sabato 28 febbraio 2009

Italia: Stato di Diritto o Stato di Polizia ?

ENERGIA. Si inasprisce il dibattito sul ritorno delle centrali. Anche la Sardegna (Pdl) si opponeNucleare:«Precettatochi dirà no»
ROMANel Paese si inasprisce il dibattito sulla costruzione di nuove centrali e il governo preannuncia di essere pronto a sostituirsi anche nelle decisioni di Regioni, Province e Comuni avvalendosi dell’articolo 120 della Costituzione italiana. Altre Regioni ieri hanno preso posizione contro l’ipotesi di un impianto sul territorio. Il presidente della Regione Basilicata Vito De Filippo è deciso: «Il rilancio dello sviluppo del territorio regionale non comprende alcuna ipotesi di legame con l'energia nucleare. Scanzano e nessun altro paese lucano sono disponibili ad ospitare depositi o centrali nucleari». Ma anche la Sardegna manda un chiaro segnale al governo. « ;Dovrebbero passare sul mio corpo prima di fare una cosa simile», risponde il nuovo governatore della Sardegna, Ugo Cappellacci (Pdl), alla domanda sull’ipotesi che sia nell’isola, e precisamente nella piana di Oristano-Arborea, uno dei siti che potrebbe ospitare una quattro centrali nucleare in Italia previste nell’accordo con la Francia. «Se in Italia venissero adottati i criteri di sicurezza previsti negli Stati Uniti, per il nucleare non ci sarebbe un solo centimetro del suolo del Paese dove poter fare una centrale», ha detto il segretario del Prc Paolo Ferrero: «La tecnologia è ancora pericolosa e non si sa ancora oggi cosa farsene delle scorie». «Non possono essere i veti degli enti locali ad impedire l’individuazione dei siti giusti», ha invece detto il leader dell’Udc, Pierferdinando Casini.Sui siti per la costruzione di centrali nucleari «decide chi fa impresa energetica», ha detto il ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, che l’11 marzo riferirà alle commissioni Attività produttive e Industria di Camera e Senato. Il ministro ha sottolineato che il disegno di legge per il ritorno al nucleare prevederà «procedure e criteri di carattere morfologico, geografico, impiantistico, di gestione». Poi, per individuare dove costruire le centrali: «Sarann o le imprese ad indicare il luogo dove sia possibile rispettare questi criteri». Scajola ha sottolineato che si cercherà il consenso a livello locale, anche con incentivi. E ha indicato che anche la popolazione potrà trarne vantaggi in termini di incentivi «nella bolletta» dell’energia elettrica. Ma se non si dovesse raggiungere il consenso verranno comunque prese deci sioni a livello centrale. E drastiche. Il ministro ha infatti indicato che «potrebbe essere necessario utilizzare gli strumenti previsti dall’articolo 120 per della Costituzione per il bene del paese» surrogando le competenze degli enti locali

venerdì 27 febbraio 2009

Acqua pubblica a pagamento !!!

