Il nuovo logo di Aqua Alma

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giovedì 23 giugno 2011

Democrazia e grande impresa di Luciano Gallino

«Tra noi sta crescendo una concentrazione di potere privato senza uguali nella storia». Nel 1938 Roosevelt lanciava l'allarme per le sorti di una democrazia messa in pericolo dallo strapotere della grande industria privata. Oggi quell'allarme si è avverato.

La democrazia, si legge nei manuali, è una forma di governo in cui tutti i membri di una collettività hanno sia il diritto, sia la possibilità materiale di partecipare alla formulazione delle decisioni di maggior rilievo che toccano la loro esistenza. La possibilità di intervenire nel processo decisionale, di avere voce nelle decisioni che contano, si può realizzare sia con la partecipazione diretta, sia attraverso forme di rappresentanza.
In tema di decisioni che toccano l'esistenza del maggior numero di membri d'una collettività, di tutti noi, viene naturale includere diversi aspetti attinenti all'economia, o ad essi strettamente correlati. Tra le decisioni che incidono sulla nostra esistenza ritroviamo: il tipo di manufatti e di servizi che vengono prodotti; i luoghi della produzione degli uni e degli altri; le condizioni di lavoro in cui vengono prodotti nel nostro paese o all'estero; la possibilità per ciascuno di noi e per i suoi figli di trovare quanto prima un lavoro stabile, adatto al proprio talento e grado di istruzione. E ancora, la produzione degli alimenti di cui ci nutriamo, la loro provenienza, il modo in cui vengono distribuiti, dal negozio all'angolo all'outlet grande come un campo di calcio; il costo di ciascuno di questi beni e servizi; il tipo di mezzi di trasporto di cui dobbiamo servirci, insieme con la loro comodità e costo; la qualità dell'aria che respiriamo e dell'acqua che beviamo; gli abiti che indossiamo; il tipo di abitazione in cui viviamo, la sua collocazione e i mobili con cui è stata arredata; l'intensità fonovisiva nello spazio e nel tempo della pubblicità, cui sono esposti i nostri figli sin dai primissimi anni; il modo in cui il sistema finanziario si collega all'economia reale; il modo in cui sono gestiti i nostri risparmi a scopi previdenziali; e, per finire, la struttura sociale della comunità di cui facciamo parte.
Nelle condizioni che prevalgono da decenni nell'economia e nella società un'osservazione si impone: la grandissima maggioranza della popolazione è totalmente esclusa dalla formazione delle decisioni che ogni giorno si prendono nei campi ricordati sopra. Il soggetto che direttamente le prende o che indirettamente determina il corso delle decisioni stesse, è la grande impresa, industriale e finanziaria, non importa se italiana e straniera. Il fatto nuovo del nostro tempo è che il potere della grande impresa di decidere a propria totale discrezione che cosa produrre, dove produrlo, a quali costi per sé e per gli altri, non soltanto non è mai stato così grande, ma non ha mai avuto effetti altrettanto negativi sulla società e sulla stessa economia. A questo proposito un uomo politico di primo piano ebbe a dire tempo addietro: «La libertà di una democrazia non è salda se il suo sistema economico non fornisce occupazione e non produce e distribuisce beni in modo tale da sostenere un livello di vita accettabile. Oggi tra noi sta crescendo una concentrazione di potere privato senza uguali nella storia. Tale concentrazione sta seriamente compromettendo l'efficacia dell'impresa privata come mezzo per fornire occupazione ai lavoratori e impiego al capitale, e come mezzo per assicurare una distribuzione più equa del reddito e dei guadagni tra il popolo della nazione tutta».
L'uomo politico di cui ho appena citato un discorso era il presidente americano Franklin D. Roosevelt. Correva l'anno 1938. Roosevelt era preoccupato perché l'impresa privata creava sempre meno occupazione, e contribuiva a concentrare il reddito in poche mani anziché distribuirlo. Era ancor più preoccupato per le sorti della democrazia a fronte della crescita di un potere privato arrivata al punto di diventare più forte dello stesso Stato democratico. Dopo un interludio durato pochi decenni, la preoccupante visione di Roosevelt si è pienamente avverata, in tutti i sensi. Sia in campo industriale che in campo finanziario poche decine di corporation dalle dimensioni smisurate sono giunte a formare il vero governo del paese. Se non in tutti, in molti campi della vita civile la democrazia in Usa è stata svuotata di senso. Le leggi escono dal Congresso, ma le indicazioni per scriverle provengono notoriamente dalle corporation industriali e finanziarie. Le quali hanno speso tra l'altro 500 milioni di dollari per sostenere nel 2008 la campagna elettorale di ambedue i candidati alle presidenziali; 300 milioni per rendere il meno incisiva possibile la riforma di Wall Street del 2010; e altrettanti per tentare di bloccare la modesta riforma sanitaria voluta dal presidente Obama. Con la previsione che, essendo mutata nel novembre 2010 la composizione del Congresso, quasi sicuramente vi riusciranno nel prossimo futuro.
Chi ha avuto la peggio sono stati i lavoratori americani. Lavorano almeno duecento ore l'anno più degli europei, e i loro salari, in termini reali, sono pressocché al livello del 1973 - quasi quarant'anni fa. Una delle cause è stato il trasferimento di interi settori manifatturieri dai paesi sviluppati a quelli emergenti, con la perdita di decine di milioni di posti di lavoro. Grazie alle delocalizzazioni gli Stati Uniti hanno praticamente smantellato buona parte della loro industria manifatturiera. Al presente negli Usa risulta quasi scomparsa la produzione di settori che pochi decenni fa dominavano con le loro esportazioni, oltre al mercato interno, gran parte dei mercati occidentali. Tra di essi figurano comparti di dimensioni gigantesche quali gli elettrodomestici; i televisori e l'alta fedeltà; i computer e i microprocessori; i telefoni cellulari; l'abbigliamento; i giocattoli.
