L’ INTELLIGENZA INQUINATA
La stragrande maggioranza degli italiani non si è accorta che mentre si disquisiva su grembiulini, guinzaglio al cane e voti in pagella, l’attuale governo, senza -sia chiaro- incontrare la benché minima opposizione, ha dato il via libera alla privatizzazione dell’acqua con l’articolo 23 bis del decreto legge 133/2008. Ciò significa che è stato sancito per legge che nel nostro paese l’acqua non è più un bene pubblico, ma una merce e che la gestione dei servizi idrici può quindi essere affidata a imprese/società pubbliche, miste, ma anche totalmente private, ad es. alle stesse multinazionali che controllano il mercato delle acque minerali. Da anni voci coraggiose, come quella di padre Alex Zanotelli, sostengono che la privatizzazione dell’acqua a livello mondiale causerà milioni di morte per sete nei paesi più poveri ed è l’acqua, ancor più del petrolio, l'oro bianco per cui si combatteranno le prossime guerre.
Comunque in Italia gli effetti della privatizzazione si erano già visti:
- in Toscana mentre il Comune di Arezzo primo in Italia a privatizzare il servizio idrico sta discutendo del ritorno ad una sua totale gestione pubblica, la “Publiacqua s.p.a.” ha aumentato il prezzo a carico dei cittadini, in seguito della riduzione dei consumi, al fine di mantenere lo stesso profitto
- nel Lazio “Acqualatina” (controllata da Veolia multinazionale francese) ha aumentato le tariffe del 300% e a chi protestava sono stati staccati i contatori…
Ma l’esproprio di Beni Comuni non si è limitato all’ acqua, il 30 dicembre nel silenzio politico delle festività e grazie alla complicità di tutte le forze politiche, presenti e non, in Parlamento, con la legge n. 210 del 30 dicembre 2008 (http://www.parlamento.it/parlam/leggi/08210l.htm)
pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n.2 del 3 gennaio 2009, sono stati riconfermati i vergognosi CIP6 agli inceneritori, con una spesa per i contribuenti valutabile in due miliardi di Euro l’anno.
Nel dl 172 all’articolo 9 (incentivi per la realizzazione degli inceneritori) vengono infatti confermati gli incentivi (“Cip6”) all’incenerimento per la parte non biodegradabile dei rifiuti e per le cosiddette “fonti assimilate”. Gli incentivi Cip6 vengono concessi a tutti gli impianti in costruzione o entrati in esercizio prima del 31 dicembre 2008. Vengono altresì confermati, in aggiunta, per una quota pari al 51%, gli incentivi sotto forma di “Certificati Verdi” a tutte le forme d’incenerimento (sia rifiuti tal quali, sia residui da raccolta differenziata che per il cosiddetto “combustibile da rifiuti”). Questo sia che si tratti di rifiuti non biodegradabili che biodegradabili. Anche questo nel più assordante silenzio dei media e nel più ampio e trasversale consenso di tutte le forze politiche.
Sarebbe utile che qualcuno ricordasse agli amministratori e ai politici che la comunità europea ha quantificato in modo molto preciso i costi dei danni all’ambiente ed alla salute derivanti da una qualunque fonte emissiva (costi esternalizzati http://www.externe.info/). Tali costi andrebbero pertanto sempre tenuti in considerazione per ogni insediamento produttivo/industriale. Anche se questi "costi" in Europa sono – al momento - valutati da 3 a 5 volte meno che negli USA, è importante che finalmente si riconosca – nei fatti - che una centrale elettrica, una discarica, un inceneritore, un cementificio, ecc. provocano danni, che hanno oltre ad un costo in termine di sofferenza, anche costi economici ben quantificabili.
Ecco alcuni esempi del macabro "tariffario":
Cancro (mortale o no): 2 milioni di €
Morte prematura: 1 milione di €
Valore di un anno di vita perso: 50mila euro
1 punto di quoziente intellettivo perso ( a causa del mercurio ): 10 mila €
A titolo di esemplificazione ricordo che lo studio di Coriano aveva evidenziato, fra le donne residenti almeno 5 anni nel raggio di 3.5 km dagli inceneritori, un eccesso di morti stimabile in oltre un centinaio di casi: i conti sono presto fatti, oltre 200 milioni di Euro, ma qual’è il prezzo in termini di sofferenza e lutto per un familiare deceduto per un cancro evitabile? Chi potrà mai risarcirli?
Sempre a titolo esemplificativo ancora più recentemente http://wmr.sagepub.com/cgi/content/abstract/26/2/147 sono stati calcolati i danni economici che la combustione dei rifiuti arreca alla salute delle popolazioni: questi costi variano da 4 a 21 Euro per ogni tonnellata di rifiuti combusta, a seconda che ci sia recupero o meno di energia e dell’ efficienza di tale recupero; quindi, ovviamente, i danni arrivano anche con i tanto decantati impianti a recupero energetico.
Si può facilmente calcolare che un inceneritore da 120.000 tonnellate comporterà, ogni anno, danni variabili da 480.000 a 2.520.000 Euro!
Che senso ha, in un momento di crisi economica così grave, in cui tutti noi paghiamo le conseguenze di una finanza mondiale che ha mostrato il suo vero volto bancarottiere, orientato solo alla ricerca illimitata di profitto, perseguire in scelte che comportano costi tanto intollerabil per le popolazioni? Come è possibile che anche quando esistono soluzioni semplici e concrete ai problemi mai, o quasi mai, esse vengano accolte? Incentivare il risparmio di energia, di acqua e di risorse in generale, puntare non sul carbone ma su fonti realmente rinnovabili quali solare ed eolico, riciclare e recuperare i rifiuti e non bruciarli, porterebbe certo meno profitti a multiutility, lobbies e multinazionali, ma certamente più salute e benessere a tutti noi. Comincio a pensare che il genere umano, in particolare chi ci governa, risenta dei gravi danni alle funzioni intellettive che l’inquinamento, specie da Piombo e Mercurio, provoca.
Suggerisco di stabilire dei nuovi "limiti di legge": richiedere l’analisi del quoziente intellettivo non solo agli amministratori e ai politici che perseverano in scelte scellerate, ma anche a chi continua a votarli.
Cordiali saluti
Dott.ssa Patrizia Gentilini
Medico Oncologo ed Ematologo
< Sii tu il cambiamento che vuoi vedere nel mondo.> < Prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono. Poi vinci.> Mahatma Gandhi "Nel tempo dell'inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario" G.ORWELL
domenica 29 marzo 2009
venerdì 27 marzo 2009
Acqua oltre il danno la beffa!
L’Africa ha sete, ma i pozzi costati milioni di dollari sono abbandonati
LIVORNO. Secondo un rapporto dell’International Institute for Environment and Development (Iied), centinaia di milioni di dollari sono andati sprecati in progetti destinati all’approvvigionamento idrico di zone rurali in Africa, un fallimento che ora minaccia diversi milioni di persone tra le più vulnerabili del pianeta. Il rapporto evidenzia che «decine di migliaia di pozzi e pompe nelle zone rurali sono andati in rovina, privando così di alimentazione idrica le comunità impoverite».Questo disastro si spiega con il fatto che donatori, governi, Organizzazioni non governative, dopo aver realizzato le infrastrutture non si sono poste il problema né della loro manutenzione, né di formare personale locale capace di intervenire in caso di guasti o difficoltà. Il rapporto non si limita alla denuncia di questo umanitarismo a tempo, ma fa una lista di 30 punti essenziali per migliorare il sistema di alimentazione idrica nelle zone rurali africane, compresa la tecnologia e la capacità locale di riparare e gestire i pozzi. L’autore del rapporto, Jamie Skinner, spiega che «La comunità dell’acqua si è spesso concentrata sulla costruzione di infrastrutture, piuttosto che sul loro mantenimento. Questo fatto obbliga le donne ed i bambini a portare l’acqua lungo grandi distanze, il che ha un serio impatto sulla loro salute e sulla loro educazione. Non è sufficiente scavare un buco nella terra. L´acqua ha bisogno di progetti di sostegno a lungo termine, esige la manutenzione e il coinvolgimento delle comunità locali. Senza questo, è come buttare via i soldi».Ogni anno in Africa si costruiscono decine di nuovi pozzi, forniti sia di pompe a motore che a mano, una gran parte di quelli realizzati negli anni passati sono ormai abbandonati ed in rovina. Secondo il rapporto, dei 52 pozzi realizzati dalla Caritas dagli anni ’80 nella regione di Kaolack, in Senegal, ne funzionano ancora 33. La Global Water Initiative, un progetto che coinvolge diverse Ong, ha scoperto che nel nord del Ghana il 58% dei punti “artificiali” di distribuzione di acqua realizzati deve essere ripristinato; nel Niger occidentale, su 43 pozzi 13 sono abbandonati, 18 funzionano più o meno tre giorni all’anno, 12 una decina di giorni. Skinner sottolinea che «Nell’Africa rurale, circa 50.000 punti di approvvigionamento sono stati mal utilizzati, il che rappresenta uno spreco tra i 215 e i 360 milioni di dollari. Sembra semplice e ovvio, ma va detto: c’è poco senso a perforare pozzi, se non c’è un sistema per mantenerli. Ogni giorno che un pozzo non fornisce acqua potabile, le persone sono obbligate a bere da stagni e fiumi sporchi, esponendosi alle malattie dell’acqua». Secondo il rapporto donatori, governi e Ong «devono rendersi conto che il finanziamento di infrastrutture è solo una parte della soluzione. Sono importanti anche migliori investimenti nella conoscenza tecnologica, nelle capacità di gestione e governo da parte delle comunità locali che le faccia diventare parte delle scelte e della manutenzione di tecnologie appropriate, capendo quanto sono disposte o in grado di pagare per il loro mantenimento, piuttosto che questo venga imposto loro da parte di estranei».
LIVORNO. Secondo un rapporto dell’International Institute for Environment and Development (Iied), centinaia di milioni di dollari sono andati sprecati in progetti destinati all’approvvigionamento idrico di zone rurali in Africa, un fallimento che ora minaccia diversi milioni di persone tra le più vulnerabili del pianeta. Il rapporto evidenzia che «decine di migliaia di pozzi e pompe nelle zone rurali sono andati in rovina, privando così di alimentazione idrica le comunità impoverite».Questo disastro si spiega con il fatto che donatori, governi, Organizzazioni non governative, dopo aver realizzato le infrastrutture non si sono poste il problema né della loro manutenzione, né di formare personale locale capace di intervenire in caso di guasti o difficoltà. Il rapporto non si limita alla denuncia di questo umanitarismo a tempo, ma fa una lista di 30 punti essenziali per migliorare il sistema di alimentazione idrica nelle zone rurali africane, compresa la tecnologia e la capacità locale di riparare e gestire i pozzi. L’autore del rapporto, Jamie Skinner, spiega che «La comunità dell’acqua si è spesso concentrata sulla costruzione di infrastrutture, piuttosto che sul loro mantenimento. Questo fatto obbliga le donne ed i bambini a portare l’acqua lungo grandi distanze, il che ha un serio impatto sulla loro salute e sulla loro educazione. Non è sufficiente scavare un buco nella terra. L´acqua ha bisogno di progetti di sostegno a lungo termine, esige la manutenzione e il coinvolgimento delle comunità locali. Senza questo, è come buttare via i soldi».Ogni anno in Africa si costruiscono decine di nuovi pozzi, forniti sia di pompe a motore che a mano, una gran parte di quelli realizzati negli anni passati sono ormai abbandonati ed in rovina. Secondo il rapporto, dei 52 pozzi realizzati dalla Caritas dagli anni ’80 nella regione di Kaolack, in Senegal, ne funzionano ancora 33. La Global Water Initiative, un progetto che coinvolge diverse Ong, ha scoperto che nel nord del Ghana il 58% dei punti “artificiali” di distribuzione di acqua realizzati deve essere ripristinato; nel Niger occidentale, su 43 pozzi 13 sono abbandonati, 18 funzionano più o meno tre giorni all’anno, 12 una decina di giorni. Skinner sottolinea che «Nell’Africa rurale, circa 50.000 punti di approvvigionamento sono stati mal utilizzati, il che rappresenta uno spreco tra i 215 e i 360 milioni di dollari. Sembra semplice e ovvio, ma va detto: c’è poco senso a perforare pozzi, se non c’è un sistema per mantenerli. Ogni giorno che un pozzo non fornisce acqua potabile, le persone sono obbligate a bere da stagni e fiumi sporchi, esponendosi alle malattie dell’acqua». Secondo il rapporto donatori, governi e Ong «devono rendersi conto che il finanziamento di infrastrutture è solo una parte della soluzione. Sono importanti anche migliori investimenti nella conoscenza tecnologica, nelle capacità di gestione e governo da parte delle comunità locali che le faccia diventare parte delle scelte e della manutenzione di tecnologie appropriate, capendo quanto sono disposte o in grado di pagare per il loro mantenimento, piuttosto che questo venga imposto loro da parte di estranei».
martedì 24 marzo 2009
L'ECONOMIA ECOLOGICA IN MARCIA !
