intesa-Sanpaolo e Fondazione Cassa di risparmio di Torino erano già azioniste di Iride.
L'accordo tra Iride e F2i, che è guidata da Vito Gamberale (nella foto in apertura), già amministratore delegato di Atlantia (cioè di Autostrade per l'Italia, società del gruppo Benetton), ruota intorno a due società: San Giacomo (il “veicolo” attraverso il quale verrà realizzato il progetto) e Mediterranea delle Acque, già quotata in Borsa. Alla prima verrà conferita da Iride la partecipazione detenuta nella seconda, pari a circa il 68,323% del capitale sociale. Il 25 maggio, poi, San Giacomo ha acquistato le azioni detenute in Mediterranea delle acque da Veolia Eau-Compagnie Generale des Eaux S.A. (pari a circa il 17,090% del capitale) al prezzo di 3 euro per azione. A questo punto, F2i Rete idrica italiana è pronta a sottoscrivere entro il 1 giugno un aumento del capitale di San Giacomo da 39,5 milioni di euro.
Il punto d'arrivo di questo processo prevede il delisting, ovvero l'uscita dalla Borsa di Mediterranea delle acque, mediante un’offerta pubblica di acquisto totalitaria volontaria da parte di San Giacomo, al prezzo di tre euro per azione.
A quel punto, Iride e F2i lavoreranno per creare “un polo industriale dell'acqua”, il “campione nazionale” del servizio idrico integrato.
Tutta l'operazione è stata, ovviamente, benedetta da Borsa Italiana (una società per azioni tra i cui azionisti privati ci sono Intesa-Sanpaolo e Unicredit, nomi che troviamo anche tra gli sponsor di F2i). “Mediterranea delle Acque -si legge in una nota Ansa del 25 maggio-vola in Borsa (+12,74% a 2,96 euro) e si allinea al prezzo di 3 euro per azione a cui verrà lanciata l'Opa sulla società”. E, nel frattempo, è stata completata anche la fusione tra Iride -partecipata attraverso Sviluppo Utilities dai Comuni di Torino e Genova- ed Enìa, altra società quotata in Borsa, emiliana.
Un'analisi dell'intera vicenda è stata pubblicata sul sito del Comitato promotore del referendum per l'acqua pubblica: “Il caso di Iride è particolarmente indicativo visto che il gruppo partecipato da Genova e Torino, oltre che di Mediterranea delle acque, è anche socio di Acque potabili e sta completando un processo di fusione con Enìa, la multiservizi emiliana quotata a Piazza Affari, nata dalla fusione delle S.p.A. delle province di Reggio Emilia, Parma e Piacenza. Iride ed Enìa insieme definirebbero un asse “padano occidentale” con 4 miliardi di capitalizzazione di borsa e 2,5 milioni di “clienti” solo per il servizio idrico, senza contare le quote di cittadini palermitani portati in dote da Iride e di Enna portati in dote da Enìa”. L'accorpamento di tutte le gestioni idriche tra Piemonte, Liguria, Emilia, Sicilia non avverrebbe, però, nell'interesse dei cittadini. E la partita potrebbe allargarsi anche a Smat, la società per azioni a totale controllo pubblico che gestisce il servizio idrico integrato nelle città di Torino. “Aprendo le porte dell'azienda a un soggetto come F2i, e vincolandosi a un patto parasociale, Genova e Torino rinunciano alla posizione del Comune imprenditore e completano il passaggio verso la posizione del Comune azionista” ha scritto Massimo Mucchetti in un commento sul Corriere della Sera: il Comune non è più responsabile e garante di un servizio e di un diritto per tutti i cittadini, ma solo uno dei tanti soci che attende l'assemblea di aprile per sapre quanto incasserà sotto forma di dividendo.
lunedì 31 maggio 2010
mercoledì 26 maggio 2010
IL RE E' NUDO! LA CINA SCOPRE LE CARTE !
LA CINA SCOPRE LE CARTE L'OCCUPAZIONE DEL TIBET UNA GUERRA PER IL CONTROLLO DEL TERZO POLO DA DOVE NASCONO 8 TRA I MAGGIORI FIUMI AL MONDO!
La Cina vuol "misurare" il suo potere politico: sta studiando una nuova diga da realizzare in Tibet
FIRENZE. Continua la mania di grandezza della Cina in tema di grandi dighe: quella delle "Tre Gole" oggi la più imponente al mondo, potrebbe essere superata da una diga da realizzare in Tibet sul fiume Brahmaputra. Siamo a livello di studio ma la notizia riportata sul sito di Hydro China, un'azienda pubblica che costruisce dighe, pare confermata anche da fonti governative. L'idea e gli studi ci sono, il progetto ancora no, informa il vicesegretario generale della Società cinese per l'energia idroelettrica, Zhang Boting.
«Questa diga farebbe risparmiare 200 mila tonnellate di anidride carbonica ogni anno. Non dovremmo sprecare l'opportunità di un grande progetto di riduzione delle emissioni» ha dichiarato Zhang.
Lo sbarramento, verrebbe realizzato in una zona montuosa dell'Himalaya, nella località di Mutuo su un'ansa del Brahmaputra, e fornirebbe una quantità di elettricità di 38 gigawatt pari a metà di quella dell'intera rete elettrica britannica ha commentato il quotidiano inglese Guardian.