In merito a tutto ciò, non risulta che quei lavoratori abbiano avuto la minima possibilità di fare sentire la loro voce, e meno che mai - salvo sporadici casi locali - di intervenire con qualche efficacia in decisioni che sconvolgevano la loro esistenza, le loro famiglie, la loro comunità. Pertanto è davvero arduo capire come il caso americano ci possa venire solennemente presentato da manager e politici italiani come una forma di modernizzazione delle relazioni industriali. È ancora più arduo capire - o forse sbaglio: è fin troppo facile - come, in Italia, tra le file dell'opposizione non si sia levata finora una sola voce per rilevare che il potere eserecitato dalle corporation sulle nostre vite configura un tale deficit di democrazia da costituire ormai il maggior problema politico della nostra epoca. Nell'Ue possiamo coltivare ancora per qualche tempo la nostra distrazione dinanzi allo svuotamento che il sistema economico e finanziario ha effettuato della democrazia reale, grazie al fatto che tra la fine della guerra e i secondi anni Settanta robuste iniezioni di democrazia nel sistema economico sono state effettuate per via di diversi fattori concomitanti. Tra di essi ricorderei le lotte dei lavoratori e il peso che avevano allora i sindacati anche come numero di iscritti; la presenza nei parlamenti europei di robusti partiti di sinistra; il peso nelle formazioni di centro dei cattolici progessisti; un certo numero di imprenditori e di manager pubblici che preferivano affrontare con i sindacati vertenze lunghe e aspre piuttosto che buttare sul tavolo documenti della serie «prendere o lasciare». Senza dimenticare che l'ombra dell'Orso sovietico a oriente tendeva a rendere più malleabili le confindustrie di tutti i paesi dell'Europa occidentale. I risultati si sono visti. Il sistema sanitario nazionale; lo sviluppo del sistema pensionistico pubblico; le riduzioni d'orario, a cominciare dal sabato interamente festivo; il miglioramento delle condizioni di lavoro; lo Statuto dei lavoratori, rappresentarono tutti pezzi di democrazia reale che furono estorti alla grande impresa, o che essa - se si preferisce - fu indotta a concedere.
Ora la grande impresa si sta battendo per riconquistare il terreno perduto tra il 1950 e il 1980. Di fronte le si aprono praterie senza confini. La preoccupante ombra dell'Orso è scomparsa. I partiti di sinistra sono peggio che scomparsi: anche quando si sforzano di dire qualcosa di sinistra si intravvede subito, in Italia come in Francia, nel Regno Unito come in Germania (in questo caso, bisogna dire, con l'eccezione della Linke), che sono diventati i migliori interpreti degli interessi della grande impresa ai tempi della globalizzazione. In tutti i paesi i sindacati sono indeboliti dal calo degli iscritti - in media oltre la metà, nell'industria manifatturiera - e dalla divisione tra chi propende alla collaborazione prima ancora di cominciare una vertenza, e chi preferisce invece ragionare in termini di composizione caso per caso di un conflitto che è storicamente strutturale, e strutturalmente irrisolvibile - salvo si preveda un'uscita dal capitalismo.
Quel che si configura nel nostro paese come in tutta l'Ue a 15 è un arretramento non solo delle relazioni industriali ma dell'intero processo democratico. Un arretramento di tale portata da essersi verificato, nella storia, soltanto quando un sistema politico democratico è stato sostituito da una dittatura. A guardarlo con occhio distratto, come un po' tutti siamo inclini a fare, il percorso pare innocuo. La globalizzazione, si afferma, esige che si riducano i diritti, i salari, lo Stato sociale per fare fronte al potere economico dei paesi emergenti. La grande impresa contribuisce al percorso attribuendo ad esso un carattere di ineluttabilità: non esistono alternative; sono in gioco grandi investimenti e molti posti di lavoro; non possiamo far altro che adattarci alla logica dell'economia. In realtà, non di logica economica si tratta, bensì di potere politico. Il fatto di sottrarre progressivamente ai lavoratori ogni residua possibilità di partecipazione alla determinazione di orari, salari, condizioni di lavoro e altro preannuncia la sottrazione a tutti della possibilità di partecipare a qualsiasi decisione di qualsiasi rilevanza in qualsiasi ambito. Preannuncia, in altre parole, la sottomissione a un potere totale.
La privatizzazione di ogni cosa, dalla previdenza alla scuola e all'acqua, che sono uno degli ultimi campi da cui la grande impresa può puntare ad estrarre un valore elevato perché da noi sono campi ancora poco lavorati, è un altro passo intermedio significativo. Ed è stupefacente notare anche qui come il centro-sinistra lo consideri un tema economico, laddove si tratta di un vitale snodo politico. Privatizzare beni comuni, infatti, significa sottrarre ai cittadini un ampio terreno di partecipazione politica, di esercizio della disciplina democratica, per trasferirlo pari pari alla discrezione della grande impresa. Potrebbe quindi essere giunto il momento di discutere dei modi in cui il potere oggi debordante della grande impresa dovrebbe essere sottoposto a regole, al pari di qualsivoglia altro centro di potere. Avendo in vista un sommesso proposito: ridare vitalità, senso, contenuti quotidiani, motivi di attrazione culturale e morale all'idea di democrazia.

