martedì 23 giugno 2009

Il deserto avanza!

A rischio anche alcune regioni italiane. Un quinto della popolazione globale è minacciato dalla desertificazione. Oggi è la Giornata mondiale per la lotta alla desertificazione e la siccità.
Quasi un milione di profughi l'anno, oltre un miliardo di persone minacciate in piu' di 100 Paesi che vedono a rischio la salute e il benessere. La possibilita' che la superficie terrestre gia' inaridita per circa il 47% si possa trasformare in deserto, dai cambiamenti climatici e dalle attivita' umane, nelle zone caratterizzate da carenza di piogge e da alte temperature. Dal 1994 (in vigore due anni dopo) l'Onu ha dichiarato il 17 giugno 'Giornata mondiale per la lotta alla desertificazione e alla Siccita'', cui aderiscono 190 Paesi, per sensibilizzare l'opinione pubblica e promuovere l'attuazione della Convenzione delle Nazioni Unite per la lotta alla desertificazione, l'Unccd (United nations convention to combat desertification), nei paesi gravemente colpiti dalla siccita' e dalla desertificazione.
In particolare, in Africa il 73% delle terre aride (coltivate) sono a grave rischio desertificazione, e da qui al 2020 un numero pari a 60 milioni di persone potrebbe spostarsi dalle zone desertificate dell'Africa Sub-sahariana verso il nord Africa e l'Europa. Il primo passo, dicono esperti dell'Unccd, deve essere quello di un 'protocollo contro la sete' per fornire a ogni essere umano almeno 45 litri di acqua al giorno. E in Italia, secondo il Corpo forestale dello Stato, oltre il 21% del territorio nazionale e' a rischio di desertificazione. In pericolo sarebbero 5 regioni: Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna. Numerose sono le attivita' in tutto il mondo. In Italia, l'Istituto europeo di design, a Torino, ha organizzato un'esposizione di foto sulla desertificazione, incontri e conferenze si terranno a Palermo e all'universita' della Calabria. A Roma, saranno presentati dati e attivita' per contrastare la desertificazione

Sempre più cemento e meno terra!

Ogni giorno in Lombardia vengono sottratti all'agricoltura o al paesaggio, e destinati alla cementificazione, dieci ettari di terreno, l'equivalente di circa 120 campi di calcio di serie A.«È un fenomeno particolarmente allarmante - ha sottolineato Paolo Pileri, docente del Politecnico di Milano - perché non solo sottrae spazio alla produzione di cibo, rendendoci sempre più dipendenti dall'estero ma significa una perdita secca anche sotto altri profili: meno spazio al paesaggio, al tempo libero, al ciclo dell'acqua. Sono valori non immediatamente misurabili in termini economici ma con i quali si faranno prima o poi i conti».Legambiente ha diffuso i dati elaborati un anno fa da l Politecnico e tale indagine ha evidenziato che la perdita di terreno da parte dell'agricoltura è notevole in provincia di Brescia (900 ettari l'anno) e Mantova (600). «Su questa trasformazione - ha rilevato Paolo Lassini dirigente dell'assessorato all´Agricoltura della Regione Lombardia - incidono due ragioni: da un lato un terreno edificabile è ormai l' unica leva fiscale in mano ai Comuni che incassano gli oneri di urbanizzazione, dall'altro gli imprenditori agricoli hanno sempre maggiori difficoltà a tenere in vita le loro attività sotto l'assedio delle costruzioni. Detto questo non bisogna pensare che per risolvere il problema sia sufficiente rendere remunerativa l'attività agricola. Ci sono beni che appartengono all'intera comunità».Anche Legambiente di Brescia ha lanciato un allarme per la progressiva cementificazione che si sta estendendo a macchia d´olio nella pianura lombarda e ha proposto, di comune accordo con la direzione regionale dell´associazione, ! 71;un disegno di legge d´iniziativa popolare per frenare il consumo di suolo».Il tema sta quindi suscitando interesse in diversi ambienti e il dibattito contribuisce a diffondere la consapevolezza che non si può continuare sulla strada del consumo speculativo del territorio. La cementificazione - è stato detto - riscalda il pianeta, pone problemi crescenti al rifornimento delle falde idriche e non reca più alcun beneficio, né sull´occupazione né sulla qualità della vita dei cittadini. Inoltre si registra ormai una saturazione del «costruito»: è stato calcolato che in una zona ristretta come la Riviera del Garda esistano almeno ventimila appartamenti invenduti. Un cifra che dovrebbe far riflettere amministratori e cittadini.Al di là del consumo scriteriato del territorio c´è da chiedersi se la zona sopporterà un incremento di ventimila nuovi abitanti. Considerando che non esistono strade adeguate e vi è l´assoluta carenza di strutture ospedaliere.Le risposte date dalle istituzioni al convegno milanese su «Ettaro zero» sono state piuttosto incerte e non sempre pienamente rispondenti al contenimento del consumo dei suoli agricoli. A conferma che i responsabili pubblici non hanno ancora pienamente preso coscienza della gravità della situazione. Inoltre non hanno fa tto tesoro delle positive sperimentazioni che stanno emergendo. L´uso virtuoso del suolo, infatti, non solo può dare una mano all´economia grazie a coltivazioni specializzate, ma favorisce la salvaguardia dell´ambiente garantendo la qualità del paesaggio, fattore estremamente importante per l´industria turistica. Inoltre rappresenta un valore, al di là del fatto simbolico, per la stessa identità degli abitanti.E´ quanto meno strano che, in un periodo in cui il tema ambientale va assumendo un´importanza sempre maggiore, amministratori pubblici e rappresentanti politici non si rend! ano conto! di un problema tanto grave. Una politica urbanistica ispirata al principio del risparmio di suolo e alla cosiddetta «crescita zero», sarebbe quanto mai produttiva anche sotto il profilo economico perché favorirebbe ricostruzioni e ristrutturazioni del patrimonio edilizio esistente. Una vera nuova frontiera per salvare il nostro territorio e il pianeta Terra.