Come è facile intuire ad alcuni aspetti positivi se ne aggiungono una sfilza di negativi che dovrebbe far riflettere bene prima di procedere oltre con il progetto. Secondo uno studioso tibetano di politiche ambientali, Tashi Tsering, per la realizzazione del progetto ci sono difficoltà di varia natura. Ci sono quelle tecniche (legate al terreno impervio), poi quelle ambientali e politiche. Gli ecologisti temono che il nuovo super-bacino possa sconvolgere l'ecosistema dell'altopiano.
I tibetani considerano la zona sacra, mentre India e Bangladesh, dove il Brahmaputra va a terminare il suo corso, temono che i cinesi possano usare gli sbarramenti per deviare acqua verso le loro regioni aride. Si aprirebbero nuove tensioni che per le stesse ragioni (controllo delle risorsa idrica) si stanno già consumando in altre parti del pianeta.
Questo è il pericolo maggiore che intravede anche Massimiliano Rocco, responsabile del programma Traffic del Wwf Italia: «la possibilità di una costruzione di una mega-diga potrebbe comportare il rischio di estinzione di alcune specie vulnerabili ed il controllo del flusso e della frequenza dell'acqua, darebbero in mano l'economia agricola dell'area alla Cina. Inoltre, in zone come quelle ci sarebbe una ricaduta per lo spostamento dei villaggi, delle comunità e insieme della fauna. Una cosa del genere, ha concluso Rocco- potrebbe davvero essere sinonimo di vero potere politico».
La Cina vuol "misurare" il suo potere politico: sta studiando una nuova diga da realizzare in Tibet
FIRENZE. Continua la mania di grandezza della Cina in tema di grandi dighe: quella delle "Tre Gole" oggi la più imponente al mondo, potrebbe essere superata da una diga da realizzare in Tibet sul fiume Brahmaputra. Siamo a livello di studio ma la notizia riportata sul sito di Hydro China, un'azienda pubblica che costruisce dighe, pare confermata anche da fonti governative. L'idea e gli studi ci sono, il progetto ancora no, informa il vicesegretario generale della Società cinese per l'energia idroelettrica, Zhang Boting.
«Questa diga farebbe risparmiare 200 mila tonnellate di anidride carbonica ogni anno. Non dovremmo sprecare l'opportunità di un grande progetto di riduzione delle emissioni» ha dichiarato Zhang.
Lo sbarramento, verrebbe realizzato in una zona montuosa dell'Himalaya, nella località di Mutuo su un'ansa del Brahmaputra, e fornirebbe una quantità di elettricità di 38 gigawatt pari a metà di quella dell'intera rete elettrica britannica ha commentato il quotidiano inglese Guardian.
Come è facile intuire ad alcuni aspetti positivi se ne aggiungono una sfilza di negativi che dovrebbe far riflettere bene prima di procedere oltre con il progetto. Secondo uno studioso tibetano di politiche ambientali, Tashi Tsering, per la realizzazione del progetto ci sono difficoltà di varia natura. Ci sono quelle tecniche (legate al terreno impervio), poi quelle ambientali e politiche. Gli ecologisti temono che il nuovo super-bacino possa sconvolgere l'ecosistema dell'altopiano.
I tibetani considerano la zona sacra, mentre India e Bangladesh, dove il Brahmaputra va a terminare il suo corso, temono che i cinesi possano usare gli sbarramenti per deviare acqua verso le loro regioni aride. Si aprirebbero nuove tensioni che per le stesse ragioni (controllo delle risorsa idrica) si stanno già consumando in altre parti del pianeta.
Questo è il pericolo maggiore che intravede anche Massimiliano Rocco, responsabile del programma Traffic del Wwf Italia: «la possibilità di una costruzione di una mega-diga potrebbe comportare il rischio di estinzione di alcune specie vulnerabili ed il controllo del flusso e della frequenza dell'acqua, darebbero in mano l'economia agricola dell'area alla Cina. Inoltre, in zone come quelle ci sarebbe una ricaduta per lo spostamento dei villaggi, delle comunità e insieme della fauna. Una cosa del genere, ha concluso Rocco- potrebbe davvero essere sinonimo di vero potere politico».
martedì 25 maggio 2010
E' iniziato l'assalto alla diligenza dei Serivizi idrici!
Mercato idrico, la danza è iniziata
La mulitutility Iride e il fondo F2i alla conquista dei servizi idrici italiani grazie alla Legge Ronchi
Matrioske finanziarie che controllano i rubinetti dei cittadini. Con la Legge Ronchi si aprono grandi possibilità d'affari per le aziende del settore servizi con fusioni, accorpamenti, acquisizioni. La gestione dell'acqua si sposta sempre di più nelle mani della borsa, di banche e fondazioni, fondi e manager. Sfugge definitivamente al controllo dei Comuni e dei cittadini.
La prima mossa è di ieri ed ha per protagonista Iride (la multutility “nata dalla integrazione tra Aem Torino e Amga Genova” ovvero tra l'azienda elettrica ex-municipale del capoluogo piemontese e la S.p.A. al 51% pubblica del gas e dell'acqua di quello ligure) e il fondo italiano per le infrastrutture F2i promosso dalla Cassa Depositi e Prestiti (1,8 miliardi di euro di capitalizzazione, sottoscritti in gran parte da banche, fondazioni bancarie e casse previdenziali).