LIVORNO. Si chiama Craig Zucker, ha 26 anni, ed è il fondatore di Tap’d NY. Che ha fatto di strano? Un business piuttosto remunerativo imbottigliando l’acqua dei rubinetti di New York. No, non stiamo scherzando: «così si risparmiano molte spese di trasporto, ed eliminando camion e aerei si dà anche una mano all’ambiente» è una delle motivazioni che hanno spinto Zucker a investire in questo affare che nasce da una cosa semplicissima: l’acqua della Grande Mela è buona, fresca e pulita perché arriva da 19 riserve e 3 laghi. La notizia non è nuova e oggi la pubblica a tutta pagina il Giornale che pur magnificando (non si sa se ironicamente o meno) «l’ingegno made in Usa», almeno in fondo chiosa dicendo che tutto funzionerà bene «almeno fino a quando i newyorkesi non penseranno che, in fondo, possono farlo da sé». In fondo? Ma ci rendiamo conto della gigantesca boiata di questa chiamiamola invenzione? Qui non si capisce dov’è il capo e dove è la coda: ma è possibile che uno si compri dell’acqua in bottiglia (anche a New York la confezione d’acqua peserà per portarsela a casa…) quando invece può tranquillamente averla girando il rubinetto? Acqua peraltro pubblica che già paga mensilmente? Ma non fosse altro appunto per il peso come detto e per le bottiglie di plastica che dopo devi buttare via: è mai possibile che funzioni davvero questo business? Altro che vendita di Fontana di Trevi, qui non c’è trucco e non c’è inganno ma solo la dabbenaggine di persone che veramente ci fanno capire perché il mondo ormai vive di sole apparenze. Perché evidentemente è la confezione, o almeno il confezionamento, che rende quell’acqua al supermercato più attraente di quella che esce (nonostante sia la stessa identica) dal rubinetto di casa. Vi immaginate a raccontare una cosa del genere a un africano (donna, uomo, bambino) che ogni giorno per avere un po’ d’acqua deve fare talvolta chilometri per raccoglierla con un secchio dal pozzo? Qualcuno ci potrà far notare, a ragione, che purtroppo una cosa del genere è stata tentata anche in Italia. Alcuni anni fa in effetti Chicco Testa (quello che prima era contro il nucleare e ora invece lo vorrebbe sotto casa, e speriamo che lo accontentino) lanciò l’idea, da presidente di Acea, dell’acqua del sindaco, appunto l’imbottigliamento di quella del rubinetto. Idea che sapeva più di una provocazione nello stimolare l´uso dell´acqua di rubinetto rispetto alla minerale in bottiglia, ma che evidentemente da qualche parte ha attecchito con maggiore fortuna e in questa situazione c’è poi qualcuno che pensa che nel mondo sia possibile realizzare facilmente l’opzione rifiuti zero…Questo Zucker, davvero un genio, ha già comunque venduto 50mila confezioni in sei mesi! Noi siamo favorevolissimi all’uso dell’acqua del rubinetto, ma così siamo alla commedia dell’assurdo, per piacere svegliateci.

mercoledì 25 febbraio 2009

Acqua a Bruxelles il protocollo mondiale:

Acqua/2 - A Bruxelles firmato il memorandum per il protocollo mondiale sull’acqua
Bruxelles, 23 febbraio – Si è conclusa con l’elaborazione di un memorandum per un protocollo mondiale sull’acqua la conferenza “Fare la pace con l’acqua” che si è svolta a Bruxelles. All’appuntamento, promosso dal World political forum (Wpf) con il sostegno dei gruppi politici del Parlamento europeo e su proposta dello Ierpe, l’Istituto europeo di ricerca sulla politica dell’acqua, hanno partecipato esponenti politici, rappresentanti di istituzioni ed esperti di tematiche legate all’acqua.Il memorandum è centrato sulla prevenzione dei conflitti legati all’acqua, sulla promozione del diritto all’acqua per tutti e sulla salvaguardia del patrimonio idrico mondiale, per una gestione responsabile ed efficace del bene-comune-acqua nell’interesse di tutte le specie viventi e delle generazioni future. Tra i relatori c’erano anche Michael Gorbaciov, presidente del Wpf, padre Alex Zanotelli e Riccardo Petrella, presidente dello Ierpe. Quest’ultimo ha sottolineato come il 2009 sarà un anno fondamentale “per i cambiamenti nelle politiche e nella gestione dell’acqua”. Infine, il presidente del Cipsi, il Coordinamento di iniziative popolari di solidarietà internazionale, Guido Barbera ha lanciato un appello per una responsabilità sociale e politica capace di garantire l’accesso all’acqua non solo alle persone, “ma a tutti gli esseri viventi”. “La nostra vita è legata a un ambiente vivo e sostenibile - ha detto il numero uno del Cipsi. - Per questo è ora di agire e di superare gli interessi economici di pochi per dare spazio alla vita di tutti”.