giovedì 11 giugno 2009

PIANO B 3.0 DI LESTER BROWN

10.3 IL RISPARMIO IDRICO NELLA CITTA'

L’utilizzo dell’acqua per una sola volta, con il fine esclusivo dello smaltimento dei rifiuti umani e industriali, è un sistema antiquato, reso obsoleto dalle nuove tecnologie e dalla carenza delle risorse idriche. L’acqua che entra in città viene contaminata e ne esce pericolosamente inquinata. I rifiuti industriali tossici scaricati nei fiumi, nei laghi o nei pozzi inoltre permeano le falde, rendendo l’acqua di superficie, oltre che quella sotterranea, pericolosa da bere. L’attuale gestione dei rifiuti umani prevede l’impiego di enormi quantità di risorse idriche per il loro allontanamento, possibilmente in un sistema fognario nel quale l’acqua può essere o meno trattata prima di essere scaricata nei corsi d’acqua locali. L’abitudine dello scaricare l’acqua senza più pensarci (flush and forget) sottrae i nutrienti originariamente presenti nel suolo e in genere li disperde nel più vicino specchio d’acqua. In questo modo non solo l’agricoltura si priva di questi nutrienti, ma la loro concentrazione contribuisce alla morte di molti fiumi ed è causa della formazione di circa 200 zone senza vita (dead zones) lungo le coste oceaniche. Questo sistema antiquato è costoso, usa l’acqua in modo intensivo, interrompe il ciclo dei nutrienti del terreno e può costituire una fonte rilevante di malattie e decessi.39
In India, Sunita Narain del Centre for Science and Environment, sostiene in modo convincente che un sistema di smaltimento dei rifiuti basato sul-l’uso dell’acqua con sistemi di trattamento fognario non è realizzabile in India, né dal punto di vista ambientale, né da quello economico. Fa notare che una famiglia indiana di cinque persone produce in un anno 250 litri di escrementi, contaminando con gli scarichi 150.000 litri di acqua.40
Così come è attualmente progettata, la rete fognaria indiana è praticamente un sistema di diffusione di microrganismi patogeni. È sufficiente una piccola quantità di materiale contaminato per rendere inutilizzabili grandi quantitativi di acqua. Con questo sistema, sostiene Narai, “i nostri fiumi e i nostri figli moriranno”. Il governo indiano, come quello di molti altri paesi in via di sviluppo, sta inseguendo con determinazione l’obiettivo di estendere sistemi fognari basati sull’uso dell’acqua e strutture per la loro depurazione a tutto il paese. Pur non essendo in grado di colmare l’enorme divario tra i servizi necessari e quelli erogati, non si vuole comunque ammettere che si tratta di un’opzione economicamente irrealizzabile.41
La dispersione di agenti patogeni è un’enorme minaccia alla salute pubblica. A livello mondiale, i deficit sanitari e di igiene personale sono responsabili del decesso di due milioni di bambini all’anno, pari a un terzo dei sei milioni di morti causati da fame e malnutrizione.42
Fortunatamente, c’è un’alternativa poco costosa: la compost toilette. Si tratta di un gabinetto semplice, che non fa uso d’acqua ed è inodore, collegato a un piccolo impianto di compostaggio. Il processo a secco converte gli escrementi in una sorta di humus, che è praticamente inodore e occupa appena il 10% del volume di partenza. Al compost si possono aggiungere anche i rifiuti alimentari. Queste strutture devono essere svuotate circa una volta l’anno, a seconda del modello e delle dimensioni. I venditori ne raccolgono periodicamente l’humus e lo rivendono come concime. In questo modo si garantisce il ritorno al suolo di nutrienti e materia organica, riducendo il bisogno di fertilizzanti chimici la cui produzione richiede molta energia.43
Questa tecnologia permette di diminuire i consumi residenziali di acqua, riduce la quantità di energia necessaria al pompaggio dell’acqua e alla sua depurazione, e le bollette risultano meno care. Può portare anche vantaggi supplementari, come un minore flusso di rifiuti nel caso vengano aggiunti anche gli scarti alimentari, l’eliminazione del problema del trattamento delle acque nere e il ripristino del ciclo dei nutrienti. La Environmental Protecion Agency degli Stati Uniti elenca diverse marche di toilette compost legalmente approvate. Questi gabinetti, che sono stati lanciati in Svezia, funzionano bene nelle condizioni più disparate: palazzi residenziali in Svezia, abitazioni private negli Stati Uniti e villaggi in Cina.44
L’interesse verso un servizio igienico-sanitario ecologico, comunemente denominato ecosan, cresce sempre di più con l’intensificarsi delle problematiche legate alle carenze idriche. Dal 2005 ad oggi sono state organizzate diverse conferenze internazionali sull’ecosan in diversi paesi, come l’India, il Sud Africa, la Siria, il Messico e la Cina. Il movimento, guidato dalla Swedish International Developmental Agency, può ora puntare su progetti in almeno una dozzina di paesi. Anche se l’ecosan non è ancora il sistema più utilizzato, si sta diffondendo abbastanza velocemente.45