Insieme promuoveranno un accorpamento di tutti i servizi idrici detenuti da Iride e le sue associate e si lanciano nel mercato aperto dalla Legge Ronchi. Acquisizioni e fusioni che verranno ripagate dalle bollette dei cittadini. Perché non c'è altro ricavo, e più sono i rubinetti, più crescono le aggregazioni, più si può “contare in borsa”. Una pura bolla finanziaria gonfiata ad acqua. Seguite bene perché c'è da farsi venire il mal di testa.
La ragnatela idrica
Con un annuncio congiunto Iride e F2i i si lanciano nel Risiko delle concessioni dei servizi idrici aperto dalla Legge Ronchi. L'alleanza prevede che Iride conferisca a una nuova società contenitore, la San Giacomo S.r.l., la sua partecipazione del 68% in Mediterranea acque (anch'essa quotata in Borsa, gestisce l'acqua di Genova) e tutte le altre partecipazioni “idriche” detenute (essenzialmente Amter S.p.A. ed Idrotigullio S.p.A che gestiscono i servizi idrici sulle riviere liguri di ponente e levante). San Giacomo acquisterà le quote di Mediterranea Acque detenute dalla multinazionale francese Veolia e da tutti gli altri partner a un prezzo bloccato di 3 euro. F2i finanzierà il tutto.
Alla fine dell'operazione, Mediterranea Acque sarà posseduta da San Giacomo (ovvero da Iride al 60% e da F2i al 40%) con una piccola quota di Impregilo e solo il 9% sul mercato borsistico (un flottante molto piccolo) e si dedicherà essenzialmente a diventare “uno dei principali operatori del servizio idrico in Italia, per dimensione e per estensione del servizio sul territorio nazionale”.
Come? Con “un programma di partecipazione alle future gare ad evidenza pubblica per l’assunzione di partecipazioni ovvero la gestione di ulteriori ambiti territoriali, allorquando troverà applicazione il nuovo regime delineato dall’entrata in vigore della Legge Ronchi”. Una campagna di shopping delle quote delle S.p.A. pubbliche in vendita obbligata dalla recente legge del governo.
Si compie in questo modo la prima mossa in grande stile per il riassetto del settore idrico che vedrà protagoniste le multiutility quotate in borsa (Acea, Hera, A2A su tutte), le multinazionali straniere presenti sul territorio (Veolia e Suez essenzialmente), fondazioni e banche. In palio un mercato di circa 8 miliardi di euro oggi detenuto in prevalenza da S.p.A. a controllo pubblico e un riassetto in borsa per circa 19 miliardi di euro di capitalizzazioni.
sempre che si riesca poi a dipanare la ragnatela di accordi e fusioni che in questi anni hanno portato i servizi idrici sempre più lontano dai territori e sempre più sui mercati finanziari.
L'asse padano occidentale che arriva fino in Sicilia
Il caso di Iride, in questo senso, è particolarmente indicativo, visto che il gruppo partecipato da Genova e Torino, oltre che di Mediterranea Acque è anche socio di Acque Potabili (a sua volta detenuta da “Acque Potabili S.p.A. con sede in Torino, Acquedotto di Savona S.p.A. con sede in Savona, Acquedotto Monferrato S.p.A. con sede in Torino e da Acque Potabili Siciliane S.p.A. con sede in Palermo”) e sta completando un processo di fusione con Enìa, la multiservizi emiliana quotata a Piazza Affari, nata dalla fusione delle S.p.A. delle province di Reggio Emilia, Parma e Piacenza. Iride ed Enìa insieme definirebbero un asse “padano occidentale” con 4 miliardi di capitalizzazione di borsa e 2,5 milioni di “clienti” solo per il servizio idrico, senza contare le quote di cittadini palermitani portati in dote da Iride e di Enna portati in dote da Enìa.
Con il rafforzamento di Mediterranea Acque, si dovrebbero quindi accorpare tutte le gestioni idriche tra Piemonte, Liguria, Emilia, Sicilia, più la campagna di shopping finanziata da F2i. Serve al territorio, ai cittadini, al recupero delle perdite, al risparmio della risorsa e alla sua gestione integrata? La storia delle liberalizzazioni negli altri paesi dice di no. Ma in Italia, con venti anni di ritardo, si procede a far diventare l'acqua un bene commerciabile e finanziario, lontano dalle necessità del territorio e dal controllo di cittadini e Comuni. Diranno che queste operazioni servono per raccogliere gli investimenti che mancano. Non è vero. Servono per fare massa finanziaria e garantire ritorni di bilancio. I privati non finanziano opere idriche, non c'è margine di ritorno. E infatti con la liberalizzazione sono crollati gli investimenti in reti e manutenzione (dai 2 miliardi anno, ai 700 milioni attuali). A meno di dargli mano libera sulle tariffe. E fargli mettere le mani nelle vostre tasche.
La mulitutility Iride e il fondo F2i alla conquista dei servizi idrici italiani grazie alla Legge Ronchi
Matrioske finanziarie che controllano i rubinetti dei cittadini. Con la Legge Ronchi si aprono grandi possibilità d'affari per le aziende del settore servizi con fusioni, accorpamenti, acquisizioni. La gestione dell'acqua si sposta sempre di più nelle mani della borsa, di banche e fondazioni, fondi e manager. Sfugge definitivamente al controllo dei Comuni e dei cittadini.
La prima mossa è di ieri ed ha per protagonista Iride (la multutility “nata dalla integrazione tra Aem Torino e Amga Genova” ovvero tra l'azienda elettrica ex-municipale del capoluogo piemontese e la S.p.A. al 51% pubblica del gas e dell'acqua di quello ligure) e il fondo italiano per le infrastrutture F2i promosso dalla Cassa Depositi e Prestiti (1,8 miliardi di euro di capitalizzazione, sottoscritti in gran parte da banche, fondazioni bancarie e casse previdenziali).