martedì 17 febbraio 2009

GUERRA DELL'ACQUA IN CAMPANIA

Acqua di CampaniaUNA GUERRA ANCORA TUTTA DA COMBATTEREAdriana PolliceNAPOLI
Sono circa 400 le firme in calce all’esposto presentato alla procura della Repubblica partenopea da cittadini campani coordinati dall’associazione Giuristi Democratici. Saranno i pm Ferrigno e La Ragione a indagare sui motivi della sostanziale inattività dell’Ambito territoriale ottimale 2 Napoli–Volturno. Una struttura che costa ogni anno poco meno di 2milioni di euro, con il compito di riunire i comuni della zona per organizzare la gestione delle risorse idriche. E invece da due anni la sua attività ha subito un brusco rallentamento fin quasi all’inerzia, mentre le multinazionali in silenzio lavorano a creare una sostanziale privatizzazione de facto. «Si tratta di una diffida alla struttura - precisa l’avvocato Elena Coccia, che segue la causa - perché svolga il suo compito statutario, in modo da non dare margini ai comuni per procedere da soli, trasformando l’acqua in merce». La strategia comincia nel 2006, la Giunta campana il 18 gennaio approva il ddl che dispone la creazione della società pubblica Campaniacque, dopo un lungo braccio di ferro che ha visto prevalere gli attivisti sui 136 comuni dell’Ato2, che si erano espressi per la privatizzazione. La società non è mai nata, i disegni di legge regionale per disciplinare la materia vengono lasciati a decantare mentre il panorama si modifica in silenzio. Poi ci si è messa la crisi economica e il taglio agli enti locali da parte del governo, i comuni indebitati cercano di fare cassa e così 12 amministrazioni dell’ambito Napoli–Volturno pubblicano bandi di gara per affidare la gestione delle acque a privati, nonostante siano partner dell’Ato, obbligati per legge a sostenerne anche i costi. Il comune di Pozzuoli, ad esempio, con una semplice determina dirigenziale ha indetto a maggio 2008 una gara d’appalto per aggiudicare il servizio idrico integrato per un importo pari a 15.357.200 euro. Ed è a questo punto che l’Ato fa sentire la sua presenza, unico segno di vita, facendo ricorso al Tar contro gli affidamenti, che dovrebbero essere decisi solo in sede di coordinamento. «Alla sentenza del Tar avversa ai comuni - racconta Salvatore Carnevale, tra i promotori dell’esposto – fa immancabilmente seguito un accordo tra le parti. Le amministrazioni possono procedere, salvo revocare gli atti quando l’Ato deciderà in proprio». La decisione per ora non arriva e il gioco è fatto. Il secondo meccanismo per divorare il business dei servizi utilizza le acquisizioni. La trasformazione delle società pubbliche in Spa a capitale pubblico ha aperto la strada alla penetrazione delle multinazionali. Spettatrice attenta delle evoluzioni politiche napoletane è la francese Veolia, che già lo scorso aprile aveva provato ad aumentare la sua presenza in regione. L’occasione l’aveva fornita il Gruppo Eni, disponibile a cedere il 50,5% di Acqua Campania (gestore della captazione e adduzione dell’acquedotto che serve Napoli e Caserta) all’Acea di Caltagirone e a Veolia, possessori del restante 49,5%. Si tratta di protagonisti di primo piano: il gruppo Caltagirone (attraverso l’Acea) è già presente nel Lazio, in Toscana e in Campania; la Veolia, poi, è una vera e propria macchina da guerra. Tra le più potenti multinazionali del settore, sta mettendo le mani sulle risorse idriche dell’intero meridione, in compartecipazione con la Emit di Giuseppe Pisante. Fa già affari in Calabria, dove controlla il 49% dell’adduzione, e in Sicilia dove detiene la maggioranza di Siciliacque, l’operatore privato creato dalla giunta Cuffaro. Fortissimi gli interessi anche nel campo dello smaltimento dei rifiuti, dove è il secondo gestore al mondo. Un colosso che però ha finito per attrarre l’attenzione della magistratura. Le prime inchieste risalgono alla fine degli anni ’90, ma i problemi più grossi sono arrivati l’anno scorso con l’inchiesta su Acqualatina. L’operazione Napoli non è riuscita, per il momento, l’amministrazione partenopea, ai minimi storici in fatto di popolarità, ha preferito non aprire un nuovo fronte di scontro mala penetrazione in Campania è orami avviata. Nel beneventano è ancora Acea a dettare legge, grazie all’acquisizione dell’indebitata Gesesa, che forniva il servizio nel Sannio. Ad Avellino è la A2A, multiutility lombarda che ha portato a casa la gestione dell’inceneritore di Acerra, a colonizzare le fonti del Serino, mentre nel salernitano stanno procedendo a riunire i gestori locali in un’unica Spa a capitale pubblico, primo passo per un’eventuale cessione di quote ai privati. Eppure come vanno le cose quando l’acqua diventa business è cosa nota, un esempio lo