Il primo centro che ha adottato compost toilette a secco in tutte le abitazioni si trova nella periferia di Dongsheng, nella regione della Mongolia centrale. Progettato per dare dimora a 7.000 persone, questo insediamento dovrebbe essere completato entro la fine del 2007. In questo sistema, l’urina, che contiene l’80% dei nutrienti espulsi dal corpo umano, viene convogliata in un apposito contenitore, da cui successivamente è raccolta e riciclata direttamente sul suolo come integratore fertilizzante. Sia i rifiuti solidi umani sia quelli alimentari vengono trasformati tramite il compostaggio in un ricco humus, igienizzati e usati come fertilizzanti organici. Per la maggior parte dei 2,6 miliardi di persone prive di sistemi sanitari, la compost toilette può essere la soluzione.46
La Cina è emersa come il leader mondiale in questo campo, con circa 100.000 gabinetti in uso dotati di un sistema di deviazione delle urine e compostaggio a secco. Fra gli altri paesi che usano gabinetti del genere a livello sperimentale, o non solo, ci sono l’India, l’Uganda, il Sud Africa, il Messico, la Bolivia e sette paesi dell’Africa occidentale. Una volta che la toilette viene separata dalle condutture dell’acqua, il riciclo dell’acqua domestica diventa un processo molto più semplice.47 Per le città, l’intervento singolo più efficace per poter incrementare la produttività idrica è quello di adottare un sistema integrato di trattamento/riciclo dell’acqua, che riutilizzi continuamente la stessa. Con questo metodo, in ogni ciclo ne evapora soltanto una piccola percentuale. Date le tecnologie attualmente disponibili, si è vicini alla possibilità di riciclare completamente le forniture idriche cittadine, riducendo così il numero di centri urbani che lamentano carenza d’acqua. Alcune città che stanno affrontando il problema dei rifornimenti idrici in calo e della crescita dei costi hanno cominciato a riciclare la loro stessa acqua. Singapore, ad esempio, che la compra dalla Malesia a un prezzo elevato, ha iniziato a riutilizzarla e ne ha così ridotto la quantità importata. Per alcune città, il riciclo dell’acqua può diventare una condizione necessaria per la loro sopravvivenza.48 Singole industrie che stanno sperimentando situazioni di carenza idrica si orientano verso sistemi di smaltimento dei rifiuti industriali senza utilizzo d’acqua. Alcune aziende convogliano i flussi dell’acqua di scarico, trattandoli individualmente con prodotti chimici appropriati e con filtrazione a membrana, al fine di riutilizzarla. Peter Gleick, il principale autore della relazione biennale The World’s Water (“L’acqua del mondo”) scrive: “Alcune attività, come quelle di lavorazione finale dei metalli, le cartiere, le lavanderie industriali, stanno cominciando a sviluppare sistemi a circuito-chiuso dove tutte le acque reflue vengono riutilizzate all’interno dell’industria, e in questo modo necessitano di modeste quantità di nuova acqua per recuperare quella che evapora, o che viene incorporata nel prodotto”. Le industrie si stanno muovendo più velocemente rispetto alle città, ma le tecnologie che hanno sviluppato possono essere usate anche per il riciclo dell’acqua urbana.49 A livello domestico, l’acqua può essere risparmiata anche tramite l’uso ad alta efficienza di docce, gabinetti, lavastoviglie e lavatrici. Alcuni paesi stanno adottando standard di efficienza idrica e relativa etichettatura per gli apparecchi elettrici, così come è già stato fatto per l’efficienza energetica. Quando i costi dell’acqua saliranno, cosa che accadrà inevitabilmente, diventeranno sempre più convenienti, anche in ambito casalingo, gli investimenti sulle toilette a compostaggio e sugli elettrodomestici ad alta efficienza idrica. A livello domestico, gabinetti e docce sono insieme responsabili di più della metà dell’acqua usata in casa. Mentre i gabinetti a scarico tradizionale hanno bisogno di 22,7 litri per ogni utilizzo, il limite massimo di norma negli Stati Uniti per quelli nuovi è di 6 litri e in quelli dotati di tasto per la scelta tra due opzioni, soltanto 3,7 litri o 6 litri. Passare da una doccia che fa scorrere circa 20 litri al minuto a un modello da meno di 10 litri, dimezza il consumo dell’acqua. Per le lavatrici, quelle a carico frontale progettate in Europa usano il 40% in meno d’acqua rispetto ai tradizionali modelli americani con carica dall’alto.50 Il sistema di smaltimento attuale basato sull’acqua non è sostenibile. Vi sono troppe abitazioni, fabbriche e allevamenti per potersi permettere di continuare a lavare e a smaltire sprecando le risorse idriche del nostro pianeta sovrappopolato. Continuare con questo approccio è da incoscienti oltre che retrogrado, un sistema appartenente a un’epoca nella quale c’erano molto meno persone e attività
produttive.
13.6 QUEL CHE POSSIAMO FARE ANCHE NOI