Insieme promuoveranno un accorpamento di tutti i servizi idrici detenuti da Iride e le sue associate e si lanciano nel mercato aperto dalla Legge Ronchi. Acquisizioni e fusioni che verranno ripagate dalle bollette dei cittadini. Perché non c'è altro ricavo, e più sono i rubinetti, più crescono le aggregazioni, più si può “contare in borsa”. Una pura bolla finanziaria gonfiata ad acqua. Seguite bene perché c'è da farsi venire il mal di testa.
La ragnatela idrica
Con un annuncio congiunto Iride e F2i i si lanciano nel Risiko delle concessioni dei servizi idrici aperto dalla Legge Ronchi. L'alleanza prevede che Iride conferisca a una nuova società contenitore, la San Giacomo S.r.l., la sua partecipazione del 68% in Mediterranea acque (anch'essa quotata in Borsa, gestisce l'acqua di Genova) e tutte le altre partecipazioni “idriche” detenute (essenzialmente Amter S.p.A. ed Idrotigullio S.p.A che gestiscono i servizi idrici sulle riviere liguri di ponente e levante). San Giacomo acquisterà le quote di Mediterranea Acque detenute dalla multinazionale francese Veolia e da tutti gli altri partner a un prezzo bloccato di 3 euro. F2i finanzierà il tutto.
Alla fine dell'operazione, Mediterranea Acque sarà posseduta da San Giacomo (ovvero da Iride al 60% e da F2i al 40%) con una piccola quota di Impregilo e solo il 9% sul mercato borsistico (un flottante molto piccolo) e si dedicherà essenzialmente a diventare “uno dei principali operatori del servizio idrico in Italia, per dimensione e per estensione del servizio sul territorio nazionale”.
Come? Con “un programma di partecipazione alle future gare ad evidenza pubblica per l’assunzione di partecipazioni ovvero la gestione di ulteriori ambiti territoriali, allorquando troverà applicazione il nuovo regime delineato dall’entrata in vigore della Legge Ronchi”. Una campagna di shopping delle quote delle S.p.A. pubbliche in vendita obbligata dalla recente legge del governo.
Si compie in questo modo la prima mossa in grande stile per il riassetto del settore idrico che vedrà protagoniste le multiutility quotate in borsa (Acea, Hera, A2A su tutte), le multinazionali straniere presenti sul territorio (Veolia e Suez essenzialmente), fondazioni e banche. In palio un mercato di circa 8 miliardi di euro oggi detenuto in prevalenza da S.p.A. a controllo pubblico e un riassetto in borsa per circa 19 miliardi di euro di capitalizzazioni.
sempre che si riesca poi a dipanare la ragnatela di accordi e fusioni che in questi anni hanno portato i servizi idrici sempre più lontano dai territori e sempre più sui mercati finanziari.
L'asse padano occidentale che arriva fino in Sicilia
Il caso di Iride, in questo senso, è particolarmente indicativo, visto che il gruppo partecipato da Genova e Torino, oltre che di Mediterranea Acque è anche socio di Acque Potabili (a sua volta detenuta da “Acque Potabili S.p.A. con sede in Torino, Acquedotto di Savona S.p.A. con sede in Savona, Acquedotto Monferrato S.p.A. con sede in Torino e da Acque Potabili Siciliane S.p.A. con sede in Palermo”) e sta completando un processo di fusione con Enìa, la multiservizi emiliana quotata a Piazza Affari, nata dalla fusione delle S.p.A. delle province di Reggio Emilia, Parma e Piacenza. Iride ed Enìa insieme definirebbero un asse “padano occidentale” con 4 miliardi di capitalizzazione di borsa e 2,5 milioni di “clienti” solo per il servizio idrico, senza contare le quote di cittadini palermitani portati in dote da Iride e di Enna portati in dote da Enìa.
Con il rafforzamento di Mediterranea Acque, si dovrebbero quindi accorpare tutte le gestioni idriche tra Piemonte, Liguria, Emilia, Sicilia, più la campagna di shopping finanziata da F2i. Serve al territorio, ai cittadini, al recupero delle perdite, al risparmio della risorsa e alla sua gestione integrata? La storia delle liberalizzazioni negli altri paesi dice di no. Ma in Italia, con venti anni di ritardo, si procede a far diventare l'acqua un bene commerciabile e finanziario, lontano dalle necessità del territorio e dal controllo di cittadini e Comuni. Diranno che queste operazioni servono per raccogliere gli investimenti che mancano. Non è vero. Servono per fare massa finanziaria e garantire ritorni di bilancio. I privati non finanziano opere idriche, non c'è margine di ritorno. E infatti con la liberalizzazione sono crollati gli investimenti in reti e manutenzione (dai 2 miliardi anno, ai 700 milioni attuali). A meno di dargli mano libera sulle tariffe. E fargli mettere le mani nelle vostre tasche.
domenica 23 maggio 2010
lunedì 17 maggio 2010
LA GUERRA DEL NILO!