fornisce l’Ato 3 Sarnese Vesuviano, uno dei più vasti d’Italia, che riunisce 76 comuni tra la penisola sorrentina e Capri, più la zona del vesuviano e l’area dei Monti Lattari, fino al fiume Sarno. Istituito nel 2001, l’anno successivo venne deciso di affidare la gestione delle risorse idriche con licitazione privata, dopo un bando di gara andato deserto. Prescelta fu la Gori Spa, società mista pubblico-privato: la prima componente è costituita dall’Ente d’Ambito Sarnese-Vesuviano, con il 51% del capitale sociale, l’altro dalla società Sarnese Vesuviano srl con il 37% circa, a sua volta controllata in via esclusiva dall’Acea e il cerchio si chiude. Il presidente dell’Ato spetta al pubblico, ma chi prende le decisioni è il privato. L’uomo chiave è Stefano Tempesta, amministratore delegato della Gori, maanche direttore Area business Lazio e Campania per Acea e presidente dell’Ato5 Frosinone, dove gli utenti hanno avviato una battaglia legale contro la società del gruppo Caltagirone, con tanto di sciopero della bolletta. Stessa dinamica anche in Campania. Esemplare il caso Nola, a raccontarlo il Comitato civico per la difesa del diritto all’acqua attraverso il suo battagliero portavoce, Luigi Conventi. Nel 2004 il comune è sotto la gestione del prefetto Pasquale Manzo, originario di Piano di Sorrento, comune dove ha sede legale la Gori. Quaranta giorni prima delle elezioni locali, dà mandato al sub commissario Rocco di firmare la convenzione con la spa, una fretta immotivata visto che a oggi una decina di comuni dell’Ato 3 non l’hanno ancora fatto. L’atto viene stilato su due fogli di quaderno, che l’amministrazione poi insediatasi non ha mai trovato. La popolazione da subito comincia a praticare la disobbedienza civile, non pagando le bollette, impedendo la sostituzione dei contatori,“quasi la totalità dei nolani si è ribellata a una decisione presa sopra le loro teste” ricordano dal comitato. Da allora comincia una guerra di logoramento, con la Gori a minacciare gli utenti di pignoramento, mentre i giornali avviano una campagna stampa contro i cittadini, dipinti come colpevolmente morosi. Ma i cittadini qualche ragione ce l’hanno, come dimostrano gli sviluppi giudiziari. Il gestore privato, infatti, ha inserito nelle bollette una voce di spesa, pari al 30% dell’importo, per la depurazione delle acque, pur non effettuando il servizio. Pratica sanzionata dalla Corte costituzionale con sentenza di ottobre 2008, che ha costretto la Gori a restituire 33,4 milioni di euro. Una voragine da ripianare, ma pronto è arrivato il soccorso della politica. Con la delibera 33 del 31 dicembre 2008 il presidente dell’Ato 3 Alfonsina de Felice, subito prima di rassegnare le dimissioni e approdare all’assessorato regionale alle politiche sociali, ha autorizzato un aumento dei costi del 38% per un anno, impegnando poi i sindaci a ridiscutere le tariffe. Non solo, la finanziaria 2007 imponeva che tutte le concessioni di servizi non assegnate con bando di gara pubblico decadessero entro la fine di quell’anno, tranne per le società quotate in borsa. Secondo i comitati la partecipazione dell’Acea, indiretta, non salverebbe dalla nullità dell’atto e per questo hanno fatto ricorso al Tar. Ma è evidente che lo scontro è prima di tutto politico. Le amministrazione tendono a prendere accordi, se non a scambiarsi favori, con il privato senza tenere conto della volontà degli amministrati. Quando esplode la protesta comincia il gioco delle parti. Il Consiglio comunale di Nola a gennaio dell’anno scorso, sotto la pressione dell’opinione pubblica, ha revocato la concessione, ma Gori, Ato 3 e Regione Campania hanno ottenuto la sospensione dell’atto dal Tar. Non basta, il gestore ritiene i consiglieri comunali personalmente responsabili, minacciandoli di citarli per danni. Un’arma di persuasione efficace, visto che produce il ritiro della delibera e l’armonia torna in famiglia. Ma il comitato è tenace e avvia un referendum popolare, la politica si muove e sposta i seggi elettorali in frazioni lontane e poco accessibili, come Piazzolla, un gruppo di 5 o 6 masserie a 7 km dal centro. Il quorum non viene raggiunto ma, nonostante tutto, vanno a votare più di 8mila citta ini, oltre il 30%. «Nessun partito a Nola prende tanti voti, questo avrà il suo peso sulle amministrative di giugno. Intanto andiamo avanti» dichiarano decisi al comitato. La battaglia legale ma anche la diffusione di associazioni in tutti i comuni dell’Ato, dove già si stanno organizzano altri referendum. La guerra dell’acqua è ancora tutta da combattere. l’Ato2 da due anni è praticamente inattiva, lasciando ampi spazi di movimento alle multinazionali che procedono alla privatizzazione dell’acqua