mercoledì 22 giugno 2011

LA PRIMAVERA DELL'ACQUA di Carlo Petrini

I referendum hanno reso palese un grande cambiamento nella politica italiana, eppure chi ha vinto davvero continua a stare nell´ombra. Il momento più significativo si è avuto la sera del 13 giugno, in onda su Rai 3. Luca Faenzi, uno dei portavoce del Comitato promotore dei referendum sull´acqua, ha litigato in collegamento dalla piazza con Bianca Berlinguer. Alla fine è stato "tagliato". Rivendicava giustamente la sua vittoria, ma l´incomunicabilità è stata totale. La direttrice del Tg3 è così diventata - suo malgrado perché il suo giornale è stato tra i pochissimi a dare spazio ai referendum e ai suoi promotori - il capro espiatorio di un sistema tele-politico che ha colpevolmente sottovalutato, se non oscurato, la forza dei veri protagonisti, gli unici vincitori di una nuova stagione politica. È cambiato tutto e il merito è di persone come Luca Faenzi, Paolo Carsetti, Simona Savini, Corrado Oddi, Luca Martinelli, Marco Bersani, Tommaso Fattori, per citare solo alcuni dei tantissimi esponenti del movimento. Si occupano di questi temi da anni, di acqua ne sanno più di qualsiasi parlamentare e sull´acqua hanno un radicamento sul territorio che non ha nessun partito. Come avevano dimostrato già lo scorso anno, raccogliendo 1 milione e 400 mila firme per promuovere i referendum. La memoria è importante, e allora facciamo un po´ di storia: si parte dal 2003, dichiarato Anno Mondiale dell´acqua dall´Onu. A Firenze si svolse il Forum Mondiale alternativo dell´Acqua che si dichiarò contro sua mercificazione. Da lì in poi, a livello locale dove già si era privatizzato, si formarono tanti gruppi di cittadini che avevano sperimentato gli effetti nefasti della privatizzazione. Furono decine le vertenze nei territori: questo è l´humus da cui nasce il movimento. Nel 2006 si mettono tutti in rete e prende vita il Forum Italiano dei Movimenti per l´Acqua. Sempre nel 2006, il governo Prodi istituisce la commissione Rodotà per riformare il libro terzo del Codice Civile, perché era stato dimostrato che l´Italia ha il più grande patrimonio pubblico d´Europa ma sottoposto alla peggior gestione. La commissione lavorò tre anni e presentò una riforma basata sul fatto che uno degli effetti della globalizzazione è stato il rovesciamento del rapporto di forza tra pubblico e privato, con quest´ultimo che ha preso il sopravvento. Si rendeva dunque necessario un nuovo approccio nella gestione dei beni pubblici, dando grande risalto ai beni comuni, in primis l´acqua e la sua gestione attraverso nuovi modelli di democrazia partecipativa. Questo percorso ha poi portato nel 2009 a una proposta di legge regionale sull´acqua a firma Ugo Mattei, docente di Diritto Civile dell´Università di Torino, approvata dalla Giunta Bresso e da portare poi in Senato. Il 28 novembre 2009, proprio mentre i promotori e i movimenti presentano la legge piemontese al Senato con la speranza di estenderla alla Nazione (con questa probabilmente si sarebbe arrivati in maniera naturale al riconoscimento dell´acqua come bene comune), nell´altra Camera il Parlamento approvava l´improponibile legge Ronchi. Gli estensori non si persero di coraggio: capirono immediatamente che l´unico strumento per contrastare quella deriva era un referendum, e allora si prodigarono per redigere i quesiti inoppugnabili che abbiamo appena votato, chiamando alla mobilitazione per la raccolta di firme il Forum dei Movimenti. Da anni c´è un movimento popolare privo di leader, senza strutture piramidali e senza tv, che comunica con internet e salta i canali tradizionali della politica, che muove le persone più dei partiti. Sono loro che hanno trascinato gli italiani a votare anche su nucleare e legittimo impedimento. Ne sono convinto: del resto il quorum più alto si è raggiunto su uno dei due quesiti sull´acqua. Ci siamo tanto entusiasmati per i ragazzi di Facebook e Twitter che hanno dato voce e potenza alla primavera araba in Egitto e Tunisia, abbiamo cercato le loro facce per pubblicarle ovunque: perché nessuno ora vuole le facce di questi ragazzi che hanno fatto una piccola grande rivoluzione nel nostro Paese? E qui, dopo la storia, veniamo al futuro. Ora bisogna colmare il vuoto normativo che si è creato e c´è un´altra cosa che nessuno dice: il Forum ha presentato da anni una proposta di legge d´iniziativa popolare (sostenuta da 400.000 firme) perfetta sotto i profili giuridico e ideologico. Una riforma che riconosce pienamente il valore di bene comune all´acqua, da gestire localmente in maniera innovativa. Il movimento ha pensato anche al dopo referendum, ma continuano a non ascoltarli. La logica vorrebbe che ora si parta dalla loro proposta per il futuro, coerente con ciò che è successo, che sgombra il campo da ogni tentazione di ricaduta privatistica. C´è per esempio una proposta di legge del Pd, ma basta citare due punti per capire che non va nella direzione giusta: continua a proporre forme di gestione privata, tramite spa o gare d´appalto, e, oltre alla tariffa, forme di "remunerazione dell´attività industriale", un altro modo di dire "capitale". La proposta popolare disegna invece un sistema tutto nuovo, pienamente in sintonia con la volontà espressa dagli italiani: gestione pubblica partecipata, affidata a soggetti di diritto pubblico con la partecipazione di cittadini lavoratori, e finanziamenti che oltre alla tariffa prevedono di attingere alla fiscalità generale e alla finanza statale. In pratica si abbraccia la teoria del premio Nobel Elinor Ostrom che prevede istituzioni endogene per la gestione dei beni comuni, nuove forme di democrazia partecipata che superino con una terza via la vetusta scelta finto-obbligata tra stato e mercato. La gioia di questa vittoria è proprio come l´acqua, metafora perfetta: non si privatizza, non ce ne si appropria in nessun modo se non si hanno meriti. Questa gioia va solo condivisa, anche perché in questo momento è il nostro più grande bene comune.