I Paesi del Sud denunciano gli accordi: ne abbiamo troppo poca. Il Cairo minaccia rappresaglie: «E' questione di vita o di morte»
DOMENICO QUIRICO
IL CAIRO
Strano destino quello del Nilo! Scorrono i secoli, imperi e civiltà sono inghiottiti dal tempo, e la geopolitica è ancora ferma a quanto scriveva il greco Erodoto: «L’Egitto è un dono del Nilo». Senza il fiume che attraversa l’Africa come una vena lunga 6700 chilometri e si nutre e si gonfia dei suoi corsi d’acqua e delle sue tempeste non esisterebbero il delta, il quattro per cento di terre agricole infisse in un immenso deserto e non potrebbero vivere i suoi ottanta milioni di abitanti. Moufid Chébab, ministro degli Affari giuridici e parlamentari, non faceva che ripetere ieri l’onnipotenza della formula di Erodoto, una specie di credo nazionale: «Nulla potrà mai mettere in discussione i nostri diritti storici su queste acque. Per noi è una questione di vita o di morte».
Tantalizzato dal «suo» fiume, l’Egitto ora ha paura; antiche certezze cadono come foglie d’autunno. Dopo 10 anni di inutili trattative quattro Paesi dell’Africa dell’Est, Etiopia, Uganda, Tanzania e Ruanda, riuniti a Entebbe, hanno per la prima volta deciso di infrangere l’accordo che risale all’epoca in cui dal Capo di Buona Speranza a Suez l’Africa era inglese; che attribuisce all’Egitto (e al Sudan) l’87 per cento delle acque del fiume. Il Kenya ha già annunciato che lo firmerà il più presto possibile. Questo significa che i Paesi rivieraschi vogliono scorticare il giogo egiziano e avviare imponenti progetti di dighe idroelettriche e canali di irrigazione capaci di modificare in dosi non autorizzate la situazione idrica dell’Egitto. Non è un problema solo di antichi sussieghi diplomatici. Perché l’Egitto adora il Nilo ma in maniera tirannica.
Al Cairo, ove ormai la popolazione supera i diciassette milioni di abitanti, interi quartieri sono di frequente privi di acqua per molti giorni. In una situazione sociale esplosiva, mentre si attende la scomparsa del declinante faraone Mubarak, la mancanza di acqua ha già provocato nei quartieri succhiati dalla miseria violente rivolte. Il governo egiziano ha reagito con rabbia. Il ministro dell’Acqua Mohammed Allam ha annunciato «misure legali e diplomatiche per difendere i suoi diritti». Si parla di ricorso al tribunale internazionale dell’Aja. Ma, anche se nessuno osa dirlo, si delinea il rischio di una guerra dell’acqua. Nessuno ha dimenticato la frase dell’ex ministro degli Esteri egiziano Boutros Ghali: la prossima guerra nella regione sarà per l’acqua. Già nel 1995 il Sudan fece balenare la costruzione di una nuova diga e l’intenzione di denunciare l’accordo con l’Egitto: ebbene, Il Cairo pianificò un raid aereo su Karthum che venne annullato solo all’ultimo istante.
Le ragioni dell’Egitto sono giuridicamente fragili, infettate dal sacrilegio dell’anacronismo: la monopolistica spartizione delle acque del 1929, poi ribadita nel 1959, è un’eredità coloniale. Londra all’epoca voleva favorire l’Egitto, punto chiave del suo impero e delle rotte per l’India. Il Cairo ha sempre reclamato e declamato che l’accordo vincolava anche i nuovi Stati africani diventati indipendenti, e ha avvolto i suoi «diritti» nella bambagia di una dimenticanza protettiva. Ora però i progetti di sfruttamento delle acque si sono fatti imponenti. Il regime etiopico ha bisogno di assicurare un minimo di sicurezza alimentare a popolazioni sempre più inquiete. Il potenziale di terre irrigue è di almeno 2,7 milioni di ettari. I progetti prevedono di prelevare 7,5 miliardi di metri cubi dal Lago Tana che permetterebbero subito di rendere fertili 90 mila ettari. Trentasei dighe sono previste nel Wollo e nel Tigré.
Addis Abeba fonda le sue ragioni sul fatto che il Nilo Blu e gli altri fiumi Sobat e Atbara costituiscono fino all’86 per cento del volume del Nilo in Egitto, fatto indolente nel ramo principale dall’evaporazione nell’immensa palude del Sudd. La Tanzania ha pronto un progetto di pompaggio delle acque del Lago Vittoria per irrigare 250 mila ettari. Gli altri Paesi rivieraschi vogliono mettere a coltura 4,5 milioni di ettari entro quindici anni. Per l’Egitto sono campane a morto: cosa resterà loro al termine di questa immensa opera di sbarramento e di deviazione? In realtà ha usato male il suo lungo monopolio. Il bacino del Lago Nasser, creato con la diga di Assuan, fa evaporare dieci miliardi di metri cubi. La salinizzazione della terre, unita all’aumento della popolazione, ha fatto sì che la disponibilità di acqua per abitante che nel 1990 era di 922 metri cubi nel 2025 non supererà i 337.
La superficie coltivata continua a ridursi e il Paese è ormai il quarto importatore mondiale di grano (spendendo 2,54 miliardi di dollari ogni anno). L’acqua è gratuita e quindi le tecniche più razionali di irrigazione, l’aspersione e il goccia a goccia, sono inutilizzate. Il governo ha lanciato progetti di costruzione di città-miracolo nel deserto che si basano sulla sfruttamento delle falde fossili; esaurite queste si prenderà l’acqua del Nilo. Seicentomila ettari dovrebbero essere messi a coltura dai coloni di queste nuove città di frontiera nella valle della Toskha, nel deserto occidentale e in quattro oasi. Ma il Nilo continuerà ad essere un dono dell’Africa?