L´economia ecologica in marcia nonostante il lunedì nero
di Alessandro Farulli
LIVORNO. Parafrasando una metafora di Naomi Klein, la scienza dell’economia ecologica ha aperto, grazie anche alla crisi, una “finestra” sui fondamentali dell’economia genericamente intesa, ma ancora in pochissimi l’hanno attraversata. E’ un dato oggettivo. La distanza tra la discussione e l’agire politico è ancora molto ampia, tanto che spesso parlare di riconversione del modello economico verso uno meno dissipatore di energia e di materia (un mantra che ai lettori di greenreport sarà probabilmente già venuto a noia) appare ai più un vero e proprio salto logico di fronte alla (ritenuta) più urgente crisi economica-finanziaria. L’economia ecologica non è più solo nelle segrete stanze di economisti illuminati o ambientalisti moderni, ma non può dirsi che abbia rovesciato le scrivanie dei cultori della crescita “a tutti i costi” e spento i monitor di Wall Street. Nelle stesse importanti e dirimenti azioni del presidente Obama, non mancano le contraddizioni tra green economy e rilancio dei consumi come è del tutto assente una politica di risparmio della materia che invece, nell’economia ecologia e più in generale nella scienza della sostenibilità, ha un ruolo ugualmente importante quale quello del risparmio di energia, essendo appunto che i flussi di materia e quelli di energia sono il metabolismo della nostra società industriale. Robert Costanza, economista ecologico e direttore del Gund institute for ecological economics all’Università del Vermont, anche pochi giorni fa in Nuova Zelanda ha ribadito che «I paesi sviluppati devono uscire dal modello di "crescita a tutti i costi"» e che «invece di misurare la crescita in termini puramente economici, utilizzando il prodotto interno lordo, dovrebbero quantificare i beni pubblici, come le energie rinnovabili e calcolare come negativi inquinamento e assistenza sanitaria». Costanza ha poi aggiunto che pensava che il mondo fosse “vicinissimo” al disastro ambientale, ma che se “cominciamo a svoltare… le nostre chance tendono a migliorare”. Già, cominciamo a svoltare, ma chi lo sta davvero facendo e come? Al di là dei saltuari attacchi al Pil, chi nel mondo lo ha abbandonato o semplicemente migliorato incrociandolo con la sostenibilità ambientale? Nessuno. La green economy, infatti, è vista non come l’unica economia possibile, ma come un altro ramo dell’economia da sviluppare per far ripartire la locomotiva. Il nodo per gli economisti (quelli che contano davvero) resta quello di (se va bene) rimettere in sesto le borse trovando il sistema di liberare le banche da questi famigerati “titoli tossici”. Oggi il segretario statunitense al Tesoro, Tim Geithner, ha annunciato un piano da 500 miliardi di dollari per affrontare questa situazione spiegando che «il sistema finanziario nel suo insieme lavora ancora contro la ripresa... Molte banche, ancora appesantite dai prestiti dovuti a decisioni sbagliate, si astengono dal fornire crediti». Il segretario al tesoro ha spiegato che l´amministrazione Obama ha messo a punto un nuovo «piano di investimenti pubblici-privati» che stanzierà fondi per fornire un mercato alle azioni e ai titoli tossici che sono stati emessi dalle banche negli ultimi anni. «Il programma di investimenti pubblici-privati», ha sottolineato Geithner, fornirà inizialmente 500 miliardi di dollari, con la possibilità di arrivare a mille miliardi, «cioè una parte sostanziale delle azioni legate all´immobiliare risalenti a prima delle recessione che al momento blocca il nostro sistema finanziario». Tutto giusto? Tutto sbagliato? Qui bisognerebbe essere degli economisti di chiara fama per dire qualcosa di sensato, quello che invece anche noi possiamo cogliere facilmente è che l’assillo non è certo affrontare la crisi ecologica. Se dagli Usa si arriva in Europa poco cambia da questo punto di vista, il modello economico nessuno lo sta riconvertendo. Le idee della Merkel in proposito ogni tanto vengono tirate fuori quasi come il coniglio dal cilindro e dopo la sorpresa dimenticate.Oggi ad esempio è un giorno sì, visto che Stavros Dimas, commissario europeo per l´Ambiente, in un intervento ad un seminario organizzato da Brookings Institution e Heinrich Boll Foundation a Washington, ha detto che «L´Unione europea e l´amministrazione Obama sono d´accordo sul fatto che la lotta ai cambiamenti climatici non debba essere rimandata dalla crisi economica. Invece, entrambi possiamo, come stiamo facendo, sconfiggere la crisi economica e quella climatica simultaneamente rendendo operative misure per rendere le nostre economie verdi». «Anche se i tempi sono brevi, è cruciale compiere un progresso immediato sulla legislazione nazionale entro Copenaghen per creare il necessario clima di fiducia. Il mondo là fuori sta osservando gli Stati Uniti perché dia l´esempio. Una leadership credibile si ottiene solo attraverso azioni concrete». Mentre per quanto riguarda l’Italia stendiamo un velo pietoso. Tutto sembra solo un dibattito culturale su statalismo, capitalismo, mercatismo e altri ismo che quando va bene incrociano il tema della sostenibilità sociale. Il quadro è chiaro, le fila di quelli che contestano questo modello di sviluppo si stanno serrando e Obama resta un faro, la strada e il gap tra la pratica della sostenibilità e l’azione di governo mondiale resta però enorme in una fase dove invece si dovrebbe correre come matti. Non c’è governance, non c’è formazione delle classi dirigenti dei partiti, non c’è massa critica. La sostenibilità è ancora altro per i più rispetto al contesto. Serve realismo e questo significa non farsi illusioni nel breve periodo e preparare al meglio il lungo. Programmare, lavorare con la crisi per scardinare le certezze negli economisti e nelle persone. Nessuna logica del tanto peggio, tanto meglio, mentre diventa vitale accendere tutte le lampadine possibili (naturalmente di basso consumo!) quando anche casualmente saltano fuori buone idee. Il G20 del due aprile a Londra, dunque, ci aiuterà a misurare la distanza tra le chiacchiere e le azioni.
di Alessandro Farulli
LIVORNO. Parafrasando una metafora di Naomi Klein, la scienza dell’economia ecologica ha aperto, grazie anche alla crisi, una “finestra” sui fondamentali dell’economia genericamente intesa, ma ancora in pochissimi l’hanno attraversata. E’ un dato oggettivo. La distanza tra la discussione e l’agire politico è ancora molto ampia, tanto che spesso parlare di riconversione del modello economico verso uno meno dissipatore di energia e di materia (un mantra che ai lettori di greenreport sarà probabilmente già venuto a noia) appare ai più un vero e proprio salto logico di fronte alla (ritenuta) più urgente crisi economica-finanziaria. L’economia ecologica non è più solo nelle segrete stanze di economisti illuminati o ambientalisti moderni, ma non può dirsi che abbia rovesciato le scrivanie dei cultori della crescita “a tutti i costi” e spento i monitor di Wall Street. Nelle stesse importanti e dirimenti azioni del presidente Obama, non mancano le contraddizioni tra green economy e rilancio dei consumi come è del tutto assente una politica di risparmio della materia che invece, nell’economia ecologia e più in generale nella scienza della sostenibilità, ha un ruolo ugualmente importante quale quello del risparmio di energia, essendo appunto che i flussi di materia e quelli di energia sono il metabolismo della nostra società industriale. Robert Costanza, economista ecologico e direttore del Gund institute for ecological economics all’Università del Vermont, anche pochi giorni fa in Nuova Zelanda ha ribadito che «I paesi sviluppati devono uscire dal modello di "crescita a tutti i costi"» e che «invece di misurare la crescita in termini puramente economici, utilizzando il prodotto interno lordo, dovrebbero quantificare i beni pubblici, come le energie rinnovabili e calcolare come negativi inquinamento e assistenza sanitaria». Costanza ha poi aggiunto che pensava che il mondo fosse “vicinissimo” al disastro ambientale, ma che se “cominciamo a svoltare… le nostre chance tendono a migliorare”. Già, cominciamo a svoltare, ma chi lo sta davvero facendo e come? Al di là dei saltuari attacchi al Pil, chi nel mondo lo ha abbandonato o semplicemente migliorato incrociandolo con la sostenibilità ambientale? Nessuno. La green economy, infatti, è vista non come l’unica economia possibile, ma come un altro ramo dell’economia da sviluppare per far ripartire la locomotiva. Il nodo per gli economisti (quelli che contano davvero) resta quello di (se va bene) rimettere in sesto le borse trovando il sistema di liberare le banche da questi famigerati “titoli tossici”. Oggi il segretario statunitense al Tesoro, Tim Geithner, ha annunciato un piano da 500 miliardi di dollari per affrontare questa situazione spiegando che «il sistema finanziario nel suo insieme lavora ancora contro la ripresa... Molte banche, ancora appesantite dai prestiti dovuti a decisioni sbagliate, si astengono dal fornire crediti». Il segretario al tesoro ha spiegato che l´amministrazione Obama ha messo a punto un nuovo «piano di investimenti pubblici-privati» che stanzierà fondi per fornire un mercato alle azioni e ai titoli tossici che sono stati emessi dalle banche negli ultimi anni. «Il programma di investimenti pubblici-privati», ha sottolineato Geithner, fornirà inizialmente 500 miliardi di dollari, con la possibilità di arrivare a mille miliardi, «cioè una parte sostanziale delle azioni legate all´immobiliare risalenti a prima delle recessione che al momento blocca il nostro sistema finanziario». Tutto giusto? Tutto sbagliato? Qui bisognerebbe essere degli economisti di chiara fama per dire qualcosa di sensato, quello che invece anche noi possiamo cogliere facilmente è che l’assillo non è certo affrontare la crisi ecologica. Se dagli Usa si arriva in Europa poco cambia da questo punto di vista, il modello economico nessuno lo sta riconvertendo. Le idee della Merkel in proposito ogni tanto vengono tirate fuori quasi come il coniglio dal cilindro e dopo la sorpresa dimenticate.Oggi ad esempio è un giorno sì, visto che Stavros Dimas, commissario europeo per l´Ambiente, in un intervento ad un seminario organizzato da Brookings Institution e Heinrich Boll Foundation a Washington, ha detto che «L´Unione europea e l´amministrazione Obama sono d´accordo sul fatto che la lotta ai cambiamenti climatici non debba essere rimandata dalla crisi economica. Invece, entrambi possiamo, come stiamo facendo, sconfiggere la crisi economica e quella climatica simultaneamente rendendo operative misure per rendere le nostre economie verdi». «Anche se i tempi sono brevi, è cruciale compiere un progresso immediato sulla legislazione nazionale entro Copenaghen per creare il necessario clima di fiducia. Il mondo là fuori sta osservando gli Stati Uniti perché dia l´esempio. Una leadership credibile si ottiene solo attraverso azioni concrete». Mentre per quanto riguarda l’Italia stendiamo un velo pietoso. Tutto sembra solo un dibattito culturale su statalismo, capitalismo, mercatismo e altri ismo che quando va bene incrociano il tema della sostenibilità sociale. Il quadro è chiaro, le fila di quelli che contestano questo modello di sviluppo si stanno serrando e Obama resta un faro, la strada e il gap tra la pratica della sostenibilità e l’azione di governo mondiale resta però enorme in una fase dove invece si dovrebbe correre come matti. Non c’è governance, non c’è formazione delle classi dirigenti dei partiti, non c’è massa critica. La sostenibilità è ancora altro per i più rispetto al contesto. Serve realismo e questo significa non farsi illusioni nel breve periodo e preparare al meglio il lungo. Programmare, lavorare con la crisi per scardinare le certezze negli economisti e nelle persone. Nessuna logica del tanto peggio, tanto meglio, mentre diventa vitale accendere tutte le lampadine possibili (naturalmente di basso consumo!) quando anche casualmente saltano fuori buone idee. Il G20 del due aprile a Londra, dunque, ci aiuterà a misurare la distanza tra le chiacchiere e le azioni.
Vittoria dei movimenti per l'acqua ad Istanbul!
Giornata mondiale dell'acqua a Istanbul:
la vittoria dei movimenti
22 Marzo, giornata mondiale dell'acqua. Dal Forum Alternativo dell'acqua di Istanbul, il messaggio del movimento internazionale in difesa dellacqua: abbiamo vinto!
E poco fuori la città, in 100mila festeggiano il Newroz kurdo, con la partecipazione di una delegazione italiana.
“Non importa quello che succederà oggi, ultimo giorno del Quinto Forum Mondiale dell’Acqua. Abbiamo detto chiaramente in faccia a questi signori che il Forum è illegittimo, indemocratico, scorretto. Sono imbarazzati, disorganizzati, confusi. Qualsiasi cosa accada oggi, noi abbiamo vinto”.
E’ Maude Barlow che parla. La rappresentante dell’Onu, e attivista per la difesa dell’acqua, ha tenuto ieri un incontro con i movimenti provenienti da ogni parte del mondo, riuniti ad Istanbul per il Forum Alternativo dell’Acqua.
Attraverso le tante figure – istituzionali e non – che per tutta la settimana hanno partecipato ai lavori del vertice mondiale dissentendo fortemente dai contenuti e dall’impostazione, e partecipando contemporaneamente e in maniera costruttiva alle iniziative del Forum alternativo, il movimento globale per l’acqua pubblica e come diritto umano, può dire di aver registrato una grande vittoria.
Anche il Ministro dell’Acqua boliviano, Renè Orellana, presente agli incontri del Controforum con una delegazione, ha sottolineato quanto siano profonde le divisioni fra gli stati partecipanti al Forum ufficiale.
Sono emerse le contraddizioni di un incontro che per anni è riuscito a sostenere l’ambiguità del Consiglio Mondiale dell’Acqua, organismo privato strettamente connesso alla Banca Mondiale e alle multinazionali dell’acqua.
E la forza di un movimento mondiale che ha saputo farsi ascoltare.
“Abbiamo fatto grandi passi in avanti – ha continuato Maude Barlow – stiamo andando tutti verso la stessa direzione. Grazie per la lotta fatta. Grazie ai movimenti latinoamericani che per primi l’hanno cominciata. Andiamo avanti assieme. Questa settimana è stata storica”.
Il Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, da Istanbul, invia questo messaggio di forza e di speranza a tutti i territori in lotta, che oggi festeggiano questo storico 22 marzo 2009.
In contemporanea al controfurm, che in questi giorni ha ospitato più volte delegazioni di parlamentari curdi, ieri è stata anche la giornata del Newroz. Alla festa per eccellenza della popolazione curda, vicino ad Istanbul hanno partecipato oltre 100.000 persone. Era presente anche una delegazione italiana, che ha affisso il proprio striscione sotto il palco principale in difesa della Vallata di Hasankayef, in segno di solidarietà e in appoggio alla lotta contro la costruzione delle dighe in Turchia, in particolare la diga di Llisu, nel Kurdistan turco.