Una delle domande che mi sento rivolgere spesso, quando partecipo a conferenze in vari paesi è: considerati i problemi ambientali che il pianeta si trova a fronteggiare, ce la possiamo fare? Una domanda che ne comprende un’altra: possiamo evitare il declino economico e il collasso della civiltà? La mia risposta è sempre la stessa: dipende da voi e da me, da quello che voi e io facciamo per invertire queste tendenze.
Questo significa diventare politicamente attivi.
Salvare la nostra civiltà non è uno sport da spettatori passivi. Siamo entrati in questo nuovo mondo in maniera talmente rapida che non abbiamo ancora interamente colto il significato di quello che sta accadendo. In passato, preoccuparsi per i nostri figli significava fornire loro la migliore istruzione e le migliori cure mediche possibili. Ma, se non agiamo velocemente, il mondo dei nostri figli declinerà economicamente e si disintegrerà politicamente. Le due sfide politiche fondamentali consistono nella ristrutturazione delle priorità fiscali. Salvare la civiltà implica la revisione delle attività da tassare affinché il mercato ci dica il vero dal punto di vista ambientale e si ottengano le risorse necessarie alla realizzazione del piano B. Scrivete o mandate una e-mail, fate pressione sui vostri rappresentati politici segnalando la necessità di redistribuire le imposte per creare un mercato corretto. Ricordate loro che le aziende che lasciano i costi fuori dai libri contabili sembrano prosperare ma collassano nel lungo termine.
Ancora meglio, raccogliete un gruppo di amici con orientamenti simili al vostro e incontratevi con i politici che vi dovrebbero rappresentare. Discutete di perché abbiamo bisogno di alzare le tasse ambientali e di ridurre le tasse sui redditi da lavoro. Prima dell’incontro tracciate una breve dichiarazione sulle vostre preoccupazioni collettive e sulle iniziative politiche necessarie. Sentitevi liberi di scaricare dalla rete le informazioni sulla ristrutturazione delle tasse, utilizzando il nostro sito web (www.earthpolicy.org ).
Fate saper al vostro rappresentante politico che un mondo dove si spendono mille miliardi di dollari l’anno per scopi militari è semplicemente fuori dalla realtà. Chiedetegli se 190 miliardi di dollari l’anno è un prezzo irragionevole per salvare la civiltà. Se dirottare un sesto del budget mondiale totale per gli armamenti sia davvero troppo. Fategli conoscere il Piano B, ricordategli di quale mobilitazione di energie siamo stati capaci durante la Seconda guerra mondiale.54
Sottolineate la necessità di inserire nei programmi di assistenza internazionale, la sconfitta della povertà, la pianificazione familiare, la riforestazione e lo sviluppo delle energie rinnovabili. Insistete sull’aumento di risorse destinate a questi scopi e sul taglio di quelle destinate al settore militare, facendo notare che la tecnologia più avanzata non serve a nulla se è di sicurezza che si sta parlando.
Qualcuno deve imparare a prendere la parola per conto dei nostri figli e nipoti, perché è il loro mondo che è in pericolo. In sintesi dobbiamo persuadere i nostri rappresentanti politici e i nostri leader a supportare i cambiamenti delineati dal Piano B. Abbiamo bisogno di esercitare una pressione su di loro per ottenere questi cambiamenti, come se il nostro futuro e quello dei nostri figli dipendesse da questo, perché le cose stanno esattamente così. Abbiate la pazienza di educarvi sulle tematiche ambientali.
Se trovate questo libro utile, condividetelo con altri. Può essere scaricato gratuitamente in lingua originale dal sito dell’Earth Policy Institute e letto online in italiano sul sito degli Amici di Beppe Grillo di Roma che lo hanno tradotto gratuitamente per voi (www.amicidibeppegrillo.net , www.grilliromani.it ).
Se vi piace scrivere, mettevi alla prova nel mandare al giornale locale un articolo sulla necessità di alzare le tasse sulle attività ambientalmente distruttive, controbilanciandole con una riduzione delle imposte sul reddito di lavoro. Mettete insieme un sistema di mail per comunicare informazioni utili ad amici, colleghi e opinionisti del vostro paese. La scala e l’urgenza della sfida che abbiamo di fronte non ha precedenti, ma quello che abbiamo necessità di fare può essere realizzato. Sedetevi e pianificate il vostro piano personale e la tabella di marcia di quello che intendete fare per dirottare il mondo da un percorso che punta al declino economico, spostandolo nella direzione di un progresso economico sostenibile. Stabilite i vostri obiettivi, identificate le persone della vostra comunità che possono lavorare con voi per raggiungere questi obiettivi.
Scegliete una questione rilevante per voi, ad esempio la ristrutturazione del sistema fiscale, la messa al bando delle lampade a incandescenza, la dismissione degli impianti a carbone, l’abolizione delle facilitazioni fiscali per la produzione dell’acqua in bottiglia, la creazione di strade comode e sicure per i pedoni e ciclisti. Cosa c’è di più eccitante e appagante? La scelta è nostra. La scelta deve compierla la nostra generazione, ma sarà importante per la vita sulla Terra di tutti gli uomini del futuro.