Cile Patagonia sospeso, per ora, il progetto Aysen.

CILE PATAGONIA: TRIBUNALE SOSPENDE PROGETTO DIGHE

La Corte d’Appello di Puerto Montt, capitale della Regione di Los Lagos (X Regione), ha sospeso il controverso progetto ‘HidroAysén’ per la costruzione di cinque dighe in Patagonia, contro il quale si batte un vasto fronte della società civile nazionale ed internazionale.Il tribunale ha accettato di esaminare tre ricorsi contro il ‘via libera’ ai lavori, deciso il 13 maggio dalla Commissione di valutazione ambientale dell’Aysén, paralizzando il progetto “fino a quando non si risolverà la questione di fondo” hanno spiegato fonti giudiziarie cilene. Per la valutazione dei ricorsi, presentati dai senatori Antonio Horvath Kiss e Guido Girardi Lavín, che è anche presidente della ‘Camera alta’, dai deputati Patricio Vallespin ed Enrique Acorssi, insieme a diverse organizzazioni ambientaliste, potrebbero essere necessari alcuni mesi o anche un anno, si legge sulla stampa locale.Per Marcelo Castillo, avvocato del ‘Consiglio di difesa della Patagonia’, si tratta del “progetto più irregolare di tutta la storia del Cile. La nostra opinione – ha aggiunto il legale – è che si stia imponendo lo stato di diritto di fronte ai reclami dei cittadini contro le multiple illegalità che si celano dietro la sua approvazione”.Il progetto, promosso dal consorzio – in cui è coinvolta l’italiana Enel attraverso la sua controllata Endesa, insieme alla Colbún, di proprietà della potente famiglia cilena Matte – dovrebbe comportare, tra l’altro, l’inondazione di 5600 ettari di un raro ecosistema forestale, con gravi impatti socio-ambientali e conseguenze rovinose per l’agricoltura. Difeso con forza dal governo del presidente conservatore Sebastián Piñera, è motivato ufficialmente dalla necessità di rifornire del prezioso ‘oro blu’ la capitale, Santiago, e le zone minerarie del nord, attraverso una linea di trasmissione lunga 2300 km e larga 100 metri, composta da 6000 torri alte 70 metri che attraverserà nove regioni, sei parchi nazionali e 67 comuni. (vedi anche archivio MISNA)

martedì 21 giugno 2011

Una lezione importante per rilanciare una difesa globale dell'acqua come bene comune