FORUM ITALIANO DEI MOVIMENTI PER L’ACQUA
la vittoria dei movimenti
22 Marzo, giornata mondiale dell'acqua. Dal Forum Alternativo dell'acqua di Istanbul, il messaggio del movimento internazionale in difesa dellacqua: abbiamo vinto!
E poco fuori la città, in 100mila festeggiano il Newroz kurdo, con la partecipazione di una delegazione italiana.
“Non importa quello che succederà oggi, ultimo giorno del Quinto Forum Mondiale dell’Acqua. Abbiamo detto chiaramente in faccia a questi signori che il Forum è illegittimo, indemocratico, scorretto. Sono imbarazzati, disorganizzati, confusi. Qualsiasi cosa accada oggi, noi abbiamo vinto”.
E’ Maude Barlow che parla. La rappresentante dell’Onu, e attivista per la difesa dell’acqua, ha tenuto ieri un incontro con i movimenti provenienti da ogni parte del mondo, riuniti ad Istanbul per il Forum Alternativo dell’Acqua.
Attraverso le tante figure – istituzionali e non – che per tutta la settimana hanno partecipato ai lavori del vertice mondiale dissentendo fortemente dai contenuti e dall’impostazione, e partecipando contemporaneamente e in maniera costruttiva alle iniziative del Forum alternativo, il movimento globale per l’acqua pubblica e come diritto umano, può dire di aver registrato una grande vittoria.
Anche il Ministro dell’Acqua boliviano, Renè Orellana, presente agli incontri del Controforum con una delegazione, ha sottolineato quanto siano profonde le divisioni fra gli stati partecipanti al Forum ufficiale.
Sono emerse le contraddizioni di un incontro che per anni è riuscito a sostenere l’ambiguità del Consiglio Mondiale dell’Acqua, organismo privato strettamente connesso alla Banca Mondiale e alle multinazionali dell’acqua.
E la forza di un movimento mondiale che ha saputo farsi ascoltare.
“Abbiamo fatto grandi passi in avanti – ha continuato Maude Barlow – stiamo andando tutti verso la stessa direzione. Grazie per la lotta fatta. Grazie ai movimenti latinoamericani che per primi l’hanno cominciata. Andiamo avanti assieme. Questa settimana è stata storica”.
Il Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, da Istanbul, invia questo messaggio di forza e di speranza a tutti i territori in lotta, che oggi festeggiano questo storico 22 marzo 2009.
In contemporanea al controfurm, che in questi giorni ha ospitato più volte delegazioni di parlamentari curdi, ieri è stata anche la giornata del Newroz. Alla festa per eccellenza della popolazione curda, vicino ad Istanbul hanno partecipato oltre 100.000 persone. Era presente anche una delegazione italiana, che ha affisso il proprio striscione sotto il palco principale in difesa della Vallata di Hasankayef, in segno di solidarietà e in appoggio alla lotta contro la costruzione delle dighe in Turchia, in particolare la diga di Llisu, nel Kurdistan turco.
FORUM ITALIANO DEI MOVIMENTI PER L’ACQUA
Acqua come Diritto ad Istanbul non c'è l'accordo!
L'acqua un diritto? Non c'è accordo. E' solo "un bisogno fondamentale"ROMA - Secondo l'ultimo rapporto delle Nazioni Unite, dal 2030 metà della popolazione mondiale potrebbe essere al di sotto della soglia minima rispetto al fabbisogno giornaliero di acqua. Una ragione in più per dare valore alla Giornata mondiale dell'acqua, istituita dall'Onu nel 1992, all'interno delle direttive dell'agenda 21, risultato della conferenza di Rio de Janeiro. Ma a Istanbul, dove si è concluso oggi il World Water Forum, i rappresentanti degli Stati non sono riusciti a raggiungere un accordo su un documento comune. In tanti chiedevano che si affermasse un "diritto all'acqua". Ma la dichiarazione finale è più generica: si afferma che l'accesso all'acqua è un bisogno fondamentale umano. Il testo del documento enumera un certo numero di impegni per meglio gestire la richiesta di acqua e per favorire l'accesso ai servizi igienico-sanitari di cui 2,5 miliardi di persone sono ancora del tutto prive, o ancora lottare contro l'inquinamento dei corsi d'acqua, come delle falde del sottosuolo. "E' un documento importante - conclude il ministro turco dell'Ambiente Veysel Eroglu - che servirà da riferimento a livello governativo". Il quinto Forum mondiale sull'acqua, meeting a cadenza triennale, ha portato nella città turca oltre 30 mila congressisti, insieme a una ventina di capi di Stato e circa 180 ministri dell'Ambiente. Fuori dalle stanze dove i potenti hanno discusso c'erano i non invitati: le associazioni ambientaliste e i gruppi d'interesse che si battono contro la 'mercificazione' dell'acqua e hanno trovato un modo per farsi ascoltare attraverso un forum alternativo e varie iniziative. "La mancanza d'intervento sulle questioni che riguardano l'acqua non è un'opzione. L'acqua è una risorsa naturale limitata che può unire o dividere le comunità, è anche essenziale per garantire i diritti dei bambini", ha detto Clarissa Brocklehurst, referente Unicef per acqua, servizi sanitari e igiene. Secondo il presidente dell'Unicef Italia Vincenzo Spadafora la buona notizia è che "l'87% della popolazione mondiale, circa 5,7 miliardi di persone, sta oggi utilizzando acqua potabile proveniente da fonti migliorate". Ma, "al mondo più di 125 milioni di bambini sotto i cinque anni vivono in famiglie senza accesso a acqua potabile". Un numero maggiore è "senza servizi igienici, un totale di 2,5 miliardi di persone nel mondo". Secondo i dati dell'Onu, più di un miliardo e 200 milioni di persone non hanno accesso sufficiente alle fonti di acqua pulita e quasi altri due miliardi di esseri umani vivono senza servizi igienici. E la situazione è solo destinata a peggiorare se non si prenderanno provvedimenti rapidi, se è vero che, come stima l'Ocse, entro il 2030 saranno 3,9 miliardi le persone che vivranno in grave carenza di acqua e per la metà del secolo, quando si passerà dagli attuali sei miliardi e mezzo di abitanti a nove, questo problema riguarderà quasi la metà della popolazione mondiale, per lo più in Cina e nel sud dell'Asia. E mentre il tempo corre e il riscaldamento globale altera le sorgenti mondiali, c'è sempre più bisogno di agire in fretta, altrimenti il rischio è di veder sparire il futuro in un piccolo rivolo d'acqua tra le sabbie di un arido deserto. Un ulteriore allarme è stato lanciato oggi dalla Coldiretti, nel corso del "G8 Farmers Meeting" organizzato proprio in occasione della Giornata dell'acqua: nonostante un aumento della domanda di cibo dell'1,5% l'anno, un quarto della produzione alimentare mondiale potrebbe andar perso entro il 2050, proprio per l'impatto combinato del cambiamento climatico, il degrado dei suoli, la scarsità di acqua e le specie infestanti. "Di fronte alla crisi e ai cambiamenti climatici, se si vuole continuare a sfamare una popolazione che aumenta vertiginosamente, alle agricolture di tutto il mondo - sottolinea la Coldiretti - devono essere garantiti credito ed investimenti adeguati, anche per la raccolta e distribuzione dell'acqua, si devono applicare regole chiare per evitare che sul cibo si inneschino speculazioni vergognose e occorre garantire trasparenza e informazione ai consumatori sui prezzi e sulle caratteristiche degli alimenti".
giovedì 19 marzo 2009
Approvata delibera per Acqua Bene Comune a Prevalle
Oggetto: Ordine del giorno su “Acqua: bene pubblico e servizio idrico come servizio pubblico locale”
PREMESSO CHE
a) L'acqua rappresenta una fonte di vita insostituibile per gli ecosistemi, dalla cui disponibilità dipende il futuro degli esseri viventi.
b) L'acqua costituisce, pertanto, un bene comune dell'umanità, un bene comune universale, un bene comune pubblico, quindi indisponibile, che appartiene a tutti
c) Il diritto all'acqua è un diritto inalienabile: l'acqua non può essere proprietà di nessuno, bensì un bene condiviso equamente da tutti e l’accesso all’acqua deve essere garantito a tutti come pubblico servizio.
d) L'accesso all'acqua, già alla luce dell’attuale nuovo quadro legislativo, e sempre più in prospettiva, se non affrontato democraticamente, secondo principi di equità, giustizia e rispetto per l'ambiente, rappresenta:
q una causa scatenante di tensione e conflitti all'interno della comunità internazionale;
q una vera emergenza democratica e un terreno obbligato per autentici percorsi di pace sia a livello locale sia a livello nazionale e internazionale.
SOTTOLINEATO CHE
su questa base il Comune di Prevalle ha da tempo intrapreso un percorso di condivisione, e adesione, con forza e convinzione, ad iniziative volte alla tutela, al governo e alla gestione pubblica delle acque e alle disposizioni per la ripubblicizzazione del servizio idrico;
IL CONSIGLIO COMUNALE DI PREVALLE S'IMPEGNA A:
1) riconoscere anche nel proprio Statuto Comunale, in occasione di una prossima revisione o integrazione dello stesso, il richiamo al riconoscimento dell’acqua quale patrimonio dell’umanità da tutelare in quanto risorsa esauribile di alto valore ambientale, culturale ed economico, al riconoscimento dell’acqua quale diritto umano, individuale e collettivo e all’affermazione che la gestione del servizio idrico debba essere pubblica.
2) promuovere nel proprio territorio una cultura di salvaguardia della risorsa idrica e di iniziativa per garantire il controllo pubblico del Servizio Idrico anche attraverso le seguenti azioni:
a) informazione della cittadinanza sugli aspetti che riguardano l'acqua sul nostro territorio, sia ambientali che gestionali;
b) contrasto al crescente uso delle acque minerali e promozione dell'uso dell'acqua proveniente dall'acquedotto per ogni uso idropotabile, a cominciare dagli uffici e dalle strutture pubbliche;
c) promozione di informazione e sensibilizzazione sul Risparmio Idrico,
d) promozione, attraverso l'informazione, incentivi e la modulazione delle tariffe, della riduzione dei consumi in eccesso;
e) informazione puntuale della cittadinanza sulla qualità dell’acqua con pubblicazione delle analisi chimiche e biologiche eseguite;
3) destinare una somma, da valutare ogni volta a seconda delle possibilità e risorse di bilancio, per interventi per la costruzione di pozzi o strutture per la distribuzione dell’acqua, attraverso la cooperazione internazionale, in Paesi sprovvisti o gravemente carenti di possibilità di accesso all’acqua.
Prevalle, 18 marzo 2009
PREMESSO CHE
a) L'acqua rappresenta una fonte di vita insostituibile per gli ecosistemi, dalla cui disponibilità dipende il futuro degli esseri viventi.
b) L'acqua costituisce, pertanto, un bene comune dell'umanità, un bene comune universale, un bene comune pubblico, quindi indisponibile, che appartiene a tutti
c) Il diritto all'acqua è un diritto inalienabile: l'acqua non può essere proprietà di nessuno, bensì un bene condiviso equamente da tutti e l’accesso all’acqua deve essere garantito a tutti come pubblico servizio.
d) L'accesso all'acqua, già alla luce dell’attuale nuovo quadro legislativo, e sempre più in prospettiva, se non affrontato democraticamente, secondo principi di equità, giustizia e rispetto per l'ambiente, rappresenta:
q una causa scatenante di tensione e conflitti all'interno della comunità internazionale;
q una vera emergenza democratica e un terreno obbligato per autentici percorsi di pace sia a livello locale sia a livello nazionale e internazionale.
SOTTOLINEATO CHE
su questa base il Comune di Prevalle ha da tempo intrapreso un percorso di condivisione, e adesione, con forza e convinzione, ad iniziative volte alla tutela, al governo e alla gestione pubblica delle acque e alle disposizioni per la ripubblicizzazione del servizio idrico;
IL CONSIGLIO COMUNALE DI PREVALLE S'IMPEGNA A:
1) riconoscere anche nel proprio Statuto Comunale, in occasione di una prossima revisione o integrazione dello stesso, il richiamo al riconoscimento dell’acqua quale patrimonio dell’umanità da tutelare in quanto risorsa esauribile di alto valore ambientale, culturale ed economico, al riconoscimento dell’acqua quale diritto umano, individuale e collettivo e all’affermazione che la gestione del servizio idrico debba essere pubblica.
2) promuovere nel proprio territorio una cultura di salvaguardia della risorsa idrica e di iniziativa per garantire il controllo pubblico del Servizio Idrico anche attraverso le seguenti azioni:
a) informazione della cittadinanza sugli aspetti che riguardano l'acqua sul nostro territorio, sia ambientali che gestionali;
b) contrasto al crescente uso delle acque minerali e promozione dell'uso dell'acqua proveniente dall'acquedotto per ogni uso idropotabile, a cominciare dagli uffici e dalle strutture pubbliche;
c) promozione di informazione e sensibilizzazione sul Risparmio Idrico,
d) promozione, attraverso l'informazione, incentivi e la modulazione delle tariffe, della riduzione dei consumi in eccesso;
e) informazione puntuale della cittadinanza sulla qualità dell’acqua con pubblicazione delle analisi chimiche e biologiche eseguite;
3) destinare una somma, da valutare ogni volta a seconda delle possibilità e risorse di bilancio, per interventi per la costruzione di pozzi o strutture per la distribuzione dell’acqua, attraverso la cooperazione internazionale, in Paesi sprovvisti o gravemente carenti di possibilità di accesso all’acqua.
Prevalle, 18 marzo 2009
mercoledì 18 marzo 2009
Intervista a Roberto Fumagalli sulla ripubliccizazzione delle Risorse Idriche.