mercoledì 10 giugno 2009

Renzo Capra "padre padrone di ASM" cacciato da Brescia di Marino Ruzzenenti

Una attenta disamina di Marino Ruzzenenti sulla querelle "Capra-A2A".

Il “padre-padrone” di Asm, Renzo Capra, cacciato dall’ingrata Brescia
Il leone ha lottato fino all’ultimo: ma infine ha dovuto soccombere. Dopo alcune durissime
schermaglie il 3 giugno 2009 gli azionisti di maggioranza di A2A, Comune di Brescia e Comune di Milano, lo hanno brutalmente destituito dalla carica di Presidente del Consiglio di Sorveglianza. Esce così di scena con un colpo di teatro dai toni tragici (e mesti) il protagonista assoluto per trent’anni di una delle multiutilities più celebrate a livello nazionale, l’Asm di Brescia. L’ingegner Renzo Capra l’ho conosciuto personalmente circa trent’anni fa. Mi occupavo in quei tempi dell’ufficio sindacale per conto della segreteria della Camera del lavoro di Brescia e seguivo anche il settore dei trasporti, allora ancora inglobato, per quanto riguarda la zona urbana, in Asm. Ricordo le solite lunghe estenuanti trattative, destinate a concludersi, secondo copione, nottetempo (non ho mai capito bene il perché di questo rituale, confesso). Capra dirigeva la delegazione di Asm, rappresentava la nostra controparte: garbato e sempre con il sorriso sulle labbra, apparentemente conciliante, ma fermissimo sulle sue posizioni di fondo e nel raggiungere i propri obiettivi strategici, pur disponibile su aspetti di dettaglio o su concessioni capaci di catturare il consenso dei lavoratori. Una vera volpe, ma dallo sguardo ammiccante. Un manager di razza, insomma, formatosi alla scuola di Enrico Mattei, negli anni ruggenti dell’Eni, nelle cui società ha cominciato ad operare a partire dal 1956, a 27 anni, dopo aver conseguito la laurea in ingegneria industriale elettrotecnica. Quando nel 1965 giunge a Brescia, assunto dall'Asm come Dirigente dei Servizi energetici, porta con sé l’imprinting della cultura e della mentalità del suo maestro, che manterrà, sostanzialmente immutata, anche nel ruolo di “padre-padrone” di Asm ricoperto per trent’anni (dal 1979 al 1995 Direttore Generale e dal 1995 al dicembre 2007 Presidente di Asm; infine, con l’unificazione con Aem di Milano e la nascita di A2A, dal 2008 presidente del Consiglio di Sorveglianza della stessa A2A, fino all’epilogo traumatico del 3 giugno 2009).
Un tramonto segnato dallo “spirito del tempo”
La sua uscita di scena merita alcune considerazioni preliminari. Probabilmente è straordinariamente rappresentativa dei tempi attuali. Innanzitutto del cinismo e della “cattiveria” della politica. Fino a pochi anni fa, dirigenti politici di destra e di sinistra a Brescia lo osannavano in perfetta sintonia bipartisan, anche molti ambientalisti istituzionali tifavano per lui. E’ davvero impressionante la solitudine di Capra oggi, abbandonato pressoché da tutti. Mi viene dunque spontaneo, di fronte a riproporsi della moda corrente di saltare sul carro dei vincitori, esprimere innanzitutto solidarietà umana ad un avversario, con il quale, per quanto mi riguarda, credo vi sia stato sempre un reciproco rispetto. Certo, se lo avessi potuto consigliare, penso che sarebbe stato preferibile per lui ritirasi, per raggiunti limiti di età, in occasione della quotazione in borsa di Asm, risparmiandosi anche certe gaffe su un terreno, quello finanziario e borsistico, che non gli apparteneva. Celebri le parole con cui Capra, imprudentemente, salutava all’inizio del 2003 l’ingresso in Asm quotata in borsa, e poi nel suo Cda, di quello che di lì a poco sarebbe divenuto famoso in tutta Italia come il capo dei “furbetti der quartierino”: “Emilio Gnutti è un finanziere di prima classe, dotato di un intuito eccezionale e una grande capacità di fare affari”. Andandosene prima, invece, ne avrebbe guadagnato moltissimo in prestigio, salutato con encomi da tutti, e avrebbe inviato un segnale importante, che la gerontocrazia di questa Italia decadente di oggi non è un destino ineluttabile e che non è obbligatorio resistere nelle prime file del potere fino ad 80 anni ed oltre.
Alla scuola di Mattei
Si diceva che Capra porta a Brescia, in Asm, la mentalità e la cultura di Mattei. Ed in effetti vi sono dei tratti distintivi comuni, oltre all’antica vicinanza politica alla sinistra democristiana. Innanzitutto lo straordinario spirito di impresa che vede in un’azienda pubblica, non tanto un sistema parassita e clientelare di sottogoverno cronicamente con i bilanci in rosso, bensì un’impresa capace di forte espansione e di rivaleggiare in efficienza ed efficacia con il privato, in grado di qualificare l’intervento pubblico nell’economia e nei servizi e di produrre utili. Da questa impostazione di fondo discende anche il rapporto con la politica, mantenuta rigorosamente fuori dalle prerogative manageriali, semmai usata strumentalmente per perseguire i fini aziendali, ed anche spregiudicatamente. Pur di ottenere il sostegno alle proprie strategie, si possono concedere “favori” a tutti, spaziando dalla destra estrema alla sinistra, compresi settori dell’ambientalismo istituzionale. Infine, ambedue hanno una particolare attenzione ai mass media, alla costruzione del consenso attraverso un battage propagandistico straordinario (Mattei inventando addirittura un proprio quotidiano, “Il giorno”; Capra con campagne memorabili, di cui quella del “premio” internazionale per il migliore inceneritore del