mercoledì 4 febbraio 2009

Considerazioni sul Referendum Lombardo sull'acqua

Alcune considerazioni attorno al Referendum lombardo
Il risultato dell’azione referendaria dei Sindaci Lombardi sembra riaprire l’eterna questione sulle SPA in house.
Marco Bersani richiamandosi alla dichiarazione dei sindaci e alla posizione del Contratto Mondiale, ha scritto cose di buon senso, poco entusiaste, ma condivisibili.
Circa un anno fa il referendum fu contrastato da una parte del movimento dell’acqua, dal sindacato lombardo della funzione pubblica e fu accompagnato dall’indifferenza del movimento, che finì con l’ignorarne l’esistenza. L’opinione corrente che si affermò fu: in Lombardia il movimento non c’è.
Non si capì la novità politica che il referendum dimostrò poi di saper determinare.
E sfugge oggi il profondo valore politico dell’esperienza dei sindaci lombardi.
Non si coglie la partecipazione, l’enorme lavoro di movimento, dei comitati e delle associazioni che sta dietro al referendum, rivolto ai cittadini, le scuole, le università, i giornalisti, gli uomini di spettacolo, i sindaci e gli amministratori locali di tutti i partiti, le imprese in house di Lodi e della provincia di Milano, la chiesa milanese e bresciana, un lavoro trasversale rivolto a 360° sui partiti, Lega Nord compresa.
La ragione della rimozione del movimento, forse va ricercata nella convinzione che il referendum si attestava sulle esecrate gestioni in house che andavano tolte di mezzo al più presto e che se sconfitto, pregiudicasse la nostra legge d’iniziativa popolare.
Oggi però è bene riparlarne.
Abbiamo subito la legge 133 art. 23bis, che obbliga tutti i comuni entro il 31 dicembre 2010 a mettere a gara tutti i servizi idrici. E’ questa una sconfitta, rimossa e non ragionata dal movimento,
forse perchè togliere di mezzo le SPA in house è stato vissuto come eliminare un fastidioso equivoco.
Ma non è così semplice.
Non basta avere un buon contenuto come la ripubblicizzazione, per vederselo affermato, non basta dimostrare tecnicamente la sua possibilità, per convincere chi non vuol essere convinto.
Non basta accusare la pavidità dei “partiti amici” nelle istituzioni.
Non basta nemmeno il trionfalismo che ci porta spesso a sopravvalutare la nostra forza reale.
Ciò che va sempre valutato sono i reali rapporti di forza.
Una banalità che però non sempre si prende in considerazione.
Nello svolgersi di una battaglia, i rapporti di forza vanno continuamente considerati.
Prima di tutto occorre valutare quanto il movimento ha inciso nel senso comune della gente, nella politica, nei partiti e nelle istituzioni, nei sindacati, nella cultura del nostro tempo e del nostro paese.
Va continuamente individuato e costruito il fronte più ampio possibile e il contenuto possibile che lo tiene assieme, per determinare la più ampia resistenza alle offensive degli avversari o quello di un possibile nostro avanzamento.
Nei rapporti di forza ci stanno anche le battaglie di Rifondazione, Verdi, Sinistra democratica, talvolta poco convinte, i timidi appoggi dell’ARCI, del WWF, le contraddizioni della Lega, persino delle imprese che si sono rifiutate di andare a gara.
Soprattutto sono parte dei nostri rapporti di forza i sindaci che sotto la spinta del movimento e della sua carica etica, hanno oggettivamente reagito alle pressioni dell’intero sistema di potere, anche se non come avremmo voluto.
Argini deboli, equivoci, ma che hanno rappresentato la tenue linea di difesa alla privatizzazione.
Dobbiamo sempre chiederci: senza queste equivoche linee di difesa sul piano delle strutture e sul piano politico, saremmo stati più forti o meno forti?