Vittorio Bonanni
Il “Contratto mondiale per l’acqua” è un’organizzazione internazionale che si batte contro la privatizzazione di uno dei beni essenziali per la sopravvivenza di uomini, donne e di tutti gli esseri viventi. Roberto Fumagalli, classe 1964, è un esponente di spicco della sezione italiana del Contratto. Ha partecipato lo scorso fine settimana al seminario organizzato dal Prc sull’ambiente tenuto a Riccione. Lo abbiamo intervistato per capire che sta succedendo in Italia su questa tematica. «In questi ultimi due anni - dice Fumagalli - si è passati da un impegno da parte del movimento, esteso anche ai partiti e alle varie forme rappresentative della società civile, verso la ripubblicizzazione ad una lotta, oggi, contro la privatizzazione ».
Un arretramento dunque. Che cosa è successo nel frattempo? Partirei da due scenari diversi. Il primo lo farei durare fino all’autunno 2007, in pieno governo Prodi. Che cosa si era riusciti ad ottenere fino ad allora? Nonostante il disegno di legge Lanzillotta, che definiva la liberalizzazione di tutti i servizi pubblici locali, si era riusciti almeno a portar fuori l’acqua da questa ondata di privatizzazioni. Nel frattempo, in maniera molto forte, estesa e trasversale su tutto il territorio italiano, nel 2007 si era riusciti a raccogliere le quattrocentomila firme a sostegno della legge di iniziativa popolare, che era arrivata, dopo la consegna nelle mani del Presidente della Camera, all’inizio della discussione in Commissione ambiente. Poi, come sappiamo, il percorso si è interrotto. Non erano tuttavia tutte rose e fiori, perché nel frattempo si stavano notando quelli che erano gli effetti delle privatizzazioni in Toscana e Lazio, con esempi quali Arezzo e Aprilia, dove le tariffe aumentarono di quattro volte tanto, tre euro e mezzo al metro cubo contro nemmeno un euro dove l’acqua non era stata privatizzata. Nell’ultimo periodo, siamo sempre nel 2007, Veltroni, nella sua funzione di sindaco ma anche di azionista di maggioranza di Acea, stipulava un accordo con i sindaci delle principali città della Toscana per costituire un unico Ato (Ambiti Territoriali Ottimali, un’aggregazione di comuni con il compito di governare il servizio idrico, ndr) in questa regione da consegnare direttamente nelle mani della più grande lobby della
privatizzazione dei servizi idrici in Italia che è appunto l’Acea. E questo nonostante nello stesso periodo l’antitrust comminasse quella multa milionaria ad Acea e a Suez, la più grande multinazionale nel mondo di gestione dei servizi idrici, avendo loro costituito un cartello che aveva il compito di “inquinare” - più o meno l’antitrust usava questi termini - tutti gli affidamenti dei servizi idrici, partendo dalla Toscana e, in maniera estesa, in tutta Italia. In che misura, questo quadro, già preoccupante, è mutato con l’arrivo della destra al governo? Si è partiti, subito dopo l’insediamento di questo esecutivo, con una prima azione, forse passata un po’ sotto tono, ovvero un’inchiesta da parte di una non meglio conosciuta “autorità per i contratti e i servizi pubblici”, che metteva in discussione i 64 affidamenti in house, cioè diretti a società totalmente pubbliche, da parte di altrettanti Ato italiani. Diciamo che era la prima forma di messa in discussione del percorso pubblico. Sappiamo anche che la formula “Spa in house” non è il massimo. Il movimento chiede altro, chiede l’ente di diritto pubblico, quindi le aziende speciali o i consorzi come forma migliore per la gestione del servizio idrico. E’ chiaro invece che la Spa risponde a criteri privatistici, ed è dunque un po’ un ibrido tra il diritto privato e quello pubblico. E’ stata la prima forma di aggressione da parte di questo governo alle gestioni pubbliche. Per quale ragione hanno messo in atto questa politica?Si è visto qualche mese dopo. Quando il Parlamento, questa volta in maniera unanime, ha votato il famigerato articolo 23 bis della legge 133. Per la quale i servizi pubblici locali, e dunque non solo l’acqua ma anche i trasporti, l’energia, il gas e quant’altro, sono beni di rilevanza economica. Per la prima volta in Italia in una legge, il titolo dell’articolo 23 bis è proprio questo, si parla di servizi pubblici locali appunto di rilevanza economica. E’ di questi giorni la bozza di regolamento applicativo dell’articolo 23 bis che attesta ancora una volta quanto aveva già votato il Parlamento in maniera unanime nell’agosto 2008, e cioè che la forma normale di gestione del servizio idrico deve avvenire tramite la gara. E quindi con la privatizzazione. Con in più un’altra cosa: rientrano dalla finestra, dopo esserne uscite dalla porta, società miste quotate in borsa. Evidentemente la lobby di Federutility, che riunisce le principali aziende ormai pubbliche quotate in borsa, come Acea, è riuscita a far inserire in quella che oggi è solo una bozza in discussione di regolamento applicativo dell’articolo 23 bis, il fatto che loro otterranno un salvacondotto per poter continuare le gestioni e quindi non andranno a gara. A gara, paradossalmente, ci dovranno andare solo le gestioni totalmente pubbliche. Un vero paradosso, appunto anche perché la normativa comunitaria ti dà due opportunità di scelta: o il mercato, quindi la totale liberalizzazione secondo i princìpi della concorrenza e dunque la gara europea; oppure il mantenimento della gestione pubblica, e questo non è mercato, e si può fare tramite l’affidamento ad enti di diritto pubblico o società in house. Non rientrano in queste definizioni le società miste e in Italia, con il regolamento che si sta discutendo adesso, e che si spera non verrà approvato, si fanno rientrare - ripeto dalla finestra - quelle società miste create in borsa, dandogli un apposito salvacondotto. Questo perché sono le lobby a decidere anche le normative. Il tutto è costruito ad uso e consumo di chi, già oggi, gestisce in maniera privatistica e se vogliamo utilitaristica rispetto al loro interesse economico i servizi pubblici. Sono tutti negativi gli scenari in Italia a riguardo? C’è, malgrado tutto, qualche segnale positivo. Tra questi l’inizio della discussione parlamentare, sempre in Commissione ambiente, della legge di iniziativa popolare. A fatica, perché a fatica si è trovato un relatore e chi ha voglia di portare avanti questa battaglia. Poi il nuovo assessore napoletano che ha fatto delle aperture ad una gestione pubblica del servizio; il ricorso di tre regioni, Liguria, Piemonte ed Emilia Romagna, contro l’articolo 23 bis; la lotta dei sindaci siciliani contro le gare e in Lombardia la battaglia vittoriosa di 144 comuni che, tramite un’azione di richiesta di referendum, sono riusciti, il 27 gennaio, a far cancellare quelle parti della legge regionale che anticipavano a livello lombardo lo stesso articolo 23 bis, cioè la totale liberalizzazione e l’obbligo di gara. Una sfida dunque per i movimenti e per quegli enti locali più vicini ai cittadini e più attenti alla gestione vera del servizio pubblico locale.
Il “Contratto mondiale per l’acqua” è un’organizzazione internazionale che si batte contro la privatizzazione di uno dei beni essenziali per la sopravvivenza di uomini, donne e di tutti gli esseri viventi. Roberto Fumagalli, classe 1964, è un esponente di spicco della sezione italiana del Contratto. Ha partecipato lo scorso fine settimana al seminario organizzato dal Prc sull’ambiente tenuto a Riccione. Lo abbiamo intervistato per capire che sta succedendo in Italia su questa tematica. «In questi ultimi due anni - dice Fumagalli - si è passati da un impegno da parte del movimento, esteso anche ai partiti e alle varie forme rappresentative della società civile, verso la ripubblicizzazione ad una lotta, oggi, contro la privatizzazione ».
Un arretramento dunque. Che cosa è successo nel frattempo? Partirei da due scenari diversi. Il primo lo farei durare fino all’autunno 2007, in pieno governo Prodi. Che cosa si era riusciti ad ottenere fino ad allora? Nonostante il disegno di legge Lanzillotta, che definiva la liberalizzazione di tutti i servizi pubblici locali, si era riusciti almeno a portar fuori l’acqua da questa ondata di privatizzazioni. Nel frattempo, in maniera molto forte, estesa e trasversale su tutto il territorio italiano, nel 2007 si era riusciti a raccogliere le quattrocentomila firme a sostegno della legge di iniziativa popolare, che era arrivata, dopo la consegna nelle mani del Presidente della Camera, all’inizio della discussione in Commissione ambiente. Poi, come sappiamo, il percorso si è interrotto. Non erano tuttavia tutte rose e fiori, perché nel frattempo si stavano notando quelli che erano gli effetti delle privatizzazioni in Toscana e Lazio, con esempi quali Arezzo e Aprilia, dove le tariffe aumentarono di quattro volte tanto, tre euro e mezzo al metro cubo contro nemmeno un euro dove l’acqua non era stata privatizzata. Nell’ultimo periodo, siamo sempre nel 2007, Veltroni, nella sua funzione di sindaco ma anche di azionista di maggioranza di Acea, stipulava un accordo con i sindaci delle principali città della Toscana per costituire un unico Ato (Ambiti Territoriali Ottimali, un’aggregazione di comuni con il compito di governare il servizio idrico, ndr) in questa regione da consegnare direttamente nelle mani della più grande lobby della
privatizzazione dei servizi idrici in Italia che è appunto l’Acea. E questo nonostante nello stesso periodo l’antitrust comminasse quella multa milionaria ad Acea e a Suez, la più grande multinazionale nel mondo di gestione dei servizi idrici, avendo loro costituito un cartello che aveva il compito di “inquinare” - più o meno l’antitrust usava questi termini - tutti gli affidamenti dei servizi idrici, partendo dalla Toscana e, in maniera estesa, in tutta Italia. In che misura, questo quadro, già preoccupante, è mutato con l’arrivo della destra al governo? Si è partiti, subito dopo l’insediamento di questo esecutivo, con una prima azione, forse passata un po’ sotto tono, ovvero un’inchiesta da parte di una non meglio conosciuta “autorità per i contratti e i servizi pubblici”, che metteva in discussione i 64 affidamenti in house, cioè diretti a società totalmente pubbliche, da parte di altrettanti Ato italiani. Diciamo che era la prima forma di messa in discussione del percorso pubblico. Sappiamo anche che la formula “Spa in house” non è il massimo. Il movimento chiede altro, chiede l’ente di diritto pubblico, quindi le aziende speciali o i consorzi come forma migliore per la gestione del servizio idrico. E’ chiaro invece che la Spa risponde a criteri privatistici, ed è dunque un po’ un ibrido tra il diritto privato e quello pubblico. E’ stata la prima forma di aggressione da parte di questo governo alle gestioni pubbliche. Per quale ragione hanno messo in atto questa politica?Si è visto qualche mese dopo. Quando il Parlamento, questa volta in maniera unanime, ha votato il famigerato articolo 23 bis della legge 133. Per la quale i servizi pubblici locali, e dunque non solo l’acqua ma anche i trasporti, l’energia, il gas e quant’altro, sono beni di rilevanza economica. Per la prima volta in Italia in una legge, il titolo dell’articolo 23 bis è proprio questo, si parla di servizi pubblici locali appunto di rilevanza economica. E’ di questi giorni la bozza di regolamento applicativo dell’articolo 23 bis che attesta ancora una volta quanto aveva già votato il Parlamento in maniera unanime nell’agosto 2008, e cioè che la forma normale di gestione del servizio idrico deve avvenire tramite la gara. E quindi con la privatizzazione. Con in più un’altra cosa: rientrano dalla finestra, dopo esserne uscite dalla porta, società miste quotate in borsa. Evidentemente la lobby di Federutility, che riunisce le principali aziende ormai pubbliche quotate in borsa, come Acea, è riuscita a far inserire in quella che oggi è solo una bozza in discussione di regolamento applicativo dell’articolo 23 bis, il fatto che loro otterranno un salvacondotto per poter continuare le gestioni e quindi non andranno a gara. A gara, paradossalmente, ci dovranno andare solo le gestioni totalmente pubbliche. Un vero paradosso, appunto anche perché la normativa comunitaria ti dà due opportunità di scelta: o il mercato, quindi la totale liberalizzazione secondo i princìpi della concorrenza e dunque la gara europea; oppure il mantenimento della gestione pubblica, e questo non è mercato, e si può fare tramite l’affidamento ad enti di diritto pubblico o società in house. Non rientrano in queste definizioni le società miste e in Italia, con il regolamento che si sta discutendo adesso, e che si spera non verrà approvato, si fanno rientrare - ripeto dalla finestra - quelle società miste create in borsa, dandogli un apposito salvacondotto. Questo perché sono le lobby a decidere anche le normative. Il tutto è costruito ad uso e consumo di chi, già oggi, gestisce in maniera privatistica e se vogliamo utilitaristica rispetto al loro interesse economico i servizi pubblici. Sono tutti negativi gli scenari in Italia a riguardo? C’è, malgrado tutto, qualche segnale positivo. Tra questi l’inizio della discussione parlamentare, sempre in Commissione ambiente, della legge di iniziativa popolare. A fatica, perché a fatica si è trovato un relatore e chi ha voglia di portare avanti questa battaglia. Poi il nuovo assessore napoletano che ha fatto delle aperture ad una gestione pubblica del servizio; il ricorso di tre regioni, Liguria, Piemonte ed Emilia Romagna, contro l’articolo 23 bis; la lotta dei sindaci siciliani contro le gare e in Lombardia la battaglia vittoriosa di 144 comuni che, tramite un’azione di richiesta di referendum, sono riusciti, il 27 gennaio, a far cancellare quelle parti della legge regionale che anticipavano a livello lombardo lo stesso articolo 23 bis, cioè la totale liberalizzazione e l’obbligo di gara. Una sfida dunque per i movimenti e per quegli enti locali più vicini ai cittadini e più attenti alla gestione vera del servizio pubblico locale.
lunedì 16 marzo 2009
MANIFESTAZIONE DELLA'ACQUA AD INSTANBUL !