DOMENICO QUIRICO
IL CAIRO
Strano destino quello del Nilo! Scorrono i secoli, imperi e civiltà sono inghiottiti dal tempo, e la geopolitica è ancora ferma a quanto scriveva il greco Erodoto: «L’Egitto è un dono del Nilo». Senza il fiume che attraversa l’Africa come una vena lunga 6700 chilometri e si nutre e si gonfia dei suoi corsi d’acqua e delle sue tempeste non esisterebbero il delta, il quattro per cento di terre agricole infisse in un immenso deserto e non potrebbero vivere i suoi ottanta milioni di abitanti. Moufid Chébab, ministro degli Affari giuridici e parlamentari, non faceva che ripetere ieri l’onnipotenza della formula di Erodoto, una specie di credo nazionale: «Nulla potrà mai mettere in discussione i nostri diritti storici su queste acque. Per noi è una questione di vita o di morte».
Tantalizzato dal «suo» fiume, l’Egitto ora ha paura; antiche certezze cadono come foglie d’autunno. Dopo 10 anni di inutili trattative quattro Paesi dell’Africa dell’Est, Etiopia, Uganda, Tanzania e Ruanda, riuniti a Entebbe, hanno per la prima volta deciso di infrangere l’accordo che risale all’epoca in cui dal Capo di Buona Speranza a Suez l’Africa era inglese; che attribuisce all’Egitto (e al Sudan) l’87 per cento delle acque del fiume. Il Kenya ha già annunciato che lo firmerà il più presto possibile. Questo significa che i Paesi rivieraschi vogliono scorticare il giogo egiziano e avviare imponenti progetti di dighe idroelettriche e canali di irrigazione capaci di modificare in dosi non autorizzate la situazione idrica dell’Egitto. Non è un problema solo di antichi sussieghi diplomatici. Perché l’Egitto adora il Nilo ma in maniera tirannica.
Al Cairo, ove ormai la popolazione supera i diciassette milioni di abitanti, interi quartieri sono di frequente privi di acqua per molti giorni. In una situazione sociale esplosiva, mentre si attende la scomparsa del declinante faraone Mubarak, la mancanza di acqua ha già provocato nei quartieri succhiati dalla miseria violente rivolte. Il governo egiziano ha reagito con rabbia. Il ministro dell’Acqua Mohammed Allam ha annunciato «misure legali e diplomatiche per difendere i suoi diritti». Si parla di ricorso al tribunale internazionale dell’Aja. Ma, anche se nessuno osa dirlo, si delinea il rischio di una guerra dell’acqua. Nessuno ha dimenticato la frase dell’ex ministro degli Esteri egiziano Boutros Ghali: la prossima guerra nella regione sarà per l’acqua. Già nel 1995 il Sudan fece balenare la costruzione di una nuova diga e l’intenzione di denunciare l’accordo con l’Egitto: ebbene, Il Cairo pianificò un raid aereo su Karthum che venne annullato solo all’ultimo istante.
Le ragioni dell’Egitto sono giuridicamente fragili, infettate dal sacrilegio dell’anacronismo: la monopolistica spartizione delle acque del 1929, poi ribadita nel 1959, è un’eredità coloniale. Londra all’epoca voleva favorire l’Egitto, punto chiave del suo impero e delle rotte per l’India. Il Cairo ha sempre reclamato e declamato che l’accordo vincolava anche i nuovi Stati africani diventati indipendenti, e ha avvolto i suoi «diritti» nella bambagia di una dimenticanza protettiva. Ora però i progetti di sfruttamento delle acque si sono fatti imponenti. Il regime etiopico ha bisogno di assicurare un minimo di sicurezza alimentare a popolazioni sempre più inquiete. Il potenziale di terre irrigue è di almeno 2,7 milioni di ettari. I progetti prevedono di prelevare 7,5 miliardi di metri cubi dal Lago Tana che permetterebbero subito di rendere fertili 90 mila ettari. Trentasei dighe sono previste nel Wollo e nel Tigré.
Addis Abeba fonda le sue ragioni sul fatto che il Nilo Blu e gli altri fiumi Sobat e Atbara costituiscono fino all’86 per cento del volume del Nilo in Egitto, fatto indolente nel ramo principale dall’evaporazione nell’immensa palude del Sudd. La Tanzania ha pronto un progetto di pompaggio delle acque del Lago Vittoria per irrigare 250 mila ettari. Gli altri Paesi rivieraschi vogliono mettere a coltura 4,5 milioni di ettari entro quindici anni. Per l’Egitto sono campane a morto: cosa resterà loro al termine di questa immensa opera di sbarramento e di deviazione? In realtà ha usato male il suo lungo monopolio. Il bacino del Lago Nasser, creato con la diga di Assuan, fa evaporare dieci miliardi di metri cubi. La salinizzazione della terre, unita all’aumento della popolazione, ha fatto sì che la disponibilità di acqua per abitante che nel 1990 era di 922 metri cubi nel 2025 non supererà i 337.