Sono arrivati dai cinque continenti i messaggi di congratulazioni e felicitazioni per il risultato dei referendum del 12-13 giugno in Italia. In particolare la difesa dell'acqua come bene comune, da sottrarre al mercato, il blocco al processo di privatizzazione, hanno colpito i sindacati, dall'Europa, all'America (latina e del Nord) all'Asia. Molte le felicitazioni dall'America latina, dove abbiamo ricevuto messaggi dalla Colombia al Venezuela, dal Perù al Brasile, dal Costarica al Guatemala. Dall'Australia la campagna è stata condotta dall'ASU, la Confederazione sindacale australiana, che ha condotta una bella campagna di sensibilizzazione tra gli italiani nel continente. Sul sito web sono disponibili le pagine informative ed è presente anche una trasmissione radiofonica sull'argomento. Molti italiano hanno contattato il sindacato segnalando le scarsissime informazioni che avevano ricevuto dalle autorità italiane. Anche dall' Asia messaggi sono arrivati dal Pakistan e un forte messaggio anche dal Bangladesh, dal sindacato dei lavoratori dell'acqua. Dall'Africa, ad esempio, il Union of the Nurses and Midwives of Malawi (NONM), che scrive : "vogliamo semplicemente dirvi Bravi'!" Dall'America del Nord il messaggio più deciso arriva dal Canada dove il sindacato CUPE ha condotto una forte campagna di informazione verso gli elettori italiani emigrati in Canada, sul sito web si scrive "Victory for public water in Italy" e si dice "Il risultato del referendum italiano rafforzerà anche la posizione della comunità canadesi di mantenere l'acqua pubblica." Dall'Europa sono arrivati i segnali più forti di comprensione della portata, per i servizi pubblici, della vittoria referendaria italiana. Unison, il più grande sindacato britannico dei servizi pubblici nel Regno Unito, scrive " Ciò che voi e i molti attivisti avete raggiunto sa di miracoloso, visto il clima politico meno positivi che esiste in tutta Europa in questo momento. Siamo orgogliosi che l'Italia e i sindacati, e soprattutto la CGIL, abbiano svolto un ruolo importante nella campagna. Questa dovrebbe essere una lezione importante per tutti i sindacati sull'importanza di parlare all'intera società, compresi i movimenti progressisti e le molte ONG che sono anche parte della vostra campagna. Ci avete dato una lezione importante da imparare. Mi auguro che quando FSESP lancerà la propria campagna dell'acqua su scala europea, il vostro successo possa ispirare altri sindacati in tutta Europa per ottenere il sostegno attivo della società alle lotte per mantenere l'acqua come servizio pubblico, accessibile a tutti i cittadini". Dalla Germania anche il DGB, la confederazione tedesca, si congratula per il "successo contro la privatizzazione dei servizi idrici e dell'uso del nucleare....anche noi stiamo lavorando per la 'rimunicipalizzazione' dei servizi di interesse generale, come l'acqua, l'energia, i trasporti e l'assistenza sanitaria". Dal Portogallo, il sindacato STAL, le federazione degli enti locali della CGTP, ci invia un messaggio molto forte e politicamente motivato. "La Direzione nazionale...ritiene che il risultato italiano sia un valido esempio di determinazione al contrasto dell'agenda neo liberale, il governo portoghese, nel suo accordo con la troika FMI/UE/BCE, ha annunciato la privatizzazione di Águas de Portuga .e il risultato e il metodo referendario saranno un riferimento per la nostra lotta."

lunedì 20 giugno 2011

Il deserto italiano.

In occasione della Giornata Mondiale per la lotta contro la Desertificazione il Ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo è intervenuto circa il tema di quest’anno: “ruolo fondamentale delle foreste nelle zone aride del mondo”.
«L’abbinamento della Giornata mondiale per la lotta alla desertificazione con l’anno internazionale delle foreste – dichiara il Ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo – ha per l’Italia un elevato valore simbolico. Il 34,7% della superficie del Paese, infatti, è ricoperto da boschi e foreste, protetti da una normativa attenta e in costante evoluzione. La protezione e la gestione delle foreste costituisce un tassello essenziale nella lotta alla desertificazione e al degrado del suolo, causati anche dai cambiamenti climatici».
L’Italia è da tempo impegnata a livello nazionale e internazionale sul fronte della lotta alla desertificazione. Oltre a progetti e attività di cooperazione nei paesi in via di sviluppo, sono state realizzate in questi anni numerose attività di monitoraggio e di predisposizione di Piani di azione locali e “Progetti pilota” nelle cinque regioni che tradizionalmente presentano maggiore vulnerabilità – Basilicata, Calabria, Puglia, Sardegna e Sicilia – nonché in Abruzzo e Piemonte, e Piani di azione locale anche in Campania, Toscana, Emilia Romagna e Liguria.
In Italia l”Annuario dei Dati Ambientali – Edizione 2010, opera dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale in sinergia con il Sistema agenziale’ ha fatto emergere una situazione non certo rosea. Il suolo, insieme ad aria e acqua, e’ essenziale per l’esistenza delle specie viventi, in quanto svolge una serie di funzioni che lo pongono al centro degli equilibri ambientali. Tali funzioni possono essere compromesse sino alla loro totale inibizione da diversi fenomeni. In Italia, anche se non presenta la drammaticita’ di altre aree del pianeta, il fenomeno della desertificazione sta assumendo sempre piu’ evidenza in almeno cinque regioni (Sardegna, Sicilia, Basilicata, Puglia e Calabria) e segnali negativi provengono anche da altre aree nelle regioni centro-settentrionali. Tenendo conto che il concetto di desertificazione rappresenta il massimo degrado ambientale di un suolo, dall’applicazione dell’indice ESAI (Environmentally Sensitive Areas Index), ottenuta utilizzando la metodologia MEDALUS all’intero territorio nazionale, si evince che la Sicilia con circa il 70% della sua superficie regionale presenta un grado medio-alto di vulnerabilita’ ambientale, seguita da Molise (58%), Puglia (57%) e Basilicata (55%). Sei regioni presentano una percentuale di territorio compresa fra il 30% ed il 50%, per altre sette regioni (Calabria, Toscana, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Lombardia, Veneto e Piemonte) tale superficie territoriale si pone fra il 10 ed il 25%, mentre in tre regioni (Liguria, Valle d’Aosta e Trentino) le percentuali sono abbastanza contenute e comprese fra il 2% ed il 6%.