Istanbul: manifestazione in difesa dell'acqua, 17 arresti
Alle 12 di questa mattina sotto gli occhi della stampa internazionale, la polizia in tenuta antisommossa ha caricato i circa 300 manifestanti del Forum Alternativo dell'Acqua ad Istanbul, riunitisi per protestare contro l'inizio dei lavori del Quinto Forum Mondiale dell'Acqua
Dopo un breve scontro violento il corteo è stato disperso con l’uso di idranti. Numerose le persone coinvolte negli scontri. Arrestati 17 attivisti turchi, di cui al momento non si hanno notizie certe. Una delegazione internazionale del Controforum si è recata presso la stazione di polizia per avere notizie degli arrestati, mente un’altra delegazione si è recata al Forum ufficiale per rendere noto quello che era successo.
Manganelli e idranti per disperdere centinaia di persone accorse a Istanbul da tutto il mondo per manifestare pacificamente contro il World Water Forum e per difendere l’acqua, bene di tutti e di nessuno, dal mercato e dalle privatizzazioni. L’incontro organizzato dal Congresso Mondiale dell’Acqua sotto l’egida di multinazionali, della Banca Mondiale e dei governi che vogliono vendere e spartirsi l’acqua del pianeta, è iniziato questa mattina con la carica della polizia in assetto antisommossa. 17 gli arresti, tutti attivisti dei sindacati e dei movimenti della sinistra turca che si richiamano al movimento di Platform, decine le persone contuse coinvolte negli scontri. A nulla è valsa la presenza della folta delegazione internazionale, tra cui numerosi esponenti del Forum italiano dei movimenti per l’acqua, la rete interamericana Red Vida, la Rete europea dei movimenti per l’acqua e quella africana ed asiatica, per dissuadere l’intervento violento della polizia turca, più volte accusata dalle forze sociali locali e dai report di alcune organizzazioni internazionali, di gravi violazioni dei diritti umani. I diciassette arrestati sono adesso all’ospedale per i controlli di routine. Nelle prossime ore – come ci è stato riferito dall’avvocato – continuerà la negoziazione fra polizia e sindacati per un loro possibile rilascio, o saranno giudicati per direttissima già in giornata.
La carica della polizia e l’arresto dei manifestanti è stata considerata dagli attivisti del Controforum un grave atto intimidatorio. Al grido di “L’acqua è vita, libertà”, è stato urlato il dissenso contro i militari, che hanno attaccato con violenza chi manifestava pacificamente perché l’acqua fosse un bene comune.La protesta e il risultato degli scontri sono stati portati anche all’interno del World Water Forum dove in queste ore una delegazione di attivisti sta contestando i delegati del Forum ufficiale. Nei prossimi giorni, il Controforum avanzerà le proprie proposte, che verranno lanciate negli incontri e nei seminari previsti e in alcune conferenze stampa.
Alle 12 di questa mattina sotto gli occhi della stampa internazionale, la polizia in tenuta antisommossa ha caricato i circa 300 manifestanti del Forum Alternativo dell'Acqua ad Istanbul, riunitisi per protestare contro l'inizio dei lavori del Quinto Forum Mondiale dell'Acqua
Dopo un breve scontro violento il corteo è stato disperso con l’uso di idranti. Numerose le persone coinvolte negli scontri. Arrestati 17 attivisti turchi, di cui al momento non si hanno notizie certe. Una delegazione internazionale del Controforum si è recata presso la stazione di polizia per avere notizie degli arrestati, mente un’altra delegazione si è recata al Forum ufficiale per rendere noto quello che era successo.
Manganelli e idranti per disperdere centinaia di persone accorse a Istanbul da tutto il mondo per manifestare pacificamente contro il World Water Forum e per difendere l’acqua, bene di tutti e di nessuno, dal mercato e dalle privatizzazioni. L’incontro organizzato dal Congresso Mondiale dell’Acqua sotto l’egida di multinazionali, della Banca Mondiale e dei governi che vogliono vendere e spartirsi l’acqua del pianeta, è iniziato questa mattina con la carica della polizia in assetto antisommossa. 17 gli arresti, tutti attivisti dei sindacati e dei movimenti della sinistra turca che si richiamano al movimento di Platform, decine le persone contuse coinvolte negli scontri. A nulla è valsa la presenza della folta delegazione internazionale, tra cui numerosi esponenti del Forum italiano dei movimenti per l’acqua, la rete interamericana Red Vida, la Rete europea dei movimenti per l’acqua e quella africana ed asiatica, per dissuadere l’intervento violento della polizia turca, più volte accusata dalle forze sociali locali e dai report di alcune organizzazioni internazionali, di gravi violazioni dei diritti umani. I diciassette arrestati sono adesso all’ospedale per i controlli di routine. Nelle prossime ore – come ci è stato riferito dall’avvocato – continuerà la negoziazione fra polizia e sindacati per un loro possibile rilascio, o saranno giudicati per direttissima già in giornata.
La carica della polizia e l’arresto dei manifestanti è stata considerata dagli attivisti del Controforum un grave atto intimidatorio. Al grido di “L’acqua è vita, libertà”, è stato urlato il dissenso contro i militari, che hanno attaccato con violenza chi manifestava pacificamente perché l’acqua fosse un bene comune.La protesta e il risultato degli scontri sono stati portati anche all’interno del World Water Forum dove in queste ore una delegazione di attivisti sta contestando i delegati del Forum ufficiale. Nei prossimi giorni, il Controforum avanzerà le proprie proposte, che verranno lanciate negli incontri e nei seminari previsti e in alcune conferenze stampa.
sabato 14 marzo 2009
I movimenti contro il Forum mondiale dell'acqua privata!
Tutti a Istanbul contro il Forum mondiale dell'acqua "privata"
E' partito oggi ad Istanbul in Turchia - e proseguirà fino al 22 marzo, giornata mondiale per l'acqua - il Forum Alternativo Mondiale dell’Acqua che riunirà movimenti, reti, sindacati e cittadini in difesa dell’acqua pubblica provenienti da ogni parte del mondo, per dire no al World Water Forum, l’incontro ufficiale delle multinazionali e della Banca Mondiale. Fra le numerose iniziative previste la giornata internazionale contro le dighe il 14 marzo durante la quale verrà ricordata la causa del popolo kurdo e la campagna contro la costruzione della diga di Llisu. L'associazione Yaku parteciperà al ControForum nella delegazione italiana del Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua.
Il Forum Mondiale dell’Acqua viene organizzato con cadenza triennale dal Consiglio mondiale dell'acqua (World Water Council), e riunisce esponenti di tutti i settori per determinare le politiche mondiali sull’acqua e – così recita il comunicato ufficiale - “cercare soluzioni sostenibili alle sfide idriche mondiali”. Come è noto, le reti mondiali per l’acqua pubblica di tutto il mondo contestano la legittimità del World Water Forum e considerano il Consiglio mondiale dell’Acqua una agenzia privatistica asservita alle politiche governative, connessa alle multinazionali dell’acqua e incapace per questo di promuovere politiche virtuose rispetto al problema dell’acqua nel mondo. Creato nel 1996 su iniziativa degli ambienti professionali legati alle compagnie multinazionali private e con il sostegno della Banca Mondiale, il Consiglio mondiale dell’acqua alterna la sua presidenza ai manager di Suez e Veolia, le più grandi “sorelle dell’acqua”a livello globale, trovandosi così a gestire un enorme potere per definire le linee fondamentali dell’uso, della proprietà, della gestione del bene comune acqua secondo logiche commerciali e liberiste ignorando di fatto il ruolo, umanitario e solidale, che dovrebbe essere delle agenzie dell’ONU e dei suoi protocolli.
Finalità del ControForum, oltre a quello di contestare la legittimità del Forum ufficiale, sarà quella di rielaborare la Carta di Città del Messico sottoscritta nel 2006 durante il precedente Foro alternativo da migliaia di organismi e movimenti di tutto il mondo, dove vengono affermati principi, proposte ed azioni globali per la difesa dell’acqua Bene Comune.Le attività del ControForum , iniziate già il 12 marzo, avranno due momenti cruciali: il 14 marzo proprio la giornata internazionale contro le dighe, e il 19 marzo un seminario comune fra le grandi reti mondiali in difesa dell’acqua – la neonata Rete Europea, il Forum Italiano dei Movimenti dell’Acqua, Blue Planet, il Trans National Institute e la Red Vida - durante il quale per la prima volta è prevista la partecipazione del Presidente dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Miguel d’Escoto.
Il Forum Italiano dei movimenti per l’acqua sarà presente a Istanbul attraverso le delegazioni delle numerose associazioni, tra cui Yaku, comitati locali e sindacati che ne fanno parte.
Tra i relatori è stato invitato anche Oscar Olivera della Coordinadora del agua y la Vida di Cochabamba, (Bolivia) portavoce dei movimenti che nel 2000, per la prima volta al mondo hanno sollevato il problema delle privatizzazione dell’acqua strappandola,dopo mesi di mobilitazioni, dalle mani della multinazionale statunitense Bechtel.
Una vittoria che ha rafforzato la resistenza dei movimenti mondiali in difesa dell’acqua e ha ispirato la “Scuola Andina dell’acqua” il progetto di cooperazione che Yaku, insieme a numerosi partner andini e la Coordinadora del agua y la vida di Cochabamba sta portando avanti con il sostegno della cooperazione decentrata italiana.
Sul sito di Yaku troverete tutti gli aggiornamenti sul Controforum di Istanbul con articoli, foto e i commenti dei participanti
Roma, 13 marzo 2009
E' partito oggi ad Istanbul in Turchia - e proseguirà fino al 22 marzo, giornata mondiale per l'acqua - il Forum Alternativo Mondiale dell’Acqua che riunirà movimenti, reti, sindacati e cittadini in difesa dell’acqua pubblica provenienti da ogni parte del mondo, per dire no al World Water Forum, l’incontro ufficiale delle multinazionali e della Banca Mondiale. Fra le numerose iniziative previste la giornata internazionale contro le dighe il 14 marzo durante la quale verrà ricordata la causa del popolo kurdo e la campagna contro la costruzione della diga di Llisu. L'associazione Yaku parteciperà al ControForum nella delegazione italiana del Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua.
Il Forum Mondiale dell’Acqua viene organizzato con cadenza triennale dal Consiglio mondiale dell'acqua (World Water Council), e riunisce esponenti di tutti i settori per determinare le politiche mondiali sull’acqua e – così recita il comunicato ufficiale - “cercare soluzioni sostenibili alle sfide idriche mondiali”. Come è noto, le reti mondiali per l’acqua pubblica di tutto il mondo contestano la legittimità del World Water Forum e considerano il Consiglio mondiale dell’Acqua una agenzia privatistica asservita alle politiche governative, connessa alle multinazionali dell’acqua e incapace per questo di promuovere politiche virtuose rispetto al problema dell’acqua nel mondo. Creato nel 1996 su iniziativa degli ambienti professionali legati alle compagnie multinazionali private e con il sostegno della Banca Mondiale, il Consiglio mondiale dell’acqua alterna la sua presidenza ai manager di Suez e Veolia, le più grandi “sorelle dell’acqua”a livello globale, trovandosi così a gestire un enorme potere per definire le linee fondamentali dell’uso, della proprietà, della gestione del bene comune acqua secondo logiche commerciali e liberiste ignorando di fatto il ruolo, umanitario e solidale, che dovrebbe essere delle agenzie dell’ONU e dei suoi protocolli.
Finalità del ControForum, oltre a quello di contestare la legittimità del Forum ufficiale, sarà quella di rielaborare la Carta di Città del Messico sottoscritta nel 2006 durante il precedente Foro alternativo da migliaia di organismi e movimenti di tutto il mondo, dove vengono affermati principi, proposte ed azioni globali per la difesa dell’acqua Bene Comune.Le attività del ControForum , iniziate già il 12 marzo, avranno due momenti cruciali: il 14 marzo proprio la giornata internazionale contro le dighe, e il 19 marzo un seminario comune fra le grandi reti mondiali in difesa dell’acqua – la neonata Rete Europea, il Forum Italiano dei Movimenti dell’Acqua, Blue Planet, il Trans National Institute e la Red Vida - durante il quale per la prima volta è prevista la partecipazione del Presidente dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Miguel d’Escoto.
Il Forum Italiano dei movimenti per l’acqua sarà presente a Istanbul attraverso le delegazioni delle numerose associazioni, tra cui Yaku, comitati locali e sindacati che ne fanno parte.
Tra i relatori è stato invitato anche Oscar Olivera della Coordinadora del agua y la Vida di Cochabamba, (Bolivia) portavoce dei movimenti che nel 2000, per la prima volta al mondo hanno sollevato il problema delle privatizzazione dell’acqua strappandola,dopo mesi di mobilitazioni, dalle mani della multinazionale statunitense Bechtel.
Una vittoria che ha rafforzato la resistenza dei movimenti mondiali in difesa dell’acqua e ha ispirato la “Scuola Andina dell’acqua” il progetto di cooperazione che Yaku, insieme a numerosi partner andini e la Coordinadora del agua y la vida di Cochabamba sta portando avanti con il sostegno della cooperazione decentrata italiana.
Sul sito di Yaku troverete tutti gli aggiornamenti sul Controforum di Istanbul con articoli, foto e i commenti dei participanti
Roma, 13 marzo 2009
venerdì 13 marzo 2009
FORTE ARRETRAMENTO SULL'ACQUA IN EUROPA.