Vogliamo guardare la realtà di questi anni?
Lo scontro dei grandi interessi economico – politici si è concentrato contro i pericoli del proliferare delle ripubblicizzazioni o nell’estendere le privatizzazioni su tutto il territorio nazionale?
Legge regionale lombarda e legge 133 sono l’espressione più chiara di questo scontro.
Vediamo la questione del referendum dei sindaci lombardi:
Il referendum è stato il modo con il quale i sindaci hanno voluto difendersi in quel contesto.
Non chiedevano la ripubblicizzazione, non era né tecnicamente né politicamente possibile.
Potevano solo abrogare alcuni aspetti della legge Regionale, quelli che realizzavano un brutale salto nella privatizzazione dell’acqua in Lombardia, e precisamente:
La separazione tra gestione ed erogazione del servizio.
L’obbligo alla gara e la liquidazione delle gestioni in house.
L’ingresso dei privati anche nelle società patrimoniali.
Con dei se e dei ma, l’abrogazione di questi vincoli, è ciò che i sindaci hanno ottenuto.
Questo è un successo che verrà reinterpretato da qualcuno e rimesso in discussione, ma è reale e politico.
Reale: perchè ripristina una linea di difesa in Lombardia, permette ai sindaci di stare ancora in campo, di avere argomenti nei confronti dei loro colleghi già pronti alle gare, perché smonta gli aspetti più pericolosi della manovra di Formigoni e crea migliori condizioni per lottare contro la legge 133 art. 23 bis e per la ripubblicizzazione.
Politico: perché è la prima volta che nel nostro paese una proposta di cittadini e di sindaci vinca su scelte già concordate dai partiti.
Che 144 sindaci di tutti i partiti, rivendicando i propri autonomi poteri Costituzionali, riscoprendo l’orgoglio del proprio ruolo, mettessero in piedi una macchina referendaria in contrasto con i loro stessi partiti, resistessero alle minacce e alle lusinghe per mesi, è cosa nuova, né facile né scontata.
Politico: perché indica nuove prospettive alla politica non solo sull’acqua.
Perché dà spessore all’entrata in campo di un soggetto nella battaglia per i beni comuni.
Perché dà vigore alla nostra proposta di alleanza tra sindaci e cittadini per la modifica degli statuti, per i referendum consultivi locali e forza alla proposta di un comitato degli enti locali per la ripubblicizzazione.
Il movimento dovrebbe saper cogliere la soggettività di questo nuovo attore, rispettando la sua autonomia e le sue modalità di agire, senza volergli imporre codici di comportamento, senza atteggiamenti di scetticismo.
Lo stesso sarebbe auspicabile si determinasse nei confronti delle imprese che tentarono analoghe esperienze.
La legge 133 articolo 23bis.
Se ne parla poco nelle mail del movimento e la parola sconfitta è impronunciabile.
Noi pensiamo che questo sia ancora dovuto alla sindrome della sopravvivenza delle SPA in house.
E che in questi anni il movimento, giustamente proteso alla progettazione di un nuovo modello, ha evitato di guardare la dimensione reale dello scontro in atto: quella della “resistenza” alla poderosa offensiva privatizzatrice finalizzata a creare nuovi monopoli privati.