sabato 18 giugno 2011

Napoli come Parigi?

«Napoli sarà il primo comune italiano, dopo il referendum, a procedere verso la ripubblicizzazione dell'acqua». Il neoassessore ai Beni comuni, Alberto Lucarelli (tra gli estensori dei due quesiti sulle risorse idriche) si è presentato ieri in sala Giunta con la delibera approvata ad appena cinque giorni dallo spoglio delle schede. Nelle premesse si cita il Forum mondiale dell'acqua del 2006 con il richiamo alla «gestione partecipativa», gli utenti coinvolti «nella definizione delle politiche» e poi il Parlamento europeo: «La gestione delle risorse idriche non deve essere assoggettata alle norme di mercato interne». L'orizzonte dell'amministrazione diventa quello del Forum dei movimenti dell'acqua, e così l'Arin spa, ente in house del comune che gestisce il servizio idrico integrato, da società di capitali tornerà a essere soggetto giuridico di diritto pubblico «con le caratteristiche di azienda improntata a criteri di economicità, efficienza, trasparenza e partecipazione».
L'Arin era già un'azienda speciale, prima che l'innamoramento per il mercato diventasse una fede assoluta. Ma la novità sta nel punto che anticipa Lucarelli: «Introdurremo il modello pubblico che si sta seguendo anche a Parigi, i movimenti entreranno nella governance e anche nei comitati di controllo. Il percorso giuridico verrà costruito con il Forum dell'acqua» ma anche con la consultazione di esperti, a partire però dall'assunto che si tratta di un diritto umano universale, da sfruttare secondo i criteri di «solidarietà e nel rispetto degli equilibri ecologici». Consultazione e condivisione si struttureranno anche attraverso l'utilizzo del web. A dare maggior peso alle affermazioni la presenta in sala di padre Alex Zanotelli, come rappresentante dei comitati che in anni di lotte hanno costruito la vittoria referendaria, e dell'assessore Riccardo Realfonzo, a cui spetterà costruire il bilancio. Al tavolo anche il sindaco per introdurre altri aspetti legati al tema: apertura di almeno 10 beverini di acqua, refrigerata e addizionata di anidride carbonica, per disincentivarne l'acquisto in bottiglia, politica di riduzione dei bicchieri in plastica negli esercizi pubblici a favore di quelli in vetro.Niente bicchieri usa e getta, perché il problema più grande resta quello dei rifiuti. Il vicesindaco Tommaso Sodano è l'ultimo a prendere la parola, nella giornata in cui i parlamentari campani del Pdl hanno provato a fare la voce grossa contro la Lega, che si mette di traverso all'invio dei rifiuti napoletani in altre regioni. Ennesimo paradosso italiano: la regione preme per uscire dalla crisi con la costruzione di megatermovalorizzatori, mentre le amministrazioni venete preferiscono acquistare legname da bruciare nei loro impianti piuttosto che guadagnare con i rifiuti campani. Dal summit in prefettura è venuta fuori una lista di siti in cui sistemare momentaneamente la spazzatura per liberare gli impianti Stir di tritovagliatura e, passato il vento di Pontida, rimandare fuori i rifiuti. Per l'ultima volta, si spera: a breve verranno sbloccati da Palazzo Santa Lucia gli 8.250 milioni di euro per estendere entro 90 giorni la differenziata. La prossima settimana governo, regione e comune saranno a Bruxelles per cercare di sbloccare anche i 150 milioni di euro, fermi per la procedura di infrazione. Il governatore si presenterà con la sua idea sull'impiantistica e la necessità di altre discariche (quelle esistenti hanno appena 6 mesi di vita), l'assessore Sodano con idee opposte: niente sversatoi, differenziata spinta e impianti di compostaggio.Braccio operativo l'Asìa, municipalizzata addetta al servizio, al centro però di una nuova polemica a causa della riconferma come ad di Daniele Fortini, convinto inceneritorista. Dal comune rassicurano: sarà il garante solo della parte gestionale. Ma i movimenti ormai sui rifiuti hanno un know how che hanno imparato a mettere a valore anche da soli: «Al corso Vittorio Emanuele - spiega Gianni Morra - è già operativo un progetto costato 3 euro a famiglia per l'acquisto di una compostiera da 120 euro, che sta dando grandi risultati visto che il materiale conferito è circa il 40% dei rifiuti prodotti. Basta estendere questa buona pratica al maxi condominio della città di Napoli».

venerdì 17 giugno 2011

L'onda anomala dei refererendum per l'acqua pubblica!