FORTE ARRETRAMENTO DEL PARLAMENTO EUROPEO IN VISTADEL FORUM DI ISTANBUL. IL DIAVOLO SI NASCONDE NEI DETTAGLI, MA NEANCHE TANTO.15 marzo 2006 - Risoluzione del Parlamento europeo sul quarto Forummondiale dell'acqua (Città del Messico, 16-22 marzo 2006), estratto: 1. DICHIARA CHE L'ACQUA È UN BENE COMUNE DELL'UMANITÀ E COME TALEL'ACCESSO ALL'ACQUA COSTITUISCE UN DIRITTO FONDAMENTALE DELLA PERSONAUMANA; chiede che siano esplicati tutti gli sforzi necessari agarantire l'accesso all'acqua alle popolazioni più povere entro il2015.12 marzo 2009 - Risoluzione del Parlamento europeo sulle risorseidriche in vista del quinto Forum mondiale dell'acqua (Istanbul, 16-22marzo 2009), estratto:1.DICHIARA CHE L'ACQUA è un bene comune dell'umanità e che DOVREBBECOSTITUIRE UN DIRITTO FONDAMENTALE E UNIVERSALE; chiede che sianocompiuti tutti gli sforzi necessari per garantire l'accesso all'acquaalla popolazioni più povere entro il 2015;2. dichiara che l'acqua va proclamata un bene pubblico e posta sottocontrollo pubblico, A PRESCINDERE DAL FATTO CHE SIA GESTITA,INTERAMENTE O PARZIALMENTE, DAL SETTORE PRIVATO;28. chiede che la Presidenza rappresenti l'Unione europea al Forum diIstanbul con un mandato per:- CONSIDERARE L'ACCESSO ALL'ACQUA POTABILE UN DIRITTO VITALE,fondamentale dell'essere umano, E NON SOLO UN BENE ECONOMICOCOMMERCIALE soggetto unicamente alle leggi di mercato…L’arretramento della posizione dell’aula di Strasburgo mi sembralampante. Insieme a Roberto Musacchio e tutto il gruppo Gue – SinistraUnitaria Europea abbiamo presentato sedici emendamenti, tenendo ilpunto su tutta una serie di principi sacrosanti, quali: l'acqua comebene comune universale, l'accesso garantito a tutti gli esseri umanicon politiche consistenti, l’inserimento dell’acqua nei capitoli dilotta al cambiamento climatico, il coinvolgimento dell'Onu sui temidell'acqua. Ma abbiamo perso sull’emendamento centrale, quello alparagrafo 28 di cui sopra, per cui chiedevamo sostanzialmente lacancellazione delle parole “NON SOLO” che invece hanno riapertoall’idea dell’Acqua come “bene economico commerciale soggetto alleleggi di mercato”!!!Inevitabile la scelta di votare NO alla risoluzione da parte di tutto il gruppo.Non potevamo far passare impunemente la tremenda offensiva condottanegli ultimi mesi dalle grandi multinazionali di settore. Soprattuttoalla vigilia del Forum di Istanbul dove sono sicuro che il Movimentointernazionale dell’Acqua saprà reagire con competenza e risolutezza aquesta brutta pagina di cronaca europea.
INTERVENTO DI PAOLO RUMIZ A MILANO
Intervento P.Rumiz 12.3.2009
E’ un peccato che non possa parlarvi a voce.
Solo a voce avrei potuto comunicarvi l’urgenza, la rabbia e l’indignazione legate al tema primordiale dell’acqua.
Sono un professionista della parola scritta, ma so che solo il racconto orale sa trasmettere sentimenti forti.
Questo scritto è dunque solo un ripiegamento, dovuto a forza maggiore.
E sappiate che gli uomini che avrei dovuto affiancare in quest’incontro sono i responsabili della mia passione per la questione idrica.
Dunque perfetti per accendere anche la vostra.
Mi sono occupato di molti temi nel mio mestiere.
Guerre etniche e planetarie, crolli di sistemi e di alleanze politiche, esplorazione dei territori e viaggi alle periferie del mondo.
All’acqua sono arrivato solo pochi mesi fa, quasi per caso, grazie a una segnalazione di Emilio Molinari.
Era successo che era stata approvata una legge che rendeva inevitabile la privatizzazione dei servizi idrici.
La svendita di un patrimonio comune, mascherata da rivoluzione efficentista.
Tutto questo era avvenuto nel mese di agosto, alla chetichella, senza proteste da parte dell’opposizione.
Il popolo era rimasto tagliato fuori da tutto. Gli interessi attorno all’operazione erano così trasversali che i giornali avevano taciuto, i partiti e i sindacati pure.
Mi sembrava inverosimile che una simile enormità potesse passare sotto silenzio. Così ne ho scritto. E la pioggia di lettere attonite che ho ricevuto in risposta hanno confermato l’assunto.
L’Italia non ne sapeva niente.
Non entro nello specifico di questa scandalosa ruberia inflitta agli italiani. Altri lo faranno meglio di me.
Dico solo che occupandomene, dopo 35 anni di mestiere, ho provato lo stesso brivido della guerra dei Balcani.
Come allora, ho avuto la certezza che cadesse un sipario di bugie, e si svelasse la verità nuda di una rapina ai danni del Paese e dei suoi abitanti, l’ultimo assalto a un territorio già sfiancato dalle mafie, dalle tangenti e dalla dilapidazione del bene comune.
Pensiamoci un attimo.
I giornali pompano mille emergenze minori per non farci vedere quelle realmente importanti.
La tensione etnica aumenta. Ci parlano di clandestini, di rumeni stupratori, di terroristi annidati nelle moschee.
Ci infliggono ronde per tenere testa a una criminalità che - stranamente - non include la camorra, la speculazione edilizia o lo strapotere degli ultras.
Televisione, telefonini. I-pod costruiscono una cortina fumogena che incoraggia il singolo ad arraffare e impedisce al gruppo di reagire.
E’ così evidente. Noi non dobbiamo sapere che esiste un’altra e più grave emergenza: la distruzione del territorio.
Un’emergenza così grave che la lingua dell’economia non basta più a descriverla.
Oggi serve la lingua del Pentateuco, o dell’Apocalisse di Giovanni, perché viviamo un momento biblico.
“E verrà il giorno in cui le campagne si desertificheranno e la boscaglia invaderà ogni cosa, i ghiacciai entreranno in agonia e l’aria diverrà veleno. Il tempo in cui la natura sarà offesa nelle sue parti più vulnerabili”.
Se i nostri padri ci avessero fatto una simile profezia non li avremmo creduti. Invece succede.
Siamo in guerra. Una guerra contro i territori. In Italia è iniziata la guerra per l’accaparramento delle ultime risorse.
Sta già avvenendo:
Cementificazione dei parchi naturali
Requisizione delle sorgenti
Privatizzazione dell’acqua pubblica
Discariche e inceneritori negli spazi più incontaminati del Paese
Ritorno al nucleare
Grandi opere imposte con la militarizzazione dei territori e la distruzione di interi habitat
Fiumi già in agonia, disseminati di ulteriori centrali idroelettriche
Impianti eolici che stanno cambiando i connotati all’Appennino
Tutto conduce su questa strada:
La ricorrente invocazione di poteri forti ai danni del parlamento
Il fallimento del pubblico e l’invadenza del privato
La sottrazione delle risorse ai Comuni
Lo smantellamento della democrazia diretta
La corsa a un federalismo irresponsabile che assomiglia tanto a una licenza di sperpero
La deregulation legislativa
La crisi della scuola e delle università
La visione speculativa e finanziaria dell’economia
E’ come negli anni Trenta: crisi del capitalismo, opposizione inesistente, criminalità diffusa. Ma con in più (e in peggio) la desertificazione dei territori, lo spopolamento della montagna.
Il “Paese profondo” si è talmente indebolito che oggi l’atteggiamento predatorio che abbiamo rivolto prima verso la Libia o l’Etiopia e poi verso l’Est Europa, può essere rivolto verso l’Italia medesima senza il rischio di una rivoluzione.
Anche noi diventiamo discarica, miniera, piantagione.
E anche da noi i territori deboli sono lasciati completamente soli di fronte ai poteri forti. Come le tribù centro-africane.
Guardate cosa succede con l’eolico.
Gli emissari di una multinazionale dell’energia si presentano a un comune di cinquecento-mille abitanti.
Offrono centomila euro l’anno per due o tre pale eoliche alte come grattacieli di trenta piani.
Il sindaco al verde non ha alternative. Accetta. Per lui quelle pale sono il solo modo per pagare l’illuminazione pubblica e gli impiegati.
La Regione e lo Stato non intervengono. In nome dell’emergenza energetica passano sopra a tutto, anche a un bene primario come il paesaggio.
Risultato? Oggi la rete eolica italiana non è il risultato di un piano ma del caso. Segna come le pustole del morbillo i territori deboli, incapaci di contrattare.
Con l’acqua la situazione è ancora più limpida.
Vi racconto cose che ho visto personalmente.
Qualche scena, capace di illuminare il tutto.
Alta Val di Taro.
C’è una fabbrica di acque minerali che succhia dalle falde appenniniche in modo così potente che nei momenti di siccità gli abitanti del paese – noto fino a ieri per le sue fonti terapeutiche e oggi semi abbandonato – restano senz’acqua nelle condutture pubbliche.
C’è una protesta ma il sindaco tranquillizza tutti in consiglio comunale. “Non abbiate paura – dice – quando mancherà la NOSTRA acqua, la fabbrica pomperà la SUA nei nostri tubi”.
L’acqua del paese è data già per persa, requisita dai padroni delle minerali. L’idea che si tratti di un bene pubblico e prioritario non sfiora né il sindaco né la popolazione rassegnata.
Recoaro, provincia di Vicenza.
Una pattuglia di “tecnici dell’acqua” (così si presentano), fanno visita a una vecchia che vive sola in una frazione di montagna. Le chiedono di poter fare delle verifiche alle falde. La donna pensa che siano del Comune.
Il lavoro dura un mese. I tecnici trivellano, trovano acqua. Poi chiudono il pozzo aperto con dei sigilli. A distanza di mesi si scopre che la fabbrica di acque minerali giù in valle sta facendo un censimento delle fonti potabili in quota, in vista della grande sete prossima ventura della Terra in riscaldamento climatico.
I parenti della donna si accorgono del maltolto e sporgono denuncia. Scoprono di essersi mossi appena in tempo per evitare l’usocapione del pozzo. Il sindaco tace. Gli abitanti di Recoaro pure. Ciascuno vende le sue fonti in separata sede.
Castel Juval, in val Venosta.
Qui potete fare le vostre verifiche da soli. Vi sedete al ristorante dell’agriturismo di Reinhold Messner e chiedete dell’acqua. Scoprirete di avere due opzioni. L’acqua minerale – la notissima acqua propagandata dall’alpinista sud-tirolese – e l’acqua di fonte. La fonte di Reinhold Messner. Ebbene, anche questa è a pagamento. Metà prezzo rispetto a quella in bottiglia, ma anch’essa a pagamento. E la gente beve, estasiata. Vedere per credere.
Che dire? Come gli abitanti della Somalia o del Mali, siamo disposti a pagare ciò che ci sarebbe dovuto gratuitamente.
Abbiamo rinunciato a considerare l’acqua come pubblico bene.
La nostra sconfitta, prima che economica, è culturale.
La grande vittoria del secolo scorso fu l’acqua nelle case. Oggi abbiamo accettato di tornare indietro.
Siamo ridiventati portatori d’acqua. Come gli etiopi, arranchiamo per le strade con carichi inverosimili d’acqua e non riflettiamo che il valore reale della medesima è appena un centesimo del costo della bottiglia.
Meno del costo della colla necessaria a fissare l’etichetta.
Il dramma non è solo lo scempio delle risorse, ma la nostre insensibilità alla rapina in atto.
Abbiamo accettato di farci derubare. Siamo un popolo rassegnato, e i signori delle risorse lo sanno perfettamente.
Il dossier di un’azienda multinazionale finlandese descrive così una regione italiana del centro: “facilità di penetrazione, costi d’insediamento minimi, zero conflittualità sociale”. Soprattutto, “poche obiezioni ecologiche”.
Sembra il Congo, invece è Italia.
Grazie di avermi ascoltato
Paolo Rumiz
E’ un peccato che non possa parlarvi a voce.
Solo a voce avrei potuto comunicarvi l’urgenza, la rabbia e l’indignazione legate al tema primordiale dell’acqua.
Sono un professionista della parola scritta, ma so che solo il racconto orale sa trasmettere sentimenti forti.
Questo scritto è dunque solo un ripiegamento, dovuto a forza maggiore.
E sappiate che gli uomini che avrei dovuto affiancare in quest’incontro sono i responsabili della mia passione per la questione idrica.
Dunque perfetti per accendere anche la vostra.
Mi sono occupato di molti temi nel mio mestiere.
Guerre etniche e planetarie, crolli di sistemi e di alleanze politiche, esplorazione dei territori e viaggi alle periferie del mondo.
All’acqua sono arrivato solo pochi mesi fa, quasi per caso, grazie a una segnalazione di Emilio Molinari.
Era successo che era stata approvata una legge che rendeva inevitabile la privatizzazione dei servizi idrici.
La svendita di un patrimonio comune, mascherata da rivoluzione efficentista.
Tutto questo era avvenuto nel mese di agosto, alla chetichella, senza proteste da parte dell’opposizione.
Il popolo era rimasto tagliato fuori da tutto. Gli interessi attorno all’operazione erano così trasversali che i giornali avevano taciuto, i partiti e i sindacati pure.
Mi sembrava inverosimile che una simile enormità potesse passare sotto silenzio. Così ne ho scritto. E la pioggia di lettere attonite che ho ricevuto in risposta hanno confermato l’assunto.
L’Italia non ne sapeva niente.
Non entro nello specifico di questa scandalosa ruberia inflitta agli italiani. Altri lo faranno meglio di me.
Dico solo che occupandomene, dopo 35 anni di mestiere, ho provato lo stesso brivido della guerra dei Balcani.
Come allora, ho avuto la certezza che cadesse un sipario di bugie, e si svelasse la verità nuda di una rapina ai danni del Paese e dei suoi abitanti, l’ultimo assalto a un territorio già sfiancato dalle mafie, dalle tangenti e dalla dilapidazione del bene comune.