La legge 133 art. 23bis e l’obbligo della messa a gara entro il 31 Dicembre del 2010 di tutte le società di gestione dei servizi idrici, ci riporta brutalmente a queste dimensioni.
La legge è un vero e proprio sfondamento delle deboli linee di difesa delle società in house,
eretta da ben 64 ATO e da migliaia di comuni riottosi, ma questo sfondamento, non ha rafforzato le nostre prospettive sulla ripubblicizzazione.
Debole ed equivoca abbiamo detto, con un piede nel privato, ma pur sempre una linea di resistenza: 64 ATO che abbiamo ignorato come parte di un nostro fronte e guardato con ostilità, spesso con gli stessi argomenti dei nostri avversari ( l’house non è riconosciuto dalla Commissione Europea, il controllo analogo è impraticabile, ecc..)
I nostri avversari invece: le multinazionali, la politica italiana, la Lanzillotta, l’obbiettivo l’hanno ben individuato e l’hanno dichiarato: “bandire” le SPA in house, sconfiggere l’egoismo( autonomia) dei comuni, il loro rapporto coi cittadini, liquidare la contraddizione della presenza di una Sinistra istituzionale. E lì che hanno portato l’affondo: contro i comuni riottosi. La sinistra i nostri avversari l’avevano già liquidata con gli sbarramenti elettorali.
Di fronte a simili scenari, il movimento sembra attardarsi nell’attaccare le equivoche gestioni in house, non si avvede della perdita di quella dimensione nazionale che ci veniva dalla legge di iniziativa popolare, che la ripubblicizzazione viene marginalizzata in limitate realtà, che si rischia di attestarci sulle vertenze consumatore – utente contro l’aumento delle tariffe.
Vogliamo discutere di tutto ciò senza ideologizzare subito il confronto?
Siamo per la ripubblicizzazione, siamo per valorizzare i coraggiosi tentativi di ripubblicizzazione in atto in alcune cittadine, siamo per riportare nel Parlamento la discussione sulla legge di iniziativa popolare, per un ritorno nei territori dove dispiegare il massimo delle iniziative possibili e le pratiche di lotta possibili, siamo per contrastare le fusioni societarie e la formazione delle multiutility.
Ma siamo fermamente convinti che occorra subito ritrovare una dimensione nazionale mettendo al centro la revisione della legge 133 articolo 23bis.
Le cose le stiamo costruendo già, tutti assieme: una nuova alleanza del movimento con i sindaci che intendono sottoscrivere impegni di revisione della legge e degli statuti, un gruppo di parlamentari per l’acqua il più trasversale possibile, impegnati su questo obbiettivo a partire dalla prossima finanziaria, dalla limitatissima richiesta di proroga, alla presentazione di emendamenti, non escludendo nessuna iniziativa di lotta di confronto e di alleanza.
La legge 133 deve diventare l’obbiettivo, l’ostacolo da rimuovere entro il 2010, per affrontare con qualche carta in più tra le mani, la ripubblicizzazione.
E’ possibile, basta non riprendere i tormentoni delle mail.

Emilio Molinari
Rosario Lembo