Andrea Palladino L'onda anomala dell'acqua pubblica
Dalla prima rivolta internazionale contro le corporation al Forum di Corviale, cronaca di una svolta globale e locale costruita dal basso
C'è una data dimenticata dietro il successo straordinario, epocale, dei referendum sull'acqua. Febbraio 1997: sulla mailing list Forum international sur la globalisation appare un messaggio di uno studioso statunitense, Tony Clarke. E un documento allegato, che nel giro di pochi giorni inizia a circolare in decine di paesi, il Multilateral Agreement on Investment. Due mesi prima Martin Khor, direttore del Third World Network, Ong con base in Malesia, era riuscito a ottenere la bozza di quell'accordo sugli investimenti che l'Ocse stava segretamente preparando, che verrà da lì a poco conosciuto semplicemente come Mai. Khor aveva scansionato il documento per poterlo divulgare il più possibile, attraverso la rete internet. Fu un'esplosione, il vero annuncio del terzo millennio, la data di nascita del movimento mondiale contro la globalizzazione. E ieri in Italia, quattordici anni dopo, si celebrava la prima vittoria popolare di quell'onda lunga nuova, disobbediente, cresciuta fuori dalle segreterie di partito, reticolare, creativa e in grado di cambiare radicalmente la realtà, dal locale al globale.
L'opposizione al Multilateral Agreement on Investment fu in grado di bloccare quel primo tentativo di imporre le regole delle corporation, che si basavano sulla supremazia delle multinazionali rispetto agli stessi governi. Era solo la prima tappa, perché le grandi società dei servizi non abbandonarono mai quel progetto, cambiando semplicemente strategia dopo l'inaspettata opposizione internazionale della società civile. Lo spirito dell'accordo sugli investimenti dell'Ocse è subito dopo rientrato in pieno nelle grandi privatizzazioni dei beni comuni, dal Brasile al Sudafrica, dall'Inghilterra all'Italia. Dal 1997, però, il granellino di sabbia che aveva momentaneamente bloccato l'ingranaggio delle privatizzazioni si è moltiplicato all'infinito, si è mostrato a Seattle, e poi a Genova. Ha lasciato sui marciapiedi le prime vittime, come Carlo Giuliani, ha visto massacrare i più giovani nella scuola Diaz, nella macelleria che era solo un assaggio del massacro sociale che si preparava.
In Italia è dopo il 2001 che partono le grandi privatizzazioni dell'acqua. Un timing perfetto, scandito dai due governi Berlusconi e dalla timidezza del governo Prodi, quando l'ala liberista del Pd - composta dalla coppia Bassanini-Lanzillotta - abbracciò in pieno le teorie elaborate dall'Ocse qualche anno prima. Ma il granellino dei movimenti cresceva sotterraneo, nei territori, ampliava la propria forza attraverso le battaglie locali di Aprilia, di Arezzo, di Frosinone, della Campania, della Sicilia, dei Castelli Romani. Aggiungeva alla forza del movimento la crescita del consenso popolare, di fronte all'aberrazione della privatizzazione dell'acqua.
La tappa centrale del successo del referendum ha come scenario il lungo serpentone di Corviale, nella periferia estrema di Roma. Il Forum dei movimenti dell'acqua, nel 2006, aveva già raggiunto la maturità che serviva per iniziare a costruire il cammino durato cinque anni che è esploso ieri nelle urne. Dal 2003 aveva partecipato a un'altra campagna, stavolta europea, contro la direttiva che privatizzava i servizi pubblici, la famigerata Bolkestein.
Di quell'incontro a Corviale non rimane nessuna cronaca nelle principali testate nazionali. In fondo quel movimento che si occupava di acqua, che difendeva i beni comuni quando quelle parole erano considerate quasi tabù anche nel centrosinistra, che chiedeva l'uscita delle multinazionali dalla gestione dei servizi idrici, mentre l'ultimo governo di centrosinistra della capitale affidava tutto ad Acea, stringendo accordi segreti con i francesi di Suez, sembrava una cosa minuscola per gli opinionisti più accreditati.
Dal quel Forum di Corviale è poi uscita la pietra miliare del movimento per l'acqua pubblica, la legge di iniziativa popolare, presentata in Parlamento accompagnata da 450 mila firme, una cifra record. Ben pochi parlamentari, probabilmente, hanno mai letto quegli articoli, né tanto meno hanno cercato di discuterla. Non hanno capito che quelle migliaia di firme erano in realtà solo la prima pietra per la costruzione di un consenso che ieri ha sfiorato i 30 milioni di italiani, restituendo al paese la possibilità di decidere e di cambiare lo stato delle cose.Servirebbero migliaia di pagine per raccontare quello che in questi quattordici anni è accaduto. Serve soprattutto la mente sgombra dai rituali della politica decotta delle segreterie di partito. Il movimento che ha reso possibile il miracolo è l'incarnazione della metafora della Cattedrale e del Bazar, utilizzata anni or sono per descrivere la filosofia dell'open source. Le grandi realizzazioni medioevali avevano un architetto in grado di controllare anche il minimo movimento dell'ultimo scalpellino; un modello opposto a quello del Bazar, dove l'informazione è sempre condivisa e corre orizzontalmente, in una rete neurale di pari che abbatte ogni gerarchia. Così l'Italia che si è presentata ieri nelle urne è fatta di migliaia di granelli, di comitati in grado da soli di condurre battaglie senza sosta contro i giganti dell'acqua. L'esperienza, la conoscenza, lo studio dei contratti capestro, lo smascherare le strategie commerciali più immonde - come quella di staccare l'acqua con i vigilantes armati - sono l'immenso patrimonio condiviso, aperto, open source. Un modello che è stato in grado di coinvolgere città per città, municipio per municipio, quartiere per quartiere tutte quelle persone che avevano perso ogni speranza di cambiare. Per questo ieri si è celebrata una vittoria realmente e profondamente popolare, che ha un protagonista assoluto, il cambiamento non più arrestabile cresciuto dal basso. Così forte da superare lo sbarramento mediatico costruito quando ormai era troppo tardi, e in grado ora di proseguire - con ancora più forza - quella lotta di lunga durata per la riconquista dei beni comuni, per la ricostruzione di un futuro possibile e giusto.
-- Comitato Acqua Pubblica Velletri