La superficie coltivata continua a ridursi e il Paese è ormai il quarto importatore mondiale di grano (spendendo 2,54 miliardi di dollari ogni anno). L’acqua è gratuita e quindi le tecniche più razionali di irrigazione, l’aspersione e il goccia a goccia, sono inutilizzate. Il governo ha lanciato progetti di costruzione di città-miracolo nel deserto che si basano sulla sfruttamento delle falde fossili; esaurite queste si prenderà l’acqua del Nilo. Seicentomila ettari dovrebbero essere messi a coltura dai coloni di queste nuove città di frontiera nella valle della Toskha, nel deserto occidentale e in quattro oasi. Ma il Nilo continuerà ad essere un dono dell’Africa?
giovedì 13 maggio 2010
Ispra, è piena di pesticidi dannosi per l'uomo l'acqua che scorre nel sottosuolo italiano
Leggete il comunicato stampa che segue converrete che oggi più che mai è necessario che lo stato con enti pubblici si riprenda il controllo del SII in sue mani in mo
E' piena di pesticidi l'acqua che scorre nel sottosuolo italiano cosi' come l'acqua di fiumi, laghi, stagni, paludi. Acqua potenzialmente pericolosa per l'uomo. E' quanto si evince dal Rapporto 'Monitoraggio nazionale dei pesticidi nelle acque', realizzato dall'Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), sulla base delle informazioni fornite dalle Regioni e dalle Agenzie regionali e provinciali per la protezione dell'ambiente.
"Fungicidi e insetticidi - si legge nel documento - ma soprattutto erbicidi: queste le sostanze piu' comunemente rilevate dalla rete di controllo ambientale nelle acque superficiali e sotterranee italiane. Sono utilizzate in agricoltura e, complici le piogge, vengono trasportate dal suolo alle acque sotterranee e superficiali. In Italia, solo il comparto agricolo impiega oltre 300 diverse sostanze, per un quantitativo pari a circa 150.000 tonnellate all'anno. Ben 118 i tipi di pesticidi individuati nelle acque italiane ambientali che, concepiti per combattere gli organismi nocivi, sono potenzialmente pericolosi anche per l'uomo".
La rete ambientale e' "finalizzata alla salvaguardia degli ecosistemi acquatici, e non al controllo delle acque utilizzate per scopo potabile, tenendo presente che, queste ultime, spesso attingono agli stessi corpi idrici e che, inoltre, l'uomo puo' essere esposto indirettamente ai contaminanti, ad esempio attraverso la catena alimentare".
"Nel biennio 2007-2008 - si legge nel Rapporto - sono stati valutati 19.201 campioni, provenienti dalle 18 regioni che hanno trasmesso i dati. Oltre alla copertura del territorio nazionale (tuttora incompleta) permangono sensibili differenze tra le regioni: il monitoraggio risulta, infatti, piu' efficace al nord mentre al centro-sud e' spesso limitato a poche sostanze e, pertanto, poco rappresentativo".
Nel 2008, in particolare, "le indagini hanno riguardato 3.136 punti di campionamento e 9.531 campioni. Rinvenuti residui di pesticidi nel 47,9% dei 1.082 punti di monitoraggio delle acque superficiali, nel 31,7% dei casi con concentrazioni superiori ai limiti delle acque potabili. Nelle acque sotterranee, contaminato il 27% dei 2.054 punti, nel 15,5% dei casi con concentrazioni superiori ai limiti".
Critica appare, come gia' segnalato nei precedenti rapporti, "la contaminazione da Terbutilazina, utilizzata nella coltura del mais e del sorgo. Nelle regioni dove l'uso della sostanza e' piu' intenso (Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna), la contaminazione interessa piu' dell'80% dei siti delle acque superficiali controllati. Da segnalare la presenza diffusa in tutta l'area padano-veneta di Atrazina, residuo di una contaminazione storica, dovuta al forte utilizzo della sostanza nel passato e alla sua elevata persistenza ambientale".
Dai dati 2008, mostra il documento, "emerge la presenza di alcune sostanze in passato non rinvenute con tale frequenza, in particolare il fungicida carbendazim e gli insetticidi metomil e imidacloprid. La contaminazione e' stata evidenziata soprattutto in Sicilia, che rispetto agli anni precedenti ha ampliato considerevolmente lo spettro delle sostanze cercate".
Un discorso "specifico va fatto per il Glifosate, uno degli erbicidi piu' utilizzato a livello nazionale e monitorato tuttora solo in Lombardia, dove e' stato trovato nel 77,1% delle acque superficiali controllate; il metabolita Ampa e' stato rinvenuto nel 88,1% dei punti delle acque superficiali controllate, entrambi quasi sempre con concentrazioni sopra i limiti".
Nelle acque sono presenti in genere miscele di sostanze: trovati "fino a 15 composti diversi contemporaneamente, sui cui effetti esistono notevoli lacune conoscitive e la cui importanza e' stata ribadita recentemente anche livello dell'Unione Europea".
E' piena di pesticidi l'acqua che scorre nel sottosuolo italiano cosi' come l'acqua di fiumi, laghi, stagni, paludi. Acqua potenzialmente pericolosa per l'uomo. E' quanto si evince dal Rapporto 'Monitoraggio nazionale dei pesticidi nelle acque', realizzato dall'Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), sulla base delle informazioni fornite dalle Regioni e dalle Agenzie regionali e provinciali per la protezione dell'ambiente.