mondo del 2006 rappresenta il top). Ambedue hanno il pallino dell’energia, anche se, forse, lo sguardo di Mattei spazia ben oltre la settorialità tecnica, di cui sembra prigioniero invece Capra. Mattei non è un tecnico, la sua formazione è segnata innanzitutto dalla Resistenza, dalla lotta contro il fascismo, condotta in prima linea come comandante partigiano. Questo spirito lo animerà anche quando da imprenditore porrà al di sopra di ogni cosa, infine anche della sua stessa vita, gli interessi generali del Paese, la rinascita futura di un’Italia che usciva distrutta dalla durissima prova del ventennio fascista. Mattei intuisce che il dopoguerra sarebbe stato segnato dal petrolio affluente e che questa enorme disponibilità di energia sarebbe stata il motore di quegli anni che gli storici avrebbero definito i trenta gloriosi ovvero l’età dell’oro, durata fino alla prima grande crisi petrolifera del 1974. Ebbene, l’Italia, stremata dalla guerra, era del tutto priva di petrolio, in balia di quelle che allora venivano chiamate le “sette sorelle”, le grandi compagnie americane che controllavano il mercato internazionale del greggio. Mattei riesce nell’impresa impossibile di emancipare l’Italia da quella dipendenza e di inondare il Paese ed il suo sistema produttivo di petrolio a prezzo stracciato, innescando quel portentoso sviluppo celebrato come “miracolo economico”.
Non è qui il caso di sviluppare un’analisi critica di quegli anni; ciò che interessa è che l’Italia, senza la lungimirante impresa di Mattei probabilmente non sarebbe l’attuale Paese moderno e industrializzato che conosciamo. Non solo. Ma vien da pensare che un Mattei oggi, comprendendo come l’età del petrolio si stia esaurendo, lavorerebbe ad un progetto ambizioso, da fare invidia allo stesso Obama, di trasformazione strategica delle fonti energetiche italiane, dal petrolio al solare. Ebbene, tornando al nostro Capra, si può dire che gli sia mancata propria questa visione strategica di lungo periodo e questa passione profetica per gli interessi generali del Paese proiettati sul futuro. Capra è un tecnico energetico, costruitosi appunto durante i “trenta gloriosi” del petrolio affluente, e di questo imprinting originario è rimasto prigioniero, nonostante la lezione del 1974 e, se vogliamo, le tante che sono seguite e che avvisavano come quell’età fosse ormai finita. Insomma ha operato nei suoi trent’anni di gestione assoluta dell’Asm, con la testa girata indietro, realizzando, certo, importanti risultati economici, ma portando la provincia di Brescia in una situazione di ulteriore e maggiore dipendenza strategica dal petrolio.
La pesante eredità dell’Asm di Capra
Come noto, sono tre i settori strategici di cui si occupa Asm-A2A, energia, rifiuti e acqua. Per quanto riguarda l’energia, tutti sanno che il tema dirimente è quello del risparmi energetico (il famoso primo 20% indicato dall’Ue). Ebbene la provincia di Brescia è ai vertici nazionali per consumi di energia, non solo per il settore industriale caratterizzato dall’elettrosiderurgia, ma anche per i consumi domestici, mentre è agli ultimi posti per la diffusione delle nuove fonti rinnovabili, in particolare del solare. Insomma il rinnovabile è rimasto sostanzialmente quello sviluppato nella prima metà del secolo scorso, cioè l’idroelettrico, grazie all’orografia particolarmente favorevole. Ma se in valore assoluto questo si è confermato più o meno allo stesso livello, in percentuale è ovviamente diminuito rispetto all’espandersi dei combustibili fossili. Direzione di marcia, quest’ultima, che Asm ha ulteriormente accentuato, prima partecipando al tentativo, per ora stoppato, di installare una centrale turbogas da 800 MW ad Offlaga, poi avanzando direttamente il progetto di un’altra centrale turbogas da 400 Mw, nella stessa città capoluogo, in aggiunta a quella funzionante a carbone e a quella alimentata da rifiuti. La verità di questa miope corsa ad aumentare la dipendenza dalle fonti fossili non può essere occultata dalla “foglia di fico” con cui la propaganda Asm ha cercato di coprirla, cioè con qualche condominio “solare” pilota nel nuovo quartiere di S. Polino. Si sono sprecati i convegni e gli spot pubblicitari per enfatizzare questo “fiore all’occhiello” offerto all’Assessore dei Verdi, in cambio del consenso alla politiche aziendali di Asm. Il tutto doveva servire per aumentarne il consenso elettorale, ma anche su questo piano si è registrato un fallimento clamoroso: dopo due tornate amministrative di titolarità dell’Assessorato all’ecologia, i Verdi a Brescia sono quasi scomparsi dimezzando i consensi, dal 2 all’1% circa. Insomma l’abbraccio con Asm si è rivelato davvero soffocante! Perché il risparmio energetico e le fonti rinnovabili non decollano nella Brescia dominata dall’Asm di Capra? Una prima risposta di carattere generale ce la dà Angelo Rampinelli, un liberale “storico e già presidente di Asm, quando, nel 1996, l’amministrazione comunale decide di trasformare Asm in società per azioni: “Come azienda speciale l’Asm deve pensare alla città. Come Spa deve guadagnare. […] non potranno non scrivere nello statuto che il fine della Spa è la remunerazione degli azionisti, cioè il guadagno. […] E mi chiedo anche se l’Asm trasformata in società per azioni potrà fare le utilissime campagne che sta facendo da anni… per guadagnare meno, tipo campagna per il risparmio energetico o per la raccolta differenziata?”