giovedì 16 giugno 2011

Le guerre dell'acqua, perchè non se ne parla?

E' incredibile come sui conflitti sull'acqua vi sia il più completo oscurantismo. I conflitti posso essere di tipo diverso, bellico, diplomatico, atti di terrorismo telematico o di terrorismo vero e proprio, etc. Comunque sia essi non trovano mai spazio tra i titoli dei giornali. Abbiamo scovato un sito che contiene moltissimi dati relativamente alle risorse idriche. Il sito è www.worldwater.org . Una parte del sito è dedicata ai conflitti sull'acqua. ecco il link che ci porta in questa parte. Scopriremo che decine e decine di situazioni conflittuali si sono avute nel periodo successivo al 2000. Sappiamo che la risorsa è in crisi è necessaria tutelarla e proteggerla. Questo ruolo non può essere assunto da soggetti privati ma deve essere in capo a soggetti che abbiano un interesse forte nel preservare al meglio la risorsa per le future generazioni. Una gestione condivisa tra soggetti pubblici e cittadini come ci indica la Elinor Ostrom nel suo "Governare i beni comuni" se vogliamo porre un freno alla tragedia dei beni comuni. ( http://www.oilcrash.com/italia/tragedy.htm ) http://www.worldwater.org/conflict/list/

mercoledì 15 giugno 2011

Ed ora che fare?

WWF SU REFERENDUM ACQUA
“SUL FUTURO DELL’ACQUA SI RIPARTA DALLA LEGGE DI INIZIATIVA POPOLARE DEL 2007”
Il futuro sull’acqua lo scegliamo noi, tutti insieme. Dopo la vittoria sul referendum acqua, niente giochetti alle spalle dei cittadini. Il WWF si chiede che si riparta dalla proposta di legge di iniziativa popolare presentata nel 2007 dal movimento. La grande vittoria ai due referendum sull’acqua è una vittoria di tutte le italiane e di tutti gli italiani che sono stati messi nelle condizioni di esprimersi sulla gestione di un bene comune grazie all’azione di un ampio movimento di associazioni, comitati, realtà locali, sindacati.
Questo movimento, indipendente dai partiti, ha raccolto 1.400.000 firme per arrivare ai referendum ed ha fatto una campagna referendaria dal basso, con pochissimi fondi raccolti attraverso donazioni e sottoscrizioni, organizzando migliaia e migliaia di iniziative in tutti i comuni italiani.
I cittadini si sono recati alle urne ed hanno votato sì: in questo modo è stata bloccata la privatizzazione dell’acqua e si sono gettate le basi per far uscire dal mercato un bene indispensabile per tutti gli esseri viventi. Ma dal referendum è uscito anche un altro messaggio con forza: mai più fuori dalle scelte per l’acqua, si a una partecipazione basata sulla corretta informazione, sulla consultazione preventiva dei cittadini e sul loro coinvolgimento per il futuro dell’acqua.
Ora la volontà espressa dal popolo va rispettata concretamente e per questo si deve obbligatoriamente ripartire dalla legge di iniziativa popolare presentata nel 2007 dal Forum dei movimenti per l’acqua che è stata sottoscritta da 400.000 italiani e che una classe politica, sorda a quanto avviene fuori dal Palazzo, ha completamente e colpevolmente ignorato per tutti questi anni.
Roma 15 giugno, 2011