"Fungicidi e insetticidi - si legge nel documento - ma soprattutto erbicidi: queste le sostanze piu' comunemente rilevate dalla rete di controllo ambientale nelle acque superficiali e sotterranee italiane. Sono utilizzate in agricoltura e, complici le piogge, vengono trasportate dal suolo alle acque sotterranee e superficiali. In Italia, solo il comparto agricolo impiega oltre 300 diverse sostanze, per un quantitativo pari a circa 150.000 tonnellate all'anno. Ben 118 i tipi di pesticidi individuati nelle acque italiane ambientali che, concepiti per combattere gli organismi nocivi, sono potenzialmente pericolosi anche per l'uomo".
La rete ambientale e' "finalizzata alla salvaguardia degli ecosistemi acquatici, e non al controllo delle acque utilizzate per scopo potabile, tenendo presente che, queste ultime, spesso attingono agli stessi corpi idrici e che, inoltre, l'uomo puo' essere esposto indirettamente ai contaminanti, ad esempio attraverso la catena alimentare".
"Nel biennio 2007-2008 - si legge nel Rapporto - sono stati valutati 19.201 campioni, provenienti dalle 18 regioni che hanno trasmesso i dati. Oltre alla copertura del territorio nazionale (tuttora incompleta) permangono sensibili differenze tra le regioni: il monitoraggio risulta, infatti, piu' efficace al nord mentre al centro-sud e' spesso limitato a poche sostanze e, pertanto, poco rappresentativo".
Nel 2008, in particolare, "le indagini hanno riguardato 3.136 punti di campionamento e 9.531 campioni. Rinvenuti residui di pesticidi nel 47,9% dei 1.082 punti di monitoraggio delle acque superficiali, nel 31,7% dei casi con concentrazioni superiori ai limiti delle acque potabili. Nelle acque sotterranee, contaminato il 27% dei 2.054 punti, nel 15,5% dei casi con concentrazioni superiori ai limiti".
Critica appare, come gia' segnalato nei precedenti rapporti, "la contaminazione da Terbutilazina, utilizzata nella coltura del mais e del sorgo. Nelle regioni dove l'uso della sostanza e' piu' intenso (Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna), la contaminazione interessa piu' dell'80% dei siti delle acque superficiali controllati. Da segnalare la presenza diffusa in tutta l'area padano-veneta di Atrazina, residuo di una contaminazione storica, dovuta al forte utilizzo della sostanza nel passato e alla sua elevata persistenza ambientale".
Dai dati 2008, mostra il documento, "emerge la presenza di alcune sostanze in passato non rinvenute con tale frequenza, in particolare il fungicida carbendazim e gli insetticidi metomil e imidacloprid. La contaminazione e' stata evidenziata soprattutto in Sicilia, che rispetto agli anni precedenti ha ampliato considerevolmente lo spettro delle sostanze cercate".
Un discorso "specifico va fatto per il Glifosate, uno degli erbicidi piu' utilizzato a livello nazionale e monitorato tuttora solo in Lombardia, dove e' stato trovato nel 77,1% delle acque superficiali controllate; il metabolita Ampa e' stato rinvenuto nel 88,1% dei punti delle acque superficiali controllate, entrambi quasi sempre con concentrazioni sopra i limiti".
Nelle acque sono presenti in genere miscele di sostanze: trovati "fino a 15 composti diversi contemporaneamente, sui cui effetti esistono notevoli lacune conoscitive e la cui importanza e' stata ribadita recentemente anche livello dell'Unione Europea".
lunedì 10 maggio 2010
UNA SERATA DIVERSA SUL VALORE DELL'ACQUA
PAROLE E NOTE SULL’ACQUA
Sulle note di una dolce melodia di archi
con soavi parole dell’anima alla scoperta
del valore dell’Acqua Bene fondamentale
per tutti gli esseri umani
Intervengono
Anna Maria Lonati Zanoni
Voce narrante
Anna Ziliani
Violoncello
Introduce
Mariano Mazzacani
A margine della serata presentazione
Campagna referendaria a favore dell’Acqua Pubblica
SABATO 15 MAGGIO 2010
ORE 20.30
Sala Cantoni Palazzo Morani
Prevalle
Anna Maria Lonati Zanoni ci accompagnerà in un viaggio sull'acqua attraverso le parole di grandi filosofi e poeti. La giovane Anna Ziliani inframezzerà suonando il suo violoncello e Mariano Mazzacani metterà l'accento su alcuni aspetti della gestione dell'acqua in una serata "sperimentale" a tre voci.
Sulle note di una dolce melodia di archi
con soavi parole dell’anima alla scoperta
del valore dell’Acqua Bene fondamentale
per tutti gli esseri umani
Intervengono
Anna Maria Lonati Zanoni
Voce narrante
Anna Ziliani
Violoncello
Introduce
Mariano Mazzacani
A margine della serata presentazione
Campagna referendaria a favore dell’Acqua Pubblica
SABATO 15 MAGGIO 2010
ORE 20.30
Sala Cantoni Palazzo Morani
Prevalle
Anna Maria Lonati Zanoni ci accompagnerà in un viaggio sull'acqua attraverso le parole di grandi filosofi e poeti. La giovane Anna Ziliani inframezzerà suonando il suo violoncello e Mariano Mazzacani metterà l'accento su alcuni aspetti della gestione dell'acqua in una serata "sperimentale" a tre voci.
venerdì 7 maggio 2010
L'AGUA NO SE VENDE SE DIFIENDE!
LA LOTTA DEGLI INDIGENI DELL'ECUDOR CONTRO LA LEGGE DI CORREA. LEGGETE IL POST SU YA BASTA!
http://yabastanapoli.blogspot.com/2010/05/ecuador-el-agua-no-se-vende-se-defiende.html
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