. In secondo luogo, Brescia città, in particolare, paga il cosiddetto “effetto rimbalzo” del sistema del teleriscaldamento di grandi dimensioni, tipo “gosplan sovietico”, questione approfondita sul sito www.ambientebrescia.it/teleriscaldamento.html. Basti qui ricordare l’innalzamento dei consumi energetici indotti da tale sistema, sia per l’enorme dispersione termica, quasi totale nei mesi caldi, sia per la conseguente diffusione dei sistemi di cottura elettrici particolarmente energivori (forni ad induzione), sia per l’espansione dei condizionatori indotta dal surriscaldamento anomalo della città teleriscaldata anche in estate, sia per la dissuasione ad installare il solare termico per il fatto che le case anche in estate sono invase dall’acqua teleriscaldata. Per l’altro tema fondamentale per una società realmente sostenibile, i rifiuti, sono note le distorsioni indotte dal mostruoso inceneritore di Brescia, come abbiamo ampiamente documentato in www.ambientebrescia.it/inceneritoreAsm.html. Così Brescia è la città che possiede il record nazionale per la produzione dei rifiuti e quindi dello spreco, in cui la raccolta differenziata, al netto degli speciali assimilati agli urbani, è sotto zero. Anche in questo caso l’errore strategico compiuto da Capra è determinato dalla sua miopia di guardo sul futuro e dalla sua visione energetista vecchio stampo: cosicché Capra ha visto nei rifiuti quel 10% di petrolio, ignorando quel 90% di materia molto più preziosa, come i metalli o come la frazione organica di cui il suolo della nostra pianura è ormai pressoché privo, con effetti drammatici sulla sua fertilità. Infine l’acqua. Un’azienda pubblica avrebbe dovuto avere a cuore in particolare la qualità della acque superficiali e di falda. Certo la responsabilità dell’inquinamento da record del fiume Mella o della falda sottostante la città non è imputabile ad Asm (www.ambientebrescia.it/acqua.html). Tuttavia non può sfuggire che un’azienda pubblica avrebbe dovuto fare molto di più per denunciare pubblicamente il problema e sollecitare chi di competenza ad intervenire per la bonifica di un bene comune tanto prezioso ed essenziale. Ma questo non è il core business, come si usa dire, quindi….
A Brescia una discussione surreale su Asm-A2A
Ora, da un anno circa, a Brescia i partiti si accapigliano attorno ai problemi della governance duale di A2A. Duale sia sul piano formale, perché facente capo ad un Consiglio di Sorveglianza ed ad un Consiglio di Gestione, sia sul piano sostanziale in quanto contesa tra Brescia e Milano. La discussione si è incarognita, in particolare, dopo il cambio di maggioranza nel Comune di Brescia, passato dal centrosinistra al centrodestra, dunque omogeneo con Milano. Se, quindi, prima il confronto con Milano si caricava anche di valenze politiche (in verità solo nella ripartizione dei poteri), ora si punterebbe alla cosiddetta brescianità, alla gloriosa tradizione gestionale e allo “stile” Asm. Per questo il nuovo sindaco, rimosso Capra, avrebbe piazzato l’ingegner Cinquini, di scuola Asm, per l’appunto, come vice di Zuccoli, di provenienza Aem, nel Consiglio di Gestione. Non si può non notare, però, la palese contraddizione di un ragionamento che vorrebbe valorizzare la tradizione Asm partendo, come prima mossa, dall’umiliante rimozione del protagonista assoluto di quella tradizione, Renzo Capra. Il punto vero però, in tutta questa discussione sulla brescianità o sulla passata gestione Asm all’insegna del centro sinistra, è la mancanza assoluta di un qualsiasi riferimento alle politiche aziendali di Asm e A2A, appunto sui temi strategici prima esaminati: energia, rifiuti, acqua. Anche perché, se prendiamo ad esempio il tema energia, scopriamo che non solo Capra è favorevole alle centrali a combustibili fossili, compreso il carbone, quanto e più di Zuccoli ex Aem, ma lo è altrettanto per l’entrata di A2A nella partita del nucleare che si starebbe riaprendo. E sui rifiuti, è difficile trovare uno fanatico dell’incenerimento più di Capra. A questo proposito, per quanto concerne l’impatto ambientale, va registrato che mentre Capra si occupava di fantastici “premi” internazionali per le presunte performance dell’inceneritore Asm, c’è voluto l’arrivo di A2A per confermare quanto da noi sempre denunciato, cioè che in realtà l’inceneritore Asm aveva emissioni doppie dell’inceneritore di Figino di Amsa Milano e che era a tal punto antiquato da richiedere, dopo solo 10 anni, un investimento di 100 milioni di euro [cento milioni!], per installare i catalizzatori, ridurre le emissioni e migliorarne l’efficienza. Insomma non si capisce in che cosa si differenzi in meglio la presunta “brescianità” di Asm, o la gestione di marca centrosinistra della passata Asm, dalle attuali politiche di A2A o di Aem, targate centrodestra. In conclusione, se l’ambientalismo tutto, ma anche la politica a Brescia, intendono riappropriarsi di un ruolo autonomo nei confronti di Asm-A2A su temi così cruciali per il nostro futuro, è utile riflettere innanzitutto sulle politiche per l’energia, i rifiuti e l’acqua, su come quelle aziende “pubbliche” li hanno gestiti ed intendono gestirli in futuro. Di questo sarebbe utile discutere e trovare spazi ed occasioni per confrontarsi, svincolati finalmente da ogni sudditanza nei confronti di una Asm che comunque, con l’uscita di Capra, non c’è più. Brescia 8 giugno 2009 Marino Ruzzenenti