Pensiamoci un attimo.
I giornali pompano mille emergenze minori per non farci vedere quelle realmente importanti.
La tensione etnica aumenta. Ci parlano di clandestini, di rumeni stupratori, di terroristi annidati nelle moschee.
Ci infliggono ronde per tenere testa a una criminalità che - stranamente - non include la camorra, la speculazione edilizia o lo strapotere degli ultras.
Televisione, telefonini. I-pod costruiscono una cortina fumogena che incoraggia il singolo ad arraffare e impedisce al gruppo di reagire.
E’ così evidente. Noi non dobbiamo sapere che esiste un’altra e più grave emergenza: la distruzione del territorio.
Un’emergenza così grave che la lingua dell’economia non basta più a descriverla.
Oggi serve la lingua del Pentateuco, o dell’Apocalisse di Giovanni, perché viviamo un momento biblico.
“E verrà il giorno in cui le campagne si desertificheranno e la boscaglia invaderà ogni cosa, i ghiacciai entreranno in agonia e l’aria diverrà veleno. Il tempo in cui la natura sarà offesa nelle sue parti più vulnerabili”.
Se i nostri padri ci avessero fatto una simile profezia non li avremmo creduti. Invece succede.
Siamo in guerra. Una guerra contro i territori. In Italia è iniziata la guerra per l’accaparramento delle ultime risorse.
Sta già avvenendo:
Cementificazione dei parchi naturali
Requisizione delle sorgenti
Privatizzazione dell’acqua pubblica
Discariche e inceneritori negli spazi più incontaminati del Paese
Ritorno al nucleare
Grandi opere imposte con la militarizzazione dei territori e la distruzione di interi habitat
Fiumi già in agonia, disseminati di ulteriori centrali idroelettriche
Impianti eolici che stanno cambiando i connotati all’Appennino
Tutto conduce su questa strada:
La ricorrente invocazione di poteri forti ai danni del parlamento
Il fallimento del pubblico e l’invadenza del privato
La sottrazione delle risorse ai Comuni
Lo smantellamento della democrazia diretta
La corsa a un federalismo irresponsabile che assomiglia tanto a una licenza di sperpero
La deregulation legislativa
La crisi della scuola e delle università
La visione speculativa e finanziaria dell’economia
E’ come negli anni Trenta: crisi del capitalismo, opposizione inesistente, criminalità diffusa. Ma con in più (e in peggio) la desertificazione dei territori, lo spopolamento della montagna.
Il “Paese profondo” si è talmente indebolito che oggi l’atteggiamento predatorio che abbiamo rivolto prima verso la Libia o l’Etiopia e poi verso l’Est Europa, può essere rivolto verso l’Italia medesima senza il rischio di una rivoluzione.
Anche noi diventiamo discarica, miniera, piantagione.
E anche da noi i territori deboli sono lasciati completamente soli di fronte ai poteri forti. Come le tribù centro-africane.
Guardate cosa succede con l’eolico.
Gli emissari di una multinazionale dell’energia si presentano a un comune di cinquecento-mille abitanti.
Offrono centomila euro l’anno per due o tre pale eoliche alte come grattacieli di trenta piani.
Il sindaco al verde non ha alternative. Accetta. Per lui quelle pale sono il solo modo per pagare l’illuminazione pubblica e gli impiegati.
La Regione e lo Stato non intervengono. In nome dell’emergenza energetica passano sopra a tutto, anche a un bene primario come il paesaggio.
Risultato? Oggi la rete eolica italiana non è il risultato di un piano ma del caso. Segna come le pustole del morbillo i territori deboli, incapaci di contrattare.
Con l’acqua la situazione è ancora più limpida.
Vi racconto cose che ho visto personalmente.
Qualche scena, capace di illuminare il tutto.
Alta Val di Taro.
C’è una fabbrica di acque minerali che succhia dalle falde appenniniche in modo così potente che nei momenti di siccità gli abitanti del paese – noto fino a ieri per le sue fonti terapeutiche e oggi semi abbandonato – restano senz’acqua nelle condutture pubbliche.
C’è una protesta ma il sindaco tranquillizza tutti in consiglio comunale. “Non abbiate paura – dice – quando mancherà la NOSTRA acqua, la fabbrica pomperà la SUA nei nostri tubi”.
L’acqua del paese è data già per persa, requisita dai padroni delle minerali. L’idea che si tratti di un bene pubblico e prioritario non sfiora né il sindaco né la popolazione rassegnata.
Recoaro, provincia di Vicenza.
Una pattuglia di “tecnici dell’acqua” (così si presentano), fanno visita a una vecchia che vive sola in una frazione di montagna. Le chiedono di poter fare delle verifiche alle falde. La donna pensa che siano del Comune.
Il lavoro dura un mese. I tecnici trivellano, trovano acqua. Poi chiudono il pozzo aperto con dei sigilli. A distanza di mesi si scopre che la fabbrica di acque minerali giù in valle sta facendo un censimento delle fonti potabili in quota, in vista della grande sete prossima ventura della Terra in riscaldamento climatico.
I parenti della donna si accorgono del maltolto e sporgono denuncia. Scoprono di essersi mossi appena in tempo per evitare l’usocapione del pozzo. Il sindaco tace. Gli abitanti di Recoaro pure. Ciascuno vende le sue fonti in separata sede.
Castel Juval, in val Venosta.
Qui potete fare le vostre verifiche da soli. Vi sedete al ristorante dell’agriturismo di Reinhold Messner e chiedete dell’acqua. Scoprirete di avere due opzioni. L’acqua minerale – la notissima acqua propagandata dall’alpinista sud-tirolese – e l’acqua di fonte. La fonte di Reinhold Messner. Ebbene, anche questa è a pagamento. Metà prezzo rispetto a quella in bottiglia, ma anch’essa a pagamento. E la gente beve, estasiata. Vedere per credere.
Che dire? Come gli abitanti della Somalia o del Mali, siamo disposti a pagare ciò che ci sarebbe dovuto gratuitamente.
Abbiamo rinunciato a considerare l’acqua come pubblico bene.
La nostra sconfitta, prima che economica, è culturale.
La grande vittoria del secolo scorso fu l’acqua nelle case. Oggi abbiamo accettato di tornare indietro.
Siamo ridiventati portatori d’acqua. Come gli etiopi, arranchiamo per le strade con carichi inverosimili d’acqua e non riflettiamo che il valore reale della medesima è appena un centesimo del costo della bottiglia.
Meno del costo della colla necessaria a fissare l’etichetta.
Il dramma non è solo lo scempio delle risorse, ma la nostre insensibilità alla rapina in atto.
Abbiamo accettato di farci derubare. Siamo un popolo rassegnato, e i signori delle risorse lo sanno perfettamente.
Il dossier di un’azienda multinazionale finlandese descrive così una regione italiana del centro: “facilità di penetrazione, costi d’insediamento minimi, zero conflittualità sociale”. Soprattutto, “poche obiezioni ecologiche”.
Sembra il Congo, invece è Italia.
Grazie di avermi ascoltato
Paolo Rumiz
giovedì 5 marzo 2009
L'acqua consegnata alle banche?
UN CONVEGNO E UNA CAROVANAIl 12 Marzo alla facoltà di Scienze Politiche dell'Università Stataledi Milano il Comitato Italiano per un Contratto Mondiale sull'Acqua,in collaborazione con la Facoltà di Scienze Politiche, l'Ufficio peril Servizio Sociale e per la Vita della Diocesi di Milano, il CAI/ClubAlpino Italiano, darà vita alla tavola rotonda:GIOVEDÌ 12 MARZO 2009 (17.00-20.00)Università degli Studi di Milano - Via Conservatorio, 7 – MILANOFacoltà di Scienze Politiche: Aula 6Acqua, diritto o business?I relatori saranno:Paolo Rumiz, scrittore, giornalista e viaggiatore.Fausto De Stefani, scalatore degli 8000 m.,presidente Mountain Wildemess ItaliaMonsignor Marco Ferrari, Vescovo ausiliare della Diocesi di Milano.Oscar del Barba Club Alpino Italiano – presidente di Cipra Italia.Nando Dalla Chiesa scrittore e sociologo della facoltà di Scienze Politiche.Marco Vitale editorialista e economista.Coordina:Daniele Checchi preside della facoltà di Scienze PoliticheConclude:Emilio Molinari Presidente del Comitato Italiano per un ContrattoMondiale sull'acqua. --------------------Una importante iniziativacon la quale il Contratto Mondiale dell'Acqua intende:portare nei luoghi della cultura e della ricerca i grandi temi delnostro tempo e fare dell'Università un luogo aperto ai movimenti e aicittadini. - Le ragioni di queste iniziative stanno nella gravità didue avvenimenti con i quali si è chiuso il 2008 e che rappresentanodue veri passaggio epocali.La prima:il 6 di Agosto 2008 il Parlamento Italiano ha votato la legge 133 cheall'art. 23 bis, che impone a tutti gli amministratori locali delnostro paese, di privatizzare tutti i servizi pubblici locali: serviziIdrici compresi. Con ciò, tutta l'acqua potabile italiana vieneprivatizzata.Quella dei rubinetti sarà consegnata a due multinazionali francesi,Suez Lyonnes des eaux e Veolia, a 4 imprese italiane dominate dallestesse multinazionali, da banche come Monte dei Paschi di Siena e daalcuni famigerati imprenditori noti alle cronache degli affari epolitica come Caltagirone e Pisante. Quella in bottiglia è già dellemultinazionali: Nestlè, Coca Cola, Danone.La seconda:L'ONU nel 2008, ha rinviato di 3 anni il rapporto sul diritto umanoall'acqua, rinunciando ad esercitare il compito che gli èistituzionalmente proprio, di indire e gestire i Forum Mondiali,delegandoli, ancora una volta, alle multinazionali Suez Veolia.Sempre l'ONU in occasione del World Economic Forum di Davos haconsegnato al Patto mondiale dell'acqua costituito dallemultinazionali dell'imbottigliamento, dell'alimentazione edell'energia: Nestlè, Coca Cola, Unilever, General Elettric il compitodi tracciare le linee di una politica mondiale dell'acqua.E' una svolta che dovrebbe preoccuparci tutti, indipendentemente dalleideologie e dei partiti a cui facciamo riferimento, per questo viinvitiamo a:partecipare numerosi alla Tavola rotonda del 12 Marzo alle ore 17nella Facoltà di Scienze Politiche, via Conservatorio 7 ------------------------Considerazioni sulla lunga strada del Diritto all'acqua.La strada del Diritto all'acqua bene comune, ha subito una battutad'arresto sia sul piano internazionale che nella dimensione nazionaledel nostro paese.Una battuta d'arresto che avviene nel silenzio dei media, neldisinteresse della società civile, con l'appoggio dei due massimiraggruppamenti politici del nostro paese.Da qui l'esigenza di un nuovo e rinnovato impegno nella battaglia inentrambe le due dimensioni.L'UniversitàNoi pensiamo che l'università, sia il luogo della conoscenza perdefinizione, il luogo dove si forma la cultura del nostro tempo, dovesi formano le classi dirigenti di oggi e di domani, sia il luogo sucui concentrare i nostri sforzi, per lavorare assieme al corpo docentee agli studenti, per una nuova cultura dell'acqua che diventi materiadi studio.La conoscenza è un bene comune come l'acqua, è la vita dell'intellettoumano come l'acqua è la vita del corpo. Entrambe non possono esseremercificate messe nelle mani e piegate agli interessi delle grandimultinazionaliL'acqua è vita per tutto ciò che è vivente, è perciò ambiente, ma èanche nuova cultura giuridica, è economia, è agricoltura, lavoro,emigrazione, è esclusione, è guerra e pace, è religione ma sopratuttoè diritto.L'università quindi, ma anche un rapporto con il miglior mondodell'informazione e della letteratura come Paolo Rumiz, con lo sportdella montagna come Fausto de Stefani, il CAI che vedono e conosconoil degrado dei ghiacciai, con la chiesa che si interroga sullacustodia del creato, sulla vita e la morte come esclusione dalle fontidella vita.Con gli economisti e i sociologi che hanno indagato sul governodell'acqua sia pubblico che privato.Emilio Molinari
mercoledì 4 marzo 2009
Previsioni siccità per il 2009!
Siccità nel mondo: la Fao conferma le previsioni pessimistiche per il 2009
FIRENZE. Mentre per la prossima estate nel nostro Paese, secondo previsioni ottimistiche, non si dovrebbero toccare punte estreme di vera emergenza idrica considerato che tra il novembre 2008 e gennaio 2009 si è sfiorato il record assoluto per piovosità (secondo posto nei periodi corrispondenti degli ultimi 208 anni, secondo i dati dell´Istituto di scienze dell´atmosfera e del clima del Consiglio nazionale delle ricerche, Isac-Cnr), considerando il pianeta nel suo complesso e guardando avanti nel tempo, la situazione invece non è affatto rosea. A ricordarcelo per l’ennesima volta è la Fao per voce del responsabile del settore per la gestione delle risorse idriche e presidente di turno dell´organismo Onu ´Un Water´ Pasquale Steduto: «Nel 2050 due miliardi di persone resteranno senza acqua e due terzi della popolazione mondiale si troverà ad affrontare una situazione di forte scarsità». La previsione, fondata su analisi di dati scientifici, è stata fatta nell´ambito di un incontro tematico organizzato dall´Accademia dei Georgofili a Firenze. «Fino al 2030 - ha continuato Steduto - la crescita della domanda viaggerà a ritmi doppi rispetto al tasso di crescita della popolazione. Se ne deduce che uno dei principali problemi con cui dovremo fare i conti sarà l´amministrazione responsabile, efficiente ed equa delle risorse idriche a disposizione». Ma per la Fao esistono «già oggi le capacità per far fronte a questa scarsità: tecniche più produttive in agricoltura, che incide per circa il 70% sull´intera quantità prelevata da falde acquifere, riciclaggio, de-salinizzazione delle acque salmastre, riduzione degli sprechi e dei consumi di lusso». Che siano a disposizione mezzi e capacità tecniche almeno per mitigare fortemente questa tendenza, è fuor di dubbio. Sono invece due gli aspetti critici: uno attiene alla capacità gestionale della risorsa e alla qualità del controllo. L’altro invece attiene alla politica e al modello di sviluppo. Anche nel nostro paese (Toscana compresa ovviamente) a fronte di una buona pianificazione si stenta poi nella fase applicativa. E sul territorio molti sindaci continuano ad urbanizzare a prescindere dalle risorse disponibili, tanto poi è l’Ato e il gestore che devono far arrivare l’acqua. Alla faccia della sostenibilità.
