GESTIONE DELL'ACQUA IN ITALIA

lunedì 3 agosto 2009

Piano Acqua al posto del piano casa cosa ne pensate?

QUELL'ACQUA CHE FA BENE CONTRO LA CRISIdi Gilberto Muraro 03.08.2009

Nella ricerca di politiche anticongiunturali che non incidano troppo sul deficit pubblico e che non siano in contrasto con le esigenze strutturali del Paese, appare promettente una politica transitoria di contributi agli investimenti nei servizi idrici. Molti piani di ambito sono già stati approvati, ma restano fermi per mancanza di fondi. Si tratta però di progetti ad alta utilità sociale e realizzabili subito. Un Piano acqua avrebbe quindi un alto effetto leva perché resterebbe comunque preponderante il finanziamento attraverso le tariffe.
La ricetta contro la crisi insegnata dalla teoria economica e usata in tutto il mondo assegna un ruolo significativo agli investimenti pubblici. In Italia, tuttavia, tale ruolo sembra destinato a essere marginale, per due motivi: per il lungo iter decisionale delle opere pubbliche, che allontana nel tempo l’avvio dei lavori dalla deliberazione di investimento e quindi attenua l’impatto della manovra sul mercato. E soprattutto perché il governo non vuole allargare troppo il deficit e il debito pubblico, ritenendo che già a questi livelli abbiano destato diffidenza nel mercato, tanto che il rendimento richiesto ai titoli pubblici italiani è maggiore di quello degli analoghi titoli tedeschi. Si spiega così la “trovata” del Piano casa, che desta fondate preoccupazioni sul fronte della tutela del paesaggio e dell’urbanistica, ma che appare senz’altro indovinata come misura anticongiunturale. Promette infatti di mettere rapidamente in moto investimenti elevati, senza incremento di spesa pubblica e al massimo rinunciando a qualche introito tributario connesso alla costruzione.
IL PIANO ACQUA
Si vuole qui segnalare un secondo fronte di politica anticongiunturale. Rispetto al Piano casa, avrebbe lo svantaggio di richiedere un esborso pubblico, ma limitato rispetto alla mole di investimenti stimolata, e avrebbe il rilevante vantaggio di presentare solo impatti positivi sulle esigenze strutturali del paese. Si tratta degli investimenti sul “servizio idrico integrato”: acquedotti, fognature, impianti di depurazione. Il servizio è stato riorganizzato negli ultimi anni in base alla legge 36/1994, riunendo gli enti locali in “ambiti territoriali ottimali” e imponendo loro di elaborare un coerente Piano di ambito. Orbene, estrapolando i dati dei Piani già approvati, risulta un fabbisogno nazionale di investimenti nell’arco di trenta anni pari a 60,5 miliardi di euro, di cui circa metà per acquedotti e metà per raccolta e trattamento delle acque reflue. (1) Sono previsti limitati finanziamenti pubblici, che incidono per l’11,2 per cento del costo in media nazionale, con una punta del 21,5 per ento nelle Isole e un minimo del 5,3 per cento al Centro. La parte preponderante del costo va invece scaricato sugli utenti attraverso aumenti tariffari. L’avanzamento dei Piani, tuttavia, risultava a fine 2007 pari solo alla metà del percorso programmato, per problemi interni al settore. (2) È certo che la crisi attuale aggrava notevolmente il rallentamento, perché è più difficile trovare anticipazioni sul mercato finanziario e perché è minore la sostenibilità politica degli aumenti tariffari derivanti dagli investimenti. Ecco allora l’opportunità di un “Piano acqua” nazionale, basato su agevolazioni pubbliche agli investimenti programmati dotate di un elevato effetto leva. Un piano di questo tipo concilierebbe perfettamente le esigenze congiunturali e quelle strutturali. Si tratta infatti di investimenti di primaria utilità sociale, destinati spesso a recuperare ritardi che sul fronte della depurazione ci espongono a sanzioni della Comunità europea, aventi una componente rilevante di processi di controllo e trattamento ad alta tecnologia, e soprattutto pronti a essere subito avviati e che comunque resterebbero per la parte maggiore finanziati gradualmente dagli utenti attraverso la tariffa.L’esperienza maturata in passato alla presidenza del Comitato per la vigilanza sull’uso delle risorse idriche mi fa intuitivamente ritenere che basterebbe introdurre, o aggiungere in presenza di qualche supporto nazionale o europeo, una copertura pubblica di limitata incidenza e con precisa scadenza per produrre una significativa spinta all’attuazione dei Piani di ambito, con forte vantaggio per il servizio idrico e per tutto il sistema economico. L’ipotesi si può così precisare come punto di partenza nell’analisi: contributo pubblico aggiuntivo del 20 per cento da garantire alle opere avviate entro il 31.12.2010, da erogare ad avanzamento lavori, con un plafond di 1.200 milioni di euro corrispondenti a un investimento totale di almeno 6 miliardi di euro. Ovviamente, l’intuizione non è una dimostrazione. Ma si spera che basti per indurre ad approfondire la proposta qui avanzata.
(1) Anea-Utilitatis, Blue Book 2009- I dati sul Servizio Idrico Integrato in Italia Roma, maggio 2009.(2) Comitato pe la vigilanza sull’uso delle risorse idriche, Relazione annuale al Parlamento sullo stato dei servizi