Nichi Vendola risponde al Forum Italiano per l'acqua.

Regione Puglia Bari, 5 giugno 2009
Il Presidente



Prot. n. 2852/SP

Al Forum Italiano dei
Movimenti per l’Acqua
Via di S: Ambrogio, n.4
00186 ROMA






Il tema dell’acqua ha costituito, sin dall’inizio della legislatura regionale da me presieduta, un punto di focale attenzione, sia per gli aspetti attinenti la conduzione delle politiche territoriali in Puglia, sia nel rapporto con l’Acquedotto Pugliese, sia nella definizione dei rapporti con gli altri Paesi dell’area mediterranea.
Una attenzione al centro della quale vi è la mia assoluta convinzione, e le conseguenze si evincono dagli atti concreti che ne sono scaturiti sulle questioni dell’Acquedotto Pugliese, che l’acqua costituisca un diritto universale, un diritto fondamentale, un bene comune.
Anche di recente, la mia posizione intesa ad impedire la privatizzazione dell’Acquedotto, espressasi chiaramente nelle sedi istituzionali, al pari della decisione di non partecipare né direttamente né attraverso le persone degli Assessori al seminario internazionale organizzato dall’Acquedotto con Federutility, ha segnalato in modo inequivocabile l’intenzione, nei miei poteri e doveri di rappresentanza politica della Regione che governo, di mantenere ben ferma la rotta
Nel dibattito che si è sviluppato all’indomani della partecipazione di due Assessori della mia Giunta al World Water Forum di Istanbul assieme alla delegazione della Città di Bari, è emersa nei Movimenti per l’Acqua la preoccupazione che si fosse verificato un cedimento.
Mi permetto di dire in assoluta serenità che ciò non è avvenuto, né potrà accadere: la candidatura della Città di Bari a ospitare il World Water Forum nel 2015 potrebbe essere condivisa e supportata dal mio Governo esclusivamente nel caso che, sin dalle prossime battute, si verificassero condizioni politiche ben diverse da quelle che hanno prodotto il documento di Istanbul, ovvero se il confronto preliminare a qualsiasi formalizzazione della candidatura riconoscesse alla Regione titolo a entrare nel merito e a orientare il Forum nella direzione del riconoscimento esplicito dell’acqua quale fondamentale diritto dell’umanità.
Tanto chiederemo al Governo italiano. Tanto proporremo al confronto con i Movimenti per l’Acqua. E in tale direzione muoveremo l’iniziativa politica e istituzionale della Puglia, chiedendo espressamente che l’interlocuzione sull’Acqua avvenga richiamandosi all’alta autorità delle Nazioni Unite.
In caso diverso, la Regione Puglia non supporterà candidature pugliesi per il World Water Forum del 2015.
Per queste ragioni ritengo anche che il rapporto tra l’istituzione regionale, gli altri Enti territoriali, e i Movimenti per l’Acqua, debba vedere al più presto un salto di qualità, a sostegno di una politica dell’acqua che socializzi e renda sempre più evidenti, a livello istituzionale e a livello di opinione pubblica, i grandi temi del diritto all’Acqua.
Nell’accogliere pertanto l’invito avanzatomi dai Movimenti ad incontrarli, comunico che lo stesso è fissato per il giorno 19 giugno alle ore 12,00 presso i miei uffici e anticipo fin d’ora che il mio Governo intende avanzare la proposta di un grande Forum pugliese, da tenersi nei primi mesi del 2010, che abbia come tema portante quello dell’Acqua quale diritto e patrimonio dell’umanità intera e che sottolinei l’urgenza assoluta di un cambiamento in tal senso nelle politiche globali.

Cordiali saluti


Nichi Vendola

lunedì 8 giugno 2009

Un mondo carbon Low !

Ecco il mondo low carbon la "cura" per ogni paese
I paletti contenuti nella bozza del Trattato di Copenaghen che le associazioni di tutto il mondo hanno preparato come contributo alla conferenza mondiale che si terrà a dicembre in Danimarca di ANTONIO CIANCIULLO
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MANTENERE l'aumento di temperatura sotto i 2 gradi. Tagliare le emissioni serra dell'80 per cento entro il 2050. Investire 115 miliardi di euro l'anno per difenderci dal caos climatico. Sono i tre paletti contenuti nella bozza del Trattato di Copenaghen che le associazioni ambientaliste di tutto il mondo hanno preparato come contributo alla conferenza mondiale sul clima che si terrà a dicembre a Copenaghen. Per evitare che il termometro salga di 3, 4, forse 6 gradi sopra la temperatura che, con l'oscillazione di un grado, è rimasta costante da quando il primo essere umano ha piantato un seme nella terra, bisogna mettere il mondo a dieta, fargli consumare meno carbonio e più energie rinnovabili. Ma questa dieta non può essere uguale per tutti: bisogna tenere conto delle condizioni di partenza e delle possibilità di ogni paese. Ai paesi industrializzati si propone la cura Zcap (Zero carbon Action Plan) che vuol dire portarsi rapidamente verso l'obiettivo emissioni zero: tagliare le emissioni del 40 per cento entro il 2020 e del 95 per cento entro il 2050. Per i non industrializzati (ma Singapore, Corea del Sud e Arabia Saudita in base al reddito pro capite dovrebbero passare nell'elenco degli industrializzati) la franata è più lenta e si punta sui Lcap (Low Carbon Action Plan), cioè le basse emissioni serra: più 84 per cento rispetto ai livelli del 1990 nel 2020 e meno 51 per cento rispetto ai livelli del 1990 nel 2050. A tutto ciò va aggiunta la riduzione del 75 per cento entro il 2020 della deforestazione, che causa un quinto delle emissioni serra globali.
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La combinazione di queste cure, differenziate ma convergenti, porterebbe a uno scenario in cui le emissioni serra - dopo aver toccato il picco tra il 2013 e il 2017 - torneranno ai livelli del 1990 nel 2020 e nel 2050 scenderanno dell'80 per cento secondo le indicazioni fornite dagli scienziati dell'Ipcc, la task force di climatologi messa in piedi dalle Nazioni Unite, per evitare il disastro climatico. "Mentre a Bonn le trattative procedono con estrema lentezza, una vera e propria ONU ambientalista, con esperti provenienti da tutte le parti del mondo ha stilato questa prima bozza di trattato, con l'ambizione che diventi un riferimento per l'accordo sul clima di Copenaghen", spiega Mariagrazia Midulla, responsabile della campagna clima del Wwf. "Siamo partiti dal riconoscimento del dovere dell'equità, ma anche dalla considerazione che in atmosfera, dopo 200 anni di inquinamento e di utilizzo di combustibili fossili da parte dei paesi industrializzati, lo spazio è limitato. Certo i paesi industrializzati devono essere i primi a tagliare le emissioni, ma questo non sarà sufficiente per scongiurare gli scenari più catastrofici. Con il sostegno finanziario e tecnologico del mondo industrializzato si può però fare un vero e proprio salto tecnologico che permetterà ai paesi in via di sviluppo di crescere in modo sostenibile".