FIRENZE. Mentre per la prossima estate nel nostro Paese, secondo previsioni ottimistiche, non si dovrebbero toccare punte estreme di vera emergenza idrica considerato che tra il novembre 2008 e gennaio 2009 si è sfiorato il record assoluto per piovosità (secondo posto nei periodi corrispondenti degli ultimi 208 anni, secondo i dati dell´Istituto di scienze dell´atmosfera e del clima del Consiglio nazionale delle ricerche, Isac-Cnr), considerando il pianeta nel suo complesso e guardando avanti nel tempo, la situazione invece non è affatto rosea. A ricordarcelo per l’ennesima volta è la Fao per voce del responsabile del settore per la gestione delle risorse idriche e presidente di turno dell´organismo Onu ´Un Water´ Pasquale Steduto: «Nel 2050 due miliardi di persone resteranno senza acqua e due terzi della popolazione mondiale si troverà ad affrontare una situazione di forte scarsità». La previsione, fondata su analisi di dati scientifici, è stata fatta nell´ambito di un incontro tematico organizzato dall´Accademia dei Georgofili a Firenze. «Fino al 2030 - ha continuato Steduto - la crescita della domanda viaggerà a ritmi doppi rispetto al tasso di crescita della popolazione. Se ne deduce che uno dei principali problemi con cui dovremo fare i conti sarà l´amministrazione responsabile, efficiente ed equa delle risorse idriche a disposizione». Ma per la Fao esistono «già oggi le capacità per far fronte a questa scarsità: tecniche più produttive in agricoltura, che incide per circa il 70% sull´intera quantità prelevata da falde acquifere, riciclaggio, de-salinizzazione delle acque salmastre, riduzione degli sprechi e dei consumi di lusso». Che siano a disposizione mezzi e capacità tecniche almeno per mitigare fortemente questa tendenza, è fuor di dubbio. Sono invece due gli aspetti critici: uno attiene alla capacità gestionale della risorsa e alla qualità del controllo. L’altro invece attiene alla politica e al modello di sviluppo. Anche nel nostro paese (Toscana compresa ovviamente) a fronte di una buona pianificazione si stenta poi nella fase applicativa. E sul territorio molti sindaci continuano ad urbanizzare a prescindere dalle risorse disponibili, tanto poi è l’Ato e il gestore che devono far arrivare l’acqua. Alla faccia della sostenibilità.
CINA EMERGENZA ACQUA!
La Cina chiude 33 fabbriche chimiche dopo l’inquinamento da fenolo di un fiume
LIVORNO. Alcune fabbriche di prodotti chimici situate nelle vicinanza del fiume Xinyanggang (Nella foto), nella provincia cinese orientale dello Jiangsu, saranno smantellate dopo l’inquinamento avvenuto nel corso d’acqua il 20 febbraio. Nei giorni scorsi la polizia aveva arrestato il gestore e rappresentante legale dell’impianto chimico ritenuto responsabile dell’inquinamento: la Biaoxin Chemical Co. L´ingestione di un solo grammo di fenolo è letale per l´uomo, tanto che i nazisti lo utilizzavano come metodo economico per eliminare i prigionieri. Il fenolo viene rapidamente assorbito attraverso la pelle e dal tratto gastroenterico e i sui vapori assorbiti nel sistema respiratorio. Provoca ustioni alla bocca ed alla gola, disturbi alla digestione, disordini al sistema nervoso, mal di testa, affaticamento, eruzioni cutanee. Ad annunciare il giro di vite è stato il sindaco di Yancheng, una città con oltre un milione e mezzo di abitanti, che ha dovuto rifornire 200.000 suoi concittadini di acqua potabile dopo che la Biaoxin aveva sversato illegalmente nel fiume del fenolo, un disinfettante utilizzato nella produzione di resine, plastiche e prodotti farmaceutici. Per compensare i cittadini dei disagi subiti, l’amministrazione cittadina fornirà gratuitamente per un mese l’acqua potabile. Il sindaco Li Qiang ha convocato una conferenza stampa per annunciare che «Gli impianti di prodotti chimici dovranno essere smantellati entro il mese di marzo». Ad essere chiuse saranno 33 delle 317 fabbriche di prodotti chimici esistenti nell’area urbana di Yancheng (1.720 km2). «Alcuni di questi impianti – spiega il vicesindaco Gu Jiadong – verranno indennizzati per un loro spostamento. Gli altri sono obsoleti e verranno chiusi». In una provincia ad alta densità chimica e di inquinamento, sembra finalmente partita la caccia agli inquinatori e il sindaco Li ha anche promesso di accrescere di 100 mila tonnellate all’anno la capacità di approvvigionamento di acqua potabile e di migliorare gli impianti di distribuzione idrica.
LIVORNO. Alcune fabbriche di prodotti chimici situate nelle vicinanza del fiume Xinyanggang (Nella foto), nella provincia cinese orientale dello Jiangsu, saranno smantellate dopo l’inquinamento avvenuto nel corso d’acqua il 20 febbraio. Nei giorni scorsi la polizia aveva arrestato il gestore e rappresentante legale dell’impianto chimico ritenuto responsabile dell’inquinamento: la Biaoxin Chemical Co. L´ingestione di un solo grammo di fenolo è letale per l´uomo, tanto che i nazisti lo utilizzavano come metodo economico per eliminare i prigionieri. Il fenolo viene rapidamente assorbito attraverso la pelle e dal tratto gastroenterico e i sui vapori assorbiti nel sistema respiratorio. Provoca ustioni alla bocca ed alla gola, disturbi alla digestione, disordini al sistema nervoso, mal di testa, affaticamento, eruzioni cutanee. Ad annunciare il giro di vite è stato il sindaco di Yancheng, una città con oltre un milione e mezzo di abitanti, che ha dovuto rifornire 200.000 suoi concittadini di acqua potabile dopo che la Biaoxin aveva sversato illegalmente nel fiume del fenolo, un disinfettante utilizzato nella produzione di resine, plastiche e prodotti farmaceutici. Per compensare i cittadini dei disagi subiti, l’amministrazione cittadina fornirà gratuitamente per un mese l’acqua potabile. Il sindaco Li Qiang ha convocato una conferenza stampa per annunciare che «Gli impianti di prodotti chimici dovranno essere smantellati entro il mese di marzo». Ad essere chiuse saranno 33 delle 317 fabbriche di prodotti chimici esistenti nell’area urbana di Yancheng (1.720 km2). «Alcuni di questi impianti – spiega il vicesindaco Gu Jiadong – verranno indennizzati per un loro spostamento. Gli altri sono obsoleti e verranno chiusi». In una provincia ad alta densità chimica e di inquinamento, sembra finalmente partita la caccia agli inquinatori e il sindaco Li ha anche promesso di accrescere di 100 mila tonnellate all’anno la capacità di approvvigionamento di acqua potabile e di migliorare gli impianti di distribuzione idrica.
lunedì 2 marzo 2009
Quanta acqua per il nucleare?
Oltre a tutti gli altri, l’energia nucleare presenta un grosso problema. Lo sproposito di acqua necessaria per il funzionamento delle centrali. Lo fa notare una lettera comparsa ieri sul sito del Corriere della Sera.
L’Union of Concerned Scientists ha anche pubblicato un’equazione che consente di calcolare di quanta acqua ha bisogno una centrale nucleare per il solo raffreddamento.
Se ne deduce che un impianto da 1000 Megawatt (Caorso era da 830 Megawatt) richiederebbe per il raffreddamento quasi un terzo dell’acqua che scorre nel Po a Torino.
La lettera al Corriere della Sera è firmata da Daniele Biagi. I brani secondo me più significativi.
“Forse non tutti i parlamentari sanno che l’elettricità prodotta da una centrale nucleare non viene generata direttamente dalla reazione atomica ma da una convenzionale turbina a vapore“.
“La fissione del materiale radioattivo produce un aumento della temperatura nel cuore della centrale, questa energia sotto forma di calore viene sfruttata per innalzare la temperatura di un’enorme quantità d’acqua, il vapore generato aziona delle turbine capaci di produrre energia elettrica”.
“L’acqua è spesso usata anche come moderatore per evitare che il nucleo raggiunga temperature troppo elevate”.
La lettera cita poi dati ufficiali della Environment Agency inglese a proposito dei “6.637.306 metri cubi d’acqua all’anno usati da un singolo impianto”. Si tratta dell’acqua che la centrale nucleare di Sellafield, ora in disarmo, era autorizzata a prelevare da un vicino lago.
Considera poi la situazione della Francia nucleare, molto più ricca di acqua rispetto all’Italia ma che “ha dovuto più volte rallentare la produzione di energia elettrica delle proprie centrali per mancanza d’acqua!”.
Ancora: “Stime indicano che in Francia il 40% di tutta l’acqua consumata è usata nelle centrali atomiche“. Lo dice Jeremy Rifkin in un’intervista al blog di Beppe Grillo del giugno scorso. Vi si accenna anche ai problemi avuto dalle centrali durante la caldissima e secca estate del 2003.
E infine, l’equazione. L’Union of Concerned Scientist degli Stati Uniti ha pubblicato un dossier intitolato Got Water? sulle necessità di acqua per i soli impianti di raffreddamento delle centrali nucleari e sui connessi problemi di sicurezza.
Il dossier spiega anche come si calcola l’acqua necessaria a raffreddare il reattore: non quella che serve per produrre vapore ed energia elettrica.
L’esempio è riferito ad un reattore in grado di generare 1000 Megawatt, e all’acqua presa da un fiume - o da un lago, o dal mare - e ad esso resa riscaldata.
Ebbene, servono 2.596.792 metri cubi di acqua al giorno. Cioè 108.199 metri cubi d’acqua all’ora, 1.803 metri cubi d’acqua al minuto, 30,05 metri cubi di acqua al secondo. Quasi un terzo della portata del Po a Torino, appunto.
La lettera al Corriere della Sera, quanta acqua usano le centrali nucleari
Da English Wikipedia la centrale nucleare di Sellafield e il suo consumo d’acqua
L’intervista di Jeremy Rifkin al blog di Beppe Grillo, il 40% dell’acqua consumata in Francia serve per le centrali nucleari
L’Union of Concerned Scientists ha anche pubblicato un’equazione che consente di calcolare di quanta acqua ha bisogno una centrale nucleare per il solo raffreddamento.
Se ne deduce che un impianto da 1000 Megawatt (Caorso era da 830 Megawatt) richiederebbe per il raffreddamento quasi un terzo dell’acqua che scorre nel Po a Torino.
La lettera al Corriere della Sera è firmata da Daniele Biagi. I brani secondo me più significativi.
“Forse non tutti i parlamentari sanno che l’elettricità prodotta da una centrale nucleare non viene generata direttamente dalla reazione atomica ma da una convenzionale turbina a vapore“.
“La fissione del materiale radioattivo produce un aumento della temperatura nel cuore della centrale, questa energia sotto forma di calore viene sfruttata per innalzare la temperatura di un’enorme quantità d’acqua, il vapore generato aziona delle turbine capaci di produrre energia elettrica”.
“L’acqua è spesso usata anche come moderatore per evitare che il nucleo raggiunga temperature troppo elevate”.
La lettera cita poi dati ufficiali della Environment Agency inglese a proposito dei “6.637.306 metri cubi d’acqua all’anno usati da un singolo impianto”. Si tratta dell’acqua che la centrale nucleare di Sellafield, ora in disarmo, era autorizzata a prelevare da un vicino lago.
Considera poi la situazione della Francia nucleare, molto più ricca di acqua rispetto all’Italia ma che “ha dovuto più volte rallentare la produzione di energia elettrica delle proprie centrali per mancanza d’acqua!”.
Ancora: “Stime indicano che in Francia il 40% di tutta l’acqua consumata è usata nelle centrali atomiche“. Lo dice Jeremy Rifkin in un’intervista al blog di Beppe Grillo del giugno scorso. Vi si accenna anche ai problemi avuto dalle centrali durante la caldissima e secca estate del 2003.
E infine, l’equazione. L’Union of Concerned Scientist degli Stati Uniti ha pubblicato un dossier intitolato Got Water? sulle necessità di acqua per i soli impianti di raffreddamento delle centrali nucleari e sui connessi problemi di sicurezza.
Il dossier spiega anche come si calcola l’acqua necessaria a raffreddare il reattore: non quella che serve per produrre vapore ed energia elettrica.
L’esempio è riferito ad un reattore in grado di generare 1000 Megawatt, e all’acqua presa da un fiume - o da un lago, o dal mare - e ad esso resa riscaldata.
Ebbene, servono 2.596.792 metri cubi di acqua al giorno. Cioè 108.199 metri cubi d’acqua all’ora, 1.803 metri cubi d’acqua al minuto, 30,05 metri cubi di acqua al secondo. Quasi un terzo della portata del Po a Torino, appunto.
La lettera al Corriere della Sera, quanta acqua usano le centrali nucleari
Da English Wikipedia la centrale nucleare di Sellafield e il suo consumo d’acqua
L’intervista di Jeremy Rifkin al blog di Beppe Grillo, il 40% dell’acqua consumata in Francia serve per le centrali nucleari
Iscriviti a:
Post (Atom)