La battaglia dell'acqua continua...Le storie emblematiche di due preti

Di Antonella Randazzo
Se fai del bene cosa ti può accadere?Di tutto. Anche di essere definito "terrorista".Pensate non sia possibile?Eppure è quello che è accaduto a due nostri preti, uno in Italia e l’altro in missione in Colombia. Sono esempi di come possono essere trattate le persone che cercano di aiutare o di rendere più consapevoli altre persone. Il potere, più è in difficoltà e più diventa feroce, accanendosi persino contro chi è disarmato, e cerca di fare qualcosa per gli altri. Padre Giacinto Franzoi si trova da 18 anni a Remolino del Caguán, luogo sperduto fra la selva amazzonica, dove caldo, umidità e lotte fra esercito governativo e la guerriglia “rivoluzionaria” non possono lasciare dubbi sul fatto che il prelato non abbia scelto quel luogo per una serena villeggiatura. Infatti, la missione di Franzoi è dura, anzi durissima. Egli è riuscito ad avere la stima e l’affetto degli abitanti e ad organizzare collegi per i figli dei contadini, creando anche un luogo di ritrovo simile ai nostri “oratori”. La sua iniziativa mira ad alimentare la cultura della vita, contro quella della droga. E infatti, il suo slogan è “No alla coca, si al cacao”, incentivando la produzione di cioccolatini venduti anche all’estero (vedi video sotto). Vi sembra una storia tutto sommato banale? Può essere, però non è per nulla banale che per le iniziative di Franzoi si sia scatenato un putiferio nel governo colombiano, che lo accusa, pensate che originalità, di “terrorismo”. Precisamente, di “collusione con la Organizzazione narcoterrorista Farc”, senza però avanzare alcuna prova. Ad accusarlo ufficialmente sarebbe Accion Social, un organismo nazionale che dipende dalla presidenza della Repubblica, ovvero fa capo alle stesse autorità colombiane che reprimono o uccidono i militanti per i diritti civili e intascano somme vertiginose dalle autorità statunitensi per distruggere l’economia agricola dei contadini nativi. E’ come se Hitler accusasse di crimini madre Teresa di Calcutta. Franzoi aveva ricevuto finanziamenti, oltre che dalla provincia di Trento, anche dalla medesima Accion Social, che evidentemente non vuole più sborsare denaro per progetti che vanno a favore della popolazione. Spiega Franzoi: “Nell'ottobre scorso rappresentanti di Accion in visita a Remolino si dissero meravigliati per la brevità nella realizzazione e per la professionalità e la tecnica utilizzata, E non solo. A febbraio, io e un esponente della Presidenzia abbiamo firmato un documento finale di termine dei lavori e di consegna dell'opera, con piena soddisfazione delle parti. La fiducia che ci siamo guadagnati con questo progetto è molta, tanto che quest'anno verrà iniziata la seconda tappa, con un finanziamento diretto da parte dello Stato. Quindi chiarirò questo triste equivoco e paghi chi dice bugie!”. (1)Il prelato forse non si rende conto che è proprio il successo della sua iniziativa ad attirargli le accuse. Se la sua azione fosse stata fallimentare nessun potere iniquo lo avrebbe temuto. Infatti, in Colombia i contadini stanno vivendo come in un incubo, subendo la militarizzazione e la repressione. Il cosiddetto “Plan Colombia” (voluto e finanziato dagli Stati Uniti), prevede la militarizzazione massiccia del paese, e l’uso di “fumigazioni” che avvelenano esseri umani, acque e animali. Il Plan Colombia (militarizzazione del territorio e fumigazione indiscriminata delle piantagioni con l'erbicida glifosato) aveva l’intento opposto rispetto a quello dichiarato: ovvero doveva alzare la produzione di droga e reprimere duramente le popolazioni che rivendicano i propri diritti. Infatti, su dati ufficiali dell’Onu, la Colombia, che prima produceva il 40% della cocaina mondiale, dopo sette anni del Plan Colombia è arrivata a produrne circa il 70%.(2) I contadini denunciano la distruzione di campi di patate, platano, yucca e altri prodotti che stanno alla base dell'economia agricola, e la contaminazione delle acque dei fiumi Orú e Catatumbo. Questo per costringere i contadini ad andarsene da terre che sarebbero aree strategiche per le fazioni in guerra e importanti dal punto di vista economico. (3)Le sostanze rilasciate dagli aerei producono vari effetti: infiammazioni gastriche, macchie alla pelle, disturbi all’apparato riproduttivo e possibili effetti cancerogeni. Sono diversi anni che alcuni gruppi di cittadini colombiani (in Colombia ci sono 84 etnie) lottano per i diritti umani e vengono repressi duramente dal governo con il pretesto che ogni sollevazione sarebbe voluta dalle Farc (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia). Parecchi militanti per i diritti umani e sindacalisti sono stati uccisi. Le autorità sapevano che il popolo sarebbe stato ulteriormente impoverito, in seguito all’approvazione del Trattato di Libero Commercio avvenuta a porte chiuse con gli Stati Uniti, Canada e Unione Europea, e preparavano repressioni per un'eventuale ribellione.Chi aiuta i contadini diventa “terrorista” e viene punito proprio con la criminalizzazione e cercando di far perdere la stima e la fiducia di cui godeva in precedenza.L’altro caso che consideriamo, molto diverso dal primo ma uguale nelle accuse, riguarda un parroco che si trova in Italia, precisamente a Rovagnate (Lecco), Don Giorgio De Capitani, colpevole di tenere un sito (http://www.dongiorgio.it/) in cui dice quello che pensa senza peli sulla lingua, denunciando i criminali di qualsiasi "parrocchia", persino della sua. Per questo motivo, il parroco è stato criminalizzato in un articolo pubblicato dal giornale “la Padania” nel febbraio di quest’anno.Il 26 luglio scorso, addirittura, durante il momento della comunione, gli si avvicina un uomo e lo apostrofa come “terrorista”.L’uomo è Alberto Zangrillo, medico personale di Silvio Berlusconi. Vengono mobilitate anche le reti Mediaset per colpire il prete “terrorista”. Il 29 luglio scorso “Studio Aperto”, allestisce un servizio per criminalizzare il prelato. Don Giorgio viene descritto da questa propaganda come un personaggio incline ad insultare tutti tanto per il piacere di insultare e come un sobillatore che fa “sermoni al vetriolo di sfondo politico al posto della messa alla domenica” (Studio aperto, 29 luglio 2009). Ovviamente si mostrano immagini e parole che non fanno capire per nulla quello che il prete porta avanti, ad esempio la lotta contro la privatizzazione dell’acqua, voluta proprio da Berlusconi. Il prete viene accusato di avere toni e parole “poco adatte alla tunica”, e infatti, dovrebbe essere zelante verso il potere come Zangrillo, che accusa di terrorismo chi dice la verità sul sistema, difendendo chi invece i crimini li ha commessi davvero.Si sono sollevate anche le autorità ecclesiali, che lo avrebbero sospeso dal suo ruolo di parroco. Perché queste persecuzioni contro preti disarmati e fedeli alla loro missione cristiana?Cosa spaventa il potere?Dal sito di Don Giorgio leggiamo: “Don Giorgio fa paura ai “papi boys” e ai legaioli perché incarna la semplicità della gente comune, e i suoi messaggi diretti senza fronzoli sono facilmente comprensibili. Fa paura perché è lontano anni luce da quei politici ingessati che parlano un politichese incomprensibile dove sembra che tutti sono amici, dove si è perso il senso del “nemico”. Fa paura perché è lontano anni luce da quei preti imborghesiti che hanno perso di vista il senso della loro missione, hanno perso di vista gli ultimi, i derelitti, e che si sono supinamente accontentati di compiacere ai potenti di turno. Don Giorgio non conosce il “politically correct”, un delinquente è e rimane un delinquente, un ladro un ladro un razzista un razzista… don Giorgio può arrivare là dove gli altri non hanno tentato… E da qui nasce la paura. La paura che una nuova frontiera di libertà si stia delineando, che il muro fatto di paura, rincoglionimenti televisivi dal potere stia lentamente scricchiolando. Il re è nudo. Il re ha paura che questo si sappia”. (4) Il potere scricchiola da tutte le parti, vacilla. Altrimenti perché avrebbe così tanta paura di preti che non hanno altro scopo che fare del bene? Cristo era forse